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Ogni isola greca è diversa, ha una sua essenza profonda, una sua natura, uno spirito autentico e nascosto con cui entrare in sintonia, un dio, un genius loci che la governano assecondando i propri capricci; bisogna avere pazienza, a volte, bisogna saper aspettare, guardare, ascoltare, annusare, svoltare l’angolo della via principale, lasciarsi andare, perdersi, grattare piano il bianco muro calcinato di una casa, scorrere tra le dita un po’ di terra arida e polverosa per vedere sgorgare una goccia di linfa vitale, il sentore di un umore profondo.
Kàrpathos, buttata da una raffica il meltemi ai margini dell’Egeo e del Dodecanneso, rimasta incastrata tra le perle di Rodi e Creta, è scontrosa, capricciosa, mutevole, instabile, diffidente, ventosa, inospitale, brulla: il mare la circonda ma la sua essenza è montana, i suoi villaggi voltano ostentatamente le spalle alla costa preferendo rimanere scomodamente aggrappati alla sommità delle cime, in bilico su profondi burroni, seminascosti tra i cumuli che rimangono impigliati sulle vette della catena montuosa che l’attraversa tutta. Kàrpathos è rimasta per secoli praticamente divisa in due: a sud la zona più pianeggiante dove sorgono l’antico capoluogo dell’isola, Aperi, e l’attuale, Pigadia, che seppur essenzialmente moderno ha un certo fascino, costruito in fondo ad una lunghissima baia di piccoli ciottoli lungo la quale i grossi complessi alberghieri non hanno ancora fatto la loro comparsa; a nord, protetta da cime che raggiungono i 1200 m ed accessibile solo con piste di terra battuta, la zona con le spiagge più belle ed i villaggi montani. Cedendo per una volta alle lusinghe del viaggio organizzato ci siamo imbarcati una mattina da Pigadia per raggiungere via mare il porticciolo di Diafani e da li, in autobus, il villaggio di Olympos, fermo da secoli nel suo isolamento, in fondo all’impraticabile strada sterrata a strapiombo sul vuoto che solo da qualche anno lo collega al capoluogo. Secoli di scorribande di pirati, di invasioni, di deportazioni e di stragi avevano convinto gli abitanti del porto di Diafani a ritirarsi verso l’interno, in un luogo difficilmente accessibile dove poter continuare a raccogliere il grano, a cuocere il pane, a celebrare le feste, ad adornare le case di piatti, di merletti, di oggetti cari. Dagli inizi del 1400 le case, i forni, le chiese, i mulini, sprezzanti del resto del mondo e del “progresso” rimangono abbarbicate sul lato più impervio della montagna alla quale terrazzamenti riempiti con terra di riporto strappano i frutti per il sostentamento. Ancora oggi, vedendo Olympos apparire dietro una curva della comoda strada che lo collega a Diafani si ha l’impressione di vedere un miraggio creato dai raggi del sole che riscaldano la terra, con le facciate delle sue case sui toni del giallo e del marrone che si confondono con il monte e la leggera foschia che lo avvolge per gran parte della mattinata. Tra le sue strette stradine figure di donne in nero si muovono discrete calzando ancora gli stivali tradizionali realizzati artigianalmente in paese. Vicino alla chiesa principale, ci attira un piccolo cartello dipinto a mano all’entrata di un ouzieri: decine di foto appese alle pareti, un piccolo bancone di legno sul fondo, sedie e tavoli spaiati….entriamo ed ordiniamo un dolce locale, dei caffè alla greca, dell’acqua. “Sofia!” Il signore baffuto appoggiato al bancone del suo locale lancia una voce dalla finestra a rotolare lungo le impervie discese, a rimbalzare sui gradini delle strade; da lì a poco arriva quella che supponiamo debba essere sua figlia che mescola in una ciotola di moplen blu acqua e farina fino a formare un impasto morbido ed omogeneo che finisce a cucchiaiate nell’olio bollente; ad aspettarlo all’uscita dalla padella l’abbraccio ambrato del miele mescolato alla cannella in polvere ed una pioggia sottile di semi di