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Questa mia vita fatta di viaggi, che dire, quasi la amo.
Amo l’avventura il rischio e dopo una stagione lavorativa in un ristorante alle porte di Roma, raccolgo le forze e i miei progetti buttandoli sul tavolo come fossero carte da gioco e decido di fare una viaggio da sola.
Un premio per l’impegno, una nuova avventura e perché no la scoperta di una città a cui già pensavo da tempo per una futura permanenza…Londra.
La mia vita romana, mi aveva un po’ stancata. Ho solo 19 anni ma la mia selvaggia voglia di tutto e di niente mi porta nella metropoli britannica.
Vorrei trovare una mia dimensione, imparare l’inglese, ma vado a tastare il terreno, per conoscerla in tutti i suoi aspetti che più in la scoprirò essere affascinanti e crudeli allo stesso tempo.

Prenoto in rete un albergo che spero con ingenuità essere carino e accogliente.
Arrivo a Londra con la mia borsa in cui metto sempre più libri che maglioni, con un entusiasmo che si mescola alla giustificata paura di essere da sola in una città come questa.
Sarà questa la formula fisica dell’adrenalina??

Palazzi enormi, strade strette, un po’ come la mia vita in una città che al momento offre poco.
Gente di tutti i tipi: punk, business men, donne in carriera e prostitute, stranieri, cinesi che vendono fiori e indiani che gestiscono tabacchini, ragazze madri, gente che si impegna e che si droga, gente che va e viene e io che arrivo come tutti e che magari andrò via come loro.
Questo è Londra. Un miscuglio di etnie, di popoli, di comunità, di razze diverse che cercano la proprio identità.
Una metropoli dai mille colori, un regno, più o meno unito e una regina invisibile che detta legge.
Manifestazioni, cortei per la domenica pomeriggio che ti invitano a riflettere e lottare per le giuste cause. Londra è anche questo.
È la città del tè per antonomasia e per il peggior caffè al mondo; della pastasciutta col ketchup ai panini pollo e marmellata.
Quelli della guida a destra e del kettle per riscaldare l’acqua, della spina elettrica con 3 denti e dell’umorismo da 4 soldi….ma io ho scoperto il fascino anche in questo.

Parto a novembre, volo breve e senza troppi controlli. Arrivo in aeroporto, lontano dal centro e grande più o meno come Fiumicino. Prendo un taxi per arrivare in centro, indico al tassista il mio albergo. Vedo che sorride fugace, capisco che forse non ho fatto la scelta più azzeccata per l’albergo. Con il mio inglese arrangiato gli chiedo il motivo della sua risata che, non so perché, mi è parsa una derisione. Mastica qualcosa con un accento africano. Non capisco ma rispondo ‘Thanks’ solo per non essere scortese.
45 sterline circa 70 euro..troppo per una corsa in taxi. Forse rideva per quello..
Lascio l’auto chiudendo alle spalle una parte del mio passato. Una città che freme ai miei piedi, che palpita di gente diversa, entusiasmo e diverse emozioni si scagliano su di me.

Cammino eccitata e infreddolita per raggiungere l’albergo; mi stringo nel cappotto, intorno a me chiasso e rumori, tanti sconosciuti intorno e case che ricordano un po’ l’800.
Arrivo nella zona dell’albergo virtuale.
Rimarrò una settimana e mentre mi avvicino penso che ho solo voglia di una doccia calda prima di cominciare a il mio giro più o meno turistico che le guide definiscono banalmente for average tourist.

Mi avvicino, il numero 8 indica che sono arrivata. Un vecchio edificio, semi-ristrutturato, per niente accogliente. Speravo ingenuamente fosse quello vicino, ma le prenotazioni on-line a volte riservano questo tipo di sorprese.
Incerta mi avvicino alla porta e suono. Mi apre un ragazzo giovane, sembra turco, mi accenna un sorriso e mi chiede se mi serve aiuto. È vestito male e visibilmente trascurato, ha con se un grosso mazzo di chiavi.
Gli dico che ho una prenotazione per una camera singola.
Cerca tra le carte nella fantomatica reception il mio nome e mentre cerca, prendo tempo per guardarmi intorno e per pensare a dove sono finita.
Esce dalla reception per portarmi in camera; mi accenna in un inglese che non capisco che è all’ottavo piano.
La moquettes è sporca, a terra carte di giornale, fogli di vecchie prenotazioni ingiallite pendono dai muri.
Maledico con tutta me stessa la mia voglia di avventura.

