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Quando si entra in un cinema tridimensionale è d’obbligo indossare gli occhialini di plastica, quelli dai colori più assurdi senza i quali l’immagine non risulta, appunto, tridimensionale. Per Londra questi occhialini non sarebbero stati sufficienti; Londra è polidimensionale.
Per guardare Londra magari lungo le rive del Tamigi, non basta l’ampiezza dello sguardo umano. E non parlo solo dell’immensità fisica: undici linee metropolitane (vedendo le quali non ho più osato pensare di sbagliare linea o direzione nelle, così semplici se non banali al confronto, tre linee milanesi. E nemmeno intendo segnalare la quantità di persone che affidano a questa misteriosa e ricca città il suo destino. Una città è come un uomo, si deve conoscerlo passo a passo. Io ho avuto cinque giorni di tempo per rispondere alle dichiarazioni d’amore che Londra mi ha fatto in vari momenti durante la mia permanenza.
Per organizzare un viaggio a Londra conviene prenotare tutto attraverso internet: è un mare ma-gnum in cui con le mia quattro amiche siamo affogate più volte: quale è l’hotel migliore? E il volo è affidabile? È vero che è un mare che puoi attraversare con un clic, ma non è poi così semplice sce-gliere quando si tratta di una cosa a cui tieni molto. Come quando vai a comprare un regalo per il tu moroso, magari una camicia, e la commessa te ne presenta tre. La scelta è ardua più perché il desti-natario del regalo è lui, che per il regalo in quanto tale. Siamo state decise quando è stato il momen-to di cliccare per prenotare i biglietti per il musical (che presi la sera stessa in teatro costano il doppio): Les miserables. Io non ero poi così convinta, pensavo di non capire nulla di quello che avreb-bero cantato, pur masticando un po’ l’inglese. E invece il musical è stata la meraviglia più lucente che ho vissuto in Inghilterra. Polidimensionale, incontrollabile, sfuggente, sorprendente, imprevedi-bile: ecco cosa è Londra. “E ora che ne sarà del mio viaggio? Troppo accuratamente l’ho studiato senza saperne nulla. Un imprevisto è la sola speranza. Ma mi dicono ch’è una stoltezza dirselo”(Prima del viaggio, Satura), diceva Montale. Questo è ciò che mi sono portata a casa dal viaggio oltremanica. C’è un non organizzato che rende più bello ciò che si è calcolato. Se dopo il musical m’avessero chiesto: “Vuoi essere rimborsata?”, con fare trasognante avrei risposto: “No, voglio solo vederlo un’altra volta. Da capo”. Indicativo di come ero rimasta affascinata della serata è il fatto che ho inseguito gli attori del musical dalla stagedoor, eravamo vicine a Chinatown, come non facevo da sempre, perché non l’ho mai fatto, fino a Piccadilly circus con le mie amiche che arrancavano dietro. Ci siamo dovute arrestare davanti al Tigertiger, la discoteca in cui gli attori andavano a fe-steggiare. Sono rimasta così affascinata da quella serata perché, appena sono entrata, mi ha avvolto il mio cinismo imperante grazie al quale, guardando il palco, ho pensato che fosse troppo piccolo perché potesse risultare piacevole il musical. Sono stata immediatamente smentita, mi sono di nuovo imbattuta in un impensato imprevisto: il palco ruotava ospitando in questo modo almeno due scene contemporaneamente con trenta attori che avevano lo spazio per ballare. La sintesi di quei cinque giorni è un quadro che si trova nella prima stanza del Tate modern: Waiting di Fontana. È il tipico quadro guardando il quale chiunque può dire “potrei farlo anch’io, è solo un taglio sulla tela”. Ed invece quella tela mi ha calamitato perché indica l’uomo ce vive, che aspetta che accada qualco-sa di nuovo. Dall’istante in cui ho posato lo sguardo su quell’opera d’arte ho desiderato che il viag-gio a Londra fosse solo il presentarsi sempre di una novità che superasse le mie attese. Se si vuole è una piccolezza ma il giorno dopo il musical siamo ricapitate vicina a Piccadilly, che di sera è veramente la fiera dell’illuminazione, ed un ragazzo mi si è avvicinato allungandomi un biglietto per en-trare a minor costo al Tigertiger, la discoteca in cui un giorno prima erano entrati gli attori e noi a-vevamo avuto l’accesso negato. Era proprio un bel posto, quasi perfetto, anche il sapone del bagno era gradevole, ne ho ancora il profumo nelle narici. Un altro odore che non mi sparisce più dalla memoria è la mescolanza dell’essenza delle salsicce cotte sulla griglia in un baracchino mentre l’ambulante vicino cuoceva il croccante; tutto questo accadeva sule rive del Tamigi al tramonto. Quando ho visto l’ultimo specchiarsi della luce sull’acqua così calma del fiume ho pensato che a-vrei dovuto ricordare al mio moroso di chiedermi lì di sposarmi! E lo stupore è stato ancor più grande di fronte a questa meraviglia perché le mie amiche mi avevano tenuto gli occhi chiusi fino al punto in cui il panorama finalmente ti riempiva il cuore.
È vero che un imprevisto è la sola speranza, l’unico che colma il cuore più di ogni programma!
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