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- Abbiamo 18 anni, un paio di scarpe comode, un ombrello e Londra davanti agli occhi e sotto i piedi.
Ecco il nostro pensiero appena avevamo messo piede fuori dalla stazione di Hyde Park Corner.
Avevamo da poco inaugurato la nostra maggiore età e ci trovavamo davanti lo spettacolo di immensi palazzoni, e limousine, e alberghi a 5 stelle. Non era esattamente quella la parte di Londra che ci “apparteneva”, ognuno di noi si sentiva come un pesce fuor d’acqua in mezzo a quel lusso sfrenato, ma noi, quattro diciottenni in giro per Londra con poco più di 200 sterline in tasca, non avevamo molto tempo per curarci del lusso di quei posti, il nostro obiettivo era un altro: Hyde Park.
Cosa c’è di così speciale in un parco al centro di Londra? Non è un semplice parco: stiamo parlando della sede di concerti del calibro di The Rolling Stones, 1969, Pink Floyd, 1970, The Queen, 1976.
Corremmo sotto un sole e con un caldo piuttosto inusuali per Londra, finché ci trovammo davanti al cancello d’entrata del parco.
Ci accolse una strada costeggiata da immensi alberi. Procedemmo in silenzio, godendoci una strana tranquillità che non è facile trovare nel centro di una così grande città.
Uno scoiattolo ci attraversò la strada poi, giunto sul ciglio opposto, si volse a guardarci. Presi qualche briciola di un biscotto che avevo in borsa e mi inginocchiai porgendogli la mano; lui, piano piano, si avvicinò, cauto e, assicurandosi che non avessi cattive intenzioni, poggiò il suo musino sulla mia mano, cercando di capire cosa gli stessi porgendo. Gli altri ragazzi stavano silenziosamente guardando quello spettacolo, nessuno si muoveva per paura di farlo scappare.
Pochi secondi dopo, quello scoiattolo stava già iniziando a prendere qualche briciola dalla mia mano e mangiarla. Quando ebbe finito, scappò via.
Procedendo, fu facile scorgere molti altri scoiattoli che giocavano nei prati o che stavano guardinghi sui rami degli alberi.
Ma ciò che più mi colpì fu quello spiazzale immenso, deserto tranne che per poche persone sdraiate sul prato che si stavano godendo quella inusuale giornata di sole londinese.
- Dove credi fosse stato montato il palco?
- Non lo so. – Risposi sinceramente al mio amico.
Restammo meravigliati a guardare quel luogo vuoto tra gli alberi, i giochi di luce che i raggi di sole creavano riflettendosi sulle foglie bagnate dalla pioggia della sera prima, a immaginare l’atmosfera che aleggiava in quel luogo vent’anni prima della nostra nascita, quando i grandi del rock lo avevano scelto come location per i loro concerti live.
Il tempo era volato, era già ora di tornare indietro in hotel per il pranzo ma saremmo tornati quella sera.
Infatti erano circa le dieci di sera quando la voce all’interno del treno della Piccadilly line annunciò la fermata di Hyde Park Corner.
Lo spettacolo che ci si parò davanti fu completamente diverso: il Wellington Arch illuminato.
Nonostante la bellezza di quel monumento, non avevamo dimenticato il nostro obiettivo e cioè continuare la visita all’Hyde Park. Tuttavia c’era un fattore che non avevamo considerato la mattina: l’illuminazione. Decisamente un parco scarsamente illuminato non era il luogo adatto per quattro ragazzi e, a malincuore, decidemmo di fare dietrofront e cambiare meta ma, dove andare?
- Affidiamoci al caso! – fu la risposta di uno tra i miei compagni di viaggio. Ci guardammo attorno, c’era una fermata del bus giusto a pochi passi da noi.
- Saliamo sul primo autobus che passa, non importa dove ci porta, scendiamo alla prima fermata che ci ispira.
Non prestammo molta attenzione al numero dell’autobus che passò, restammo dentro fino al capolinea a Baker Street. I negozi erano tutti chiusi quindi entrammo nella stazione della metropolitana lì vicino.
- Quale linea prendiamo?
Da Baker Street potevamo prendere cinque diverse linee: Jubilee, Northern, Hammersmith & city, Circle e Bakerloo.
A votazione, decidemmo per la Bakerloo, la nostra destinazione sarebbe stata Piccadilly Circus.
Non esistono parole per spiegare lo spettacolo che trovammo appena fuori la fermata di Piccadilly e non posso descrivervi su un semplice foglio il nostro stupore: insegne colorate illuminavano a giorno la fontana con la statua di Eros in cima.
Una comunità di persone di colore stava intonando i propri canti sul marciapiede mentre una miriade di persone popolava quel luogo.
Un’insegna illuminata stava appesa ad un palazzo poco più in là: era composta da semplici lettere illuminate che indicavano il London Trocadero.
Attirati dal gran numero di persone che c’erano davanti all’ingresso, ci dirigemmo qui.
A darci il benvenuto un grande negozio di caramelle a destra e uno di vestiti a sinistra e, giusto qualche metro dopo, il grande corridoio diventava un atrio circolare da cui partiva una scala mobile per i piani superiori. Salimmo ma giusto il tempo di una rapida occhiata: era mezzanotte meno cinque di una domenica sera, di lì a pochi minuti la stazione avrebbe chiuso.
