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Il Cammino dei Giganti

di cinquevocali Contatta l'autore

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Ci sono due pareti di fronte a me: sullo sfondo le rocce marroni della costa, lanciate verso l’alto e, a dividerci, una cortina di pioggia vaporosa, a cui il vento cambia continuamente direzione.
Mentre la carovana avanza, io rimango indietro, con in mente il luogo comune secondo cui in Irlanda la pioggia cade senza preavviso, sostituendosi in un attimo al sereno o persino senza che il sole esca di scena; in Irlanda piove senza che la logica possa dire la sua.
Immobile, osservo la pioggia avvicinarsi come un sipario e calarmi addosso, mentre la colonna di turisti dalla quale sono ormai slegato, come una compagnia di trasformisti, con movimenti rapidi si ricopre di mantelli impermeabili e si mette ad osservare me al posto dell’Irlanda. Io, al centro della scena, vengo assorbito dal vespaio d’acqua, senza muovere un muscolo e, fradicio, mi avvio per ricongiungermi al gruppo. Tutti, eccetto me, si chiedono perché non mi ripari in qualche modo dalla pioggia. Io no, non me lo chiedo. E non perché lo sappia, ma perché non è così importante domandarselo. Pecora grigia nel gregge multicolore degli impermeabili, penso che bagnarmi di pioggia irlandese sia la cosa più rispettosa possibile da farsi in Irlanda. Così, in cammino lungo la scogliera vulcanica, viaggiamo. Una serpente arlecchino che vuole arrivare alla fine della costa.
La pioggia diminuisce e scompare, il sole rende asfissianti gli impermeabili e il rettile cambia pelle. E pieno di italiani e spagnoli, che sono venuti a vedere con i propri occhi il Cammino del Gigante, il Giant's causeway:
la leggenda dice che due giganti, uno scozzese ed uno irlandese, volessero scontrarsi fra di loro e che così Finn McCool (l’irlandese) avrebbe costruito una strada di pietre per arrivare fino alla Scozia, dove il suo avversario Benandonner lo stava aspettando. Pare però che quest’ultimo fosse assolutamente enorme, persino per un gigante come Finn: per evitare lo scontro e sbarazzarsi del suo avversario, quest’ultimo si fece coprire dalla moglie con un drappo e quando Benandonner lo venne a cercare, questa disse che sotto la coperta c’era il figlio di Finn. Il gigante scozzese rimase impressionato, pensando che se un lattante aveva quella dimensioni, il padre doveva essere assolutamente gigantesco, e se ne torno di corsa in Scozia, distruggendo il selciato per evitare di essere inseguito.

Dopo una lunga camminata arriviamo alla costa vulcanica, passando fra rocce umide e negozi di souvenir, e il cordone di uomini si srotola per vedere il Cammino del Gigante: centinaia e centinaia di pietre esagonali formano un pavimento che il mare inghiotte e abbandona ritmicamente, lasciandolo lucido e simmetrico. Si produce uno strano silenzio: questi tronchi di pietra infissi nel terreno, che la leggenda descrive come il selciato adatto solo ad un popolo mostruoso, ci stupiscono meno di quanto ci saremmo aspettati. Meno di quanto volevamo, meno di quanto era pubblicizzato dalla guida, dai racconti popolari, dalle foto. Un cammino per giganti che non ha proprio nulla di gigantesco, di titanico.
Mi si avvicina un milanese che ha voglia di chiacchierare e che ha evidentemente capito che parliamo la stessa lingua. Mi dice che è rimasto terribilmente deluso, che non c’è niente di irlandese in tutto questo. E a me viene da ridere: siamo in Irlanda, ogni pugno di terra che calpestiamo è irlandese, ma l’atmosfera…l’atmosfera effettivamente no. Dov’è quell’aria di festa irish, dove sono i quadrifogli e le donne efebiche e dai capelli rossi? E la birra, quella scura, ma non era un nettare? Ci confessiamo vicendevolmente che quella birra non ha il sapore che ci aspettavamo. Forse, semplicemente perché ne ha uno.
Forse perché erano le aspettative ad essere troppo elevate e, mentre guardo le facce dei miei sconosciuti compagni di viaggio, il viso deluso del milanese e di quel gruppo messosi assieme involontariamente seguendo la guida alla biglietteria, penso che il viaggio, in realtà, è proprio questo: “andare a vedere”, come scrisse Fosco Maraini, uomo che sapeva mescolare meravigliosamente le carte geografiche a quella da lettere. A vedere se le cose sono come ce le hanno raccontate, a vedere se esistono davvero, se sono meravigliose o mediocri, che sapore e odore hanno. Per capire bagnandosi cosa significa camminare in un Irlanda dove piove e fa sereno in un minuto, per vedere con delusione un cammino che si diceva fosse adatto alle passeggiate di un gigante, per sentirsi stranieri e capire che lo si è davvero, ma non capirne il motivo.
Rimaniamo in adorazione del niente e, dalle espressioni, sono certo che molti si sentono delusi, come se tutti noi avessimo assistito all’esibizione di un prestigiatore che svela per sbaglio il suo trucco. Volevamo essere ingannati, la realtà è diversa. Preferivamo sapesse di più di Irlanda, quest’Irlanda qua. Nel silenzio, mi rendo conto che non siamo partiti per l’Irlanda, ma per la nostra idea di Irlanda, come se fossimo partiti per il Regno di Oz, o per Avalon, per l’Isola che non c’è. Ritrovandoci invece con stupore su un’isola che c’è.

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