l'isola dell'amore di cui ti innamori
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“Voglio viaggiare. Voglio viaggiare per tornare ogni volta a casa con la consapevolezza, sempre maggiore, che vale la pena vivere per un semplice sguardo.
Voglio vedere l’alba a New York, quando la città smette di respirare e inizia la corsa frenetica alla ricerca di una ragione, anche piccola, per continuare a correre.
Voglio vedere la stessa alba in un paesino nascosto tra le alpi svizzere. Lì voglio vedere il volto di un vecchio contadino accarezzato dal vento gelido e le mani grandi e forti che timidamente risvegliano la terra.
E voglio vedere un tramonto. Lo voglio vedere in India, Marocco, Egitto, Turchia…
I miei occhi accarezzeranno il mondo, ne ruberanno l’anima, con la promessa di restituirla un giorno al cuore di un povero cieco.”.
I miei pensieri sono arrivati lì, dal sommo poeta; ho mē horōn, colui che non vede. Ne sono sicura. La mia anima, ancor prima del corpo, lo aveva raggiunto tra le sinuose rocce dove aveva scelto di morire.
Omero, il cieco, mi aspettava seduto tra le salmastre pietre del suo cenotafio con gli occhi rivolti al cielo per permettere alle stelle di accarezzare gli ornamenti del suo volto. E così, avvolti nel manto nero, respirammo la magia della notte di Ios e mi lasciai cullare tra le sue verità fino alle prime luci dell’alba.
Ho pensato a questo sogno ogni giorno per tre mesi fino a quando, confusa e un po’ impaurita, iniziai il mio viaggio verso l’isola dell’amore.
Mentre la nave attraversava l’Adriatico, intento ad accarezzare le coste della penisola balcanica, il buio era padrone assoluto. Distesa sul ponte gelido, avvolta in una coperta che faticosamente e invano tentava di coprire la mia pelle chiara, guardavo le stelle, custodi di troppi sogni; loro che, incuranti del mondo, ostentano la loro bellezza, consapevoli e orgogliose di non essere come me. Loro, che raramente si concedono ai nostri occhi in tutto il loro splendore. Loro, che ci illudono con la speranza di un sogno. Loro, che decidono loro.
Arrivata a Patrasso ripresi immediatamente il viaggio verso il Pireo e soltanto dopo mi soffermai a meditare sulla città di passaggio. Sguardi veloci la percorrono dal finestrino di un taxi in corsa e nessuno pare interessato a conoscerne la storia. Mi sentii in colpa per essere stata altrettanto superficiale e nominai Patra “ la città incompresa”.
Tutt’altro il Pireo. La città si sveglia all’alba come se stesse aspettando, nascosta dietro una porta, il permesso di mostrarsi al mondo. Le navi partono cariche di desideri e anch’io m’imbarcai con il mio nascosto nella tasca destra della giacca.
Un’altra notte passata in compagnia delle stelle e di quel sogno che ormai occupava perennemente i miei pensieri. Ora passavo le ore ad immaginare quali lineamenti avessero caratterizzato il volto del poeta. Era realmente esistito? E cosa aveva trovato sull’isola di Ios? Sicuramente non quello che trovai io! Non ebbi il tempo di posare i piedi sulla terra ferma che fui assalita da una folla di affitta camere e, per mia fortuna, ne trovai una poco distante sia dal porto che dal villaggio (Chora). Mentre seguivo la padrona di casa che mi illustrava a grandi linee la zona, rimasi colpita dalla calma e dal silenzio in cui si muovevano i nostri corpi. Riuscivo a sentire i nostri respiri e il passaggio del vento tra i capelli. Ebbi quasi il dubbio di aver sbagliato isola; era deserta.
Sistemai le mie cose e scesi subito in spiaggia. Ciò che ora avevo davanti agli occhi aveva qualcosa di surreale: un azzurro vivo dai mille riflessi bagnava cristalli dorati che si rincorrevano freneticamente sotto la spinta del vento. Mentre osservavo questo spettacolo della natura iniziai a sentire un rumore lontano che d’un tratto arrivò alle mie spalle. Una folla di ragazzi con i loro motorini aveva invaso le strade del paese e, sempre più velocemente, i colori del cielo e della terra mutavano al ritmo di musica. La loro musica.
Arrivata la notte Ios non era più la stessa. Tutto ciò che solo poche ore prima pareva la natura di quel piccolo angolo di terra bagnata dal mar Egeo, aveva lasciato il posto ad altre meraviglie. Fiumi di carne e tacchi a spillo invasero le strade ed ovunque la gente rideva e scherzava, rumorosamente e senza riserbo. Nei locali che si rincorrevano nel labirinto delle strade di chora, i corpi si mostravano, si cercavano ed ora ad essere padrone della notte era la libertà. La razionalità mi è sempre stata compagna fedele, ma quella notte fui io a tradire lei. Quei ragazzi, quella musica e i bicchieri straboccanti di alcool, fino ad allora simbolo di perdizione, mi mostrarono le meraviglie dell’istinto e dell’abbandono. Ora vedevo cose che da sempre ignoravo, riscoprivo un altro modo di stare con gli altri, osservavo ma non giudicavo. Ora non vedevo, sentivo. Sentivo i cuori battere forte, sempre più forte, in centinaia di corpi accarezzati dall’argento della luna. Sentivo il sangue caldo pulsare nelle vene e la voglia di vivere che attraversava i corpi come una scarica elettrica, dal primo all’ultimo, per arrivare infine lassù, nel cielo, dritto verso il sole che usava quell’infinita energia per illuminare nuovamente la terra. E così si rincorrevano, la notte e il giorno, in un susseguirsi di luci e colori d’ogni tipo.
Aspettai l’ultima sera per tornare da lui. “Ho capito” gli dissi “ora so cosa raccontare. Ora so che non importa vedere, ma sentire”. Lui sorrise e restammo così, sulla costa nord della splendida isola dell’amore e guardare la nuova notte che si svegliava.