Uscimmo di corsa dal Trocadero, arrivammo alla stazione ma ci avvertirono che l’ultimo treno era già passato.
Cosa fare?
- You could take a bus.
Certo, potevamo prendere un autobus!
Ci avvicinammo alla fermata e iniziammo a leggere. Non ci era molto chiaro quale autobus prendere e, soprattutto, quando sarebbe passato.
L’ultimo (e anche il primo) autobus che avevamo preso non ci eravamo soffermati molto a controllare dove andasse o come capire sulla tabella orari e fermate.
Mentre cercavamo di capire cosa fare, si avvicinò a noi un uomo.
- Siete Italiani?
Annuimmo.
- E dove dovete andare?
Ci spiegò che dopo una certa ora molti tra gli autobus regolari non passavano più, noi avremmo dovuto prendere un notturno (indicati nella tabella con una “N” davanti al numero). Lui, comunque, ci avrebbe accompagnati fino al capolinea e da lì avrebbe chiesto all’autista quale altro autobus avremmo potuto prendere per arrivare al nostro hotel.
Lo ringraziammo e, chiacchierando, aspettammo di giungere al capolinea, la stazione di Hammersmith, dove ci indicò quale altro autobus prendere e ci salutammo.
Fuori dalla zona centrale Londra era deserta, tranne che per qualche pub un po’ troppo affollato.
Devo ammettere che stavo iniziando ad avere un po’ di paura e fui molto contenta quando vidi l’insegna del nostro hotel.
Per il giorno seguente l’hotel aveva organizzato un autobus che ci avrebbe portati a Cambridge, distante circa un ora e mezza da Londra.
Il tempo non era stato così clemente come il giorno precedente: pesanti nuvoloni grigi coprivano il cielo di Londra e portarono, a sprazzi, qualche fastidioso acquazzone.
L’autobus ci lasciò poco distante dal centro della città, ci incamminammo a piedi. Seguimmo la guida attraverso i vari college e laboratori ma, ciò che mi colpì più della maestosità degli edifici, sedi di importanti e prestigiosi college, fu la semplicità di certi piccoli cimiteri che giacevano a lato o dietro piccole chiesette: poche lapidi di pietra con un nome inciso, quasi cancellato dal tempo, tenute in ombra da alberi che stavano lì da chissà quanto tempo.
Le effigi si leggevano a difficoltà, le date incise appartenevano al XIX° secolo.
Un paesaggio che avevo visto solo nei film, qualcosa che mi fece rimanere senza parole e che volli immortalare in alcune foto.
La passeggiata in barca, ecco un’altra particolarità di Cambridge.
Attraverso il fiume, ammirare i college circondati da ampi parchi e rilassarsi mentre gli uccellini fischiettano sui rami degli alberi vicini e le anatre fanno a gara con la tua barca per testare chi va più veloce.
L’ora sul fiume passò troppo in fretta e, dopo qualche ora di shopping, ritornammo in hotel.
La meta di quella sera era Tower Bridge.
Nei giorni di settimana la metro chiude all’una quindi orologi e sveglie puntate a mezzanotte e mezza per evitare il rischio di perdere di nuovo l’ultimo treno.
Uscendo dalla stazione di Tower Hill, sulla District e sulla Circle, ti trovi davanti la torre di Londra, prigione di molti personaggi celebri della storia, Guy Fawkes o Edward V, giusto per fare alcuni nomi e luogo in cui sono custoditi i gioielli della corona.
Andando di sera non se ne può visitare l’interno, ma lo scenario merita.
Pochi passi più in là, illuminato a giorno da una miriade di riflettori, il Tower Bridge si erge sul tranquillo scorrere del Tamigi.
Le luci che illuminano le torri e ogni tratto del ponte, rendono questo spettacolo veramente suggestivo; sì, visitare quei luoghi la sera è stata sicuramente la scelta più giusta che abbiamo fatto.
Senza perdere di vista l’ora, ci fermammo ad immortalare quei luoghi e gli immensi palazzoni di vetro, anch’essi illuminati, che fanno da contorno al ponte per poi tornare alla stazione e al nostro hotel.
Mi perdonerete se tralascio il racconto degli altri giorni e mi soffermo solo su un’altra meraviglia di Londra: la torre dell’orologio.
Se dovessi trovare una parola per descriverla sceglierei la parola inglese “wonderful”, meravigliosa.
Una torre immensa, con colori brillanti che si erge spezzando la monotonia del cielo, solitamente grigio, circondata da un edificio stupendo di stile neogotico qual è la Casa del Parlamento.
I rintocchi del Big Ben riecheggiavano ogni quarto d’ora e somigliavano così tanto ai rintocchi della campana della piazza del nostro paesino che per qualche secondo mi risentii a casa: nulla di particolare nei suoi rintocchi, il solito e comunissimo “don don”.
E poi… Beh, e poi il viaggio verso Gatewick, la grande autostrada a tre corsie con sensi di marcia diversi, rispetto all’Italia, i cartelli in Miglia e gli avvertimenti nell’unica lingua inglese, fino all’aeroporto.
Eravamo quattro diciottenni con tutto ciò che ci serviva per goderci Londra, e ce la siamo goduta, vivendo il viaggio che sognavamo da quando eravamo solo bambini.
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