Mi accompagna all’ottavo piano e forse, come scotto da pagare, per non avermi detto della topaia, gli faccio portare la mia valigia. Scalini stretti, niente ascensore e lui che sudato mi da la chiave per aprire la porta. Apro, di fronte a me uno stanzone, talmente grande che sento subito il freddo entrarmi nelle ossa.
‘Questa è la tua camera’ insinua ironico.
Guardo l’orologio, le 17. Fuori è buio e non è che abbia molta scelta. Se me ne andassi ora, perderei il deposito dato con la carta.
Mi da la chiave e stranamente non mi chiede soldi, né documenti. Appena esce e rimango con me, mi siedo sul letto. Affondo, il materasso fino e niente lenzuola. Cerco il bagno, devo lavarmi le mani. Esco sul pianerottolo e incontro un ragazzo inglese che mi saluta.
Entro impaurita nella toilet. Un odore terribile mi circonda, non dà spazio a nient’altro.
Il lavandino marrone, forse non lavato per anni, la doccia inavvicinabile e capelli a terra. Non c’è sapone, né acqua calda. ‘Dove sono capitata?’ mi chiedo accusando me stessa. Voglio la mia camera e il mio bagno italiani!!
Londra è anche questo: sporcizia negli appartamenti, pieni di gente diversa.
Dopo aver visto il bagno immagino, in uno sprazzo di lucidità come possa essere la cucina.
Passa la notte lenta e fredda. Mi sveglio col rumore di un insetto vicino al mio cuscino. Disgustoso e colorato mi desta il suo rumore, credo voglia dire ‘Benvenuta a Londra’.

Girare per le strade di questa città da una senso di libertà e di sicurezza che è difficile sentire nelle altre capitali europee.
Oxford Street, Bond Street, Carnaby Street e Regent Street sono le vie principali, fatte di negozi e coffee shop, centri commerciali e classici pub inglesi che offrono birra a qualsiasi ora. Spesso si trovano vere e proprie botti fuori dai pub dove ci si può occasionalmente fermare e sorseggiare una pint (pinta) di birra…chiara, scura, media, che differenza fa? L’importante è avere la possibilità di condividere con un amico, un collega e un conoscente, questo drink.
I pub hanno moquettes dappertutto, anche nei bagni, gli interni sono generalmente colorati e in diversi stili. Quadri, lampadari dello scorso secolo, candele, travi in legno rendono lo stile unico e imitato in tutto il mondo.
In genere i pub servono anche cibo, spesso tipicamente anglosassone da accompagnare alla birra.
Snack di vari gusti e le famose Jacket Potatoes….buonissime da gustare in qualsiasi ora del giorno.
La cucina inglese non ha particolari piatti, se non la patata al forno e il Fish and chips, filetto di pesce cucinato nel burro e poi fritto, accompagnato con deliziose patatine fritte.

Quando si parla di Londra si pensa subito alla metropolitana più efficiente d’Europa.
14 linee tutte colorate sia sulla mappa in miniatura, sia all’interno dei vagoni. Una rete fitta di treni che si mescolano giorno per giorno alle esigenze dei cittadini creando un’unica figura omogenea sotterranea che si prolunga per chilometri e chilometri nelle viscere del sottosuolo.
Difficilmente ci si sente sperduti, né tanto meno sorpresi da un senso di claustrofobia, poiché le numerose indicazioni, i colori, lo staff sempre presente pronto ad aiutare, eviteranno tutto questo.
Un consiglio prima di accingerci a prendere la tube, denominata così dagli inglesi: non pensate mai di poter evitare di comprare il biglietto e riuscire a farla franca, a Londra non sarà mai possibile. I controlli sono severissimi!!

Io arrivo in un normale giorno di novembre, dove la pioggerellina tipica inglese e delle giornate grigie mi da il benvenuto e in un normale giorno di dicembre me ne andrò via, ma non prima di essermi gustata i cori in piazza e le luci del Natale che rendono tutto così luminoso e spirituale come non mi era mai capitato di vedere altrove.

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