sesamo; sono pronti i lokoumades che abbiamo ordinato, preparati al momento, solo per noi. “Feminile, feminile……” L’unico avventore del locale sorride appena ripetendo sottovoce una parola carpita dalla nostra conversazione, ripescata nell’angolo di memoria dove era rimasta nascosta, tra le pagine di un libro di italiano con i fasci littori in copertina. A pochi metri dal locale c’è la scuola elementare costruita dagli italiani durante il periodo di occupazione dell’isola, prima dell’ultima guerra mondiale, ai tempi dell’impero fascista, dove l’anziano è stato costretto ad imparare la nostra lingua che ancora oggi non ha completamente dimenticato. Stefano gli chiede timidamente se gli italiani si fossero comportati bene durante l’occupazione, se, come ci piace pensare, siamo veramente “italiani, brava gente”; “in guerra è sempre tutto brutto”, risponde lui dopo un’alzata di sopracciglia ed un leggero scuotere del capo per ritrovare dal passato le parole giuste, ed infine sorride ancora. Lo salutiamo, fugace apparizione così capace di toccare con semplici gesti e parole il nostro essere così disabituati a vivere in maniera autentica. Usciamo e, svoltato l’angolo di una casa, ci sorprende il mare. Lo avevamo quasi dimenticato quassù quel mare che visto da Olympos diventa un elemento accessorio: né una minaccia né un’opportunità come deve apparire a chi, sulla costa, vive di pesca, né paesaggio o sfondo, né luogo dove andare o da cui venire, solo un elemento naturale con cui convivere, come aria da respirare, terra su cui camminare, fuoco con cui scaldarsi. Lungo il litorale orientale si susseguono lunghe spiagge e piccole calette gettate capricciosamente lungo una costa impervia, spesso accessibili solo via mare; tra queste quella di Achata, la più vicina a Pigadia, quella di Kira Panaghia, ritratta su tutti i cataloghi dei tour operator che solo da qualche anno hanno scoperto questa destinazione, e quella bellissima di Apella, dal mare caraibico e con una pineta alle spalle. Sulla costa occidentale le ampie e comode baie di Arkassa e Lefkos aspettano solo di essere riempite di alberghi e residence, strappate definitivamente a quell’atmosfera un po’ aspra, di distanza dal resto del mondo che si respira ovunque. Con la moto presa a noleggio percorriamo a lungo le impervie strade dell’isola prima di trovare quiete su una spiaggia o all’ombra di una chiesa dalla cupola dipinta di marrone o di blu, inseguiamo il buio disegnato sull’asfalto o, più spesso, sulla terra battuta, da una nuvola che, sospinta dal vento, ha momentaneamente coperto il sole quasi a voler gettare un’ombra su una felicità troppo perfetta, troppo dolorosa da perdere; i nostri corpi si piegano nelle curve, a sfiorare gli arbusti che scorrono lungo la strada, cercando di indovinare la direzione e l’intensità del prossimo colpo di vento per non esserne sorpresi, si infilano repentini nei rari momenti di bonaccia, si lasciano incipriare da un sottile velo di polvere. Le sfacciate bouganville, esplose come fuochi d’artificio sulle facciate delle case con i bianchi ed i rossi dei loro fiori, regalano ai nostri ricordi piccoli fiammiferi di colore e di calore da accendere e far durare al ritorno a casa, durante i lunghi, bui inverni. La luce del sole ora disegna minuziosamente un paesaggio, ora lo cela nell’ombra, ora lo ammanta di leggera foschia; nel crepuscolo, fa suoi i rossi e i bruni della terra e li getta in mare a scompigliarne i mille blu diversi sui quali il vento disegna striature bianche; la sera, seduti davanti a un tavolo con sopra una bottiglia di retsina, del pane, un’insalata, del formaggio, i sensi si appagano dei profumi e dei sapori forti delle spezie e delle erbe; la notte, poi, il semplice gesto mille volte ripetuto di fermare la moto, spegnere i fari, togliere il contatto del motore svela la semplice ma straordinaria magia del silenzio che suona e del cielo che si accende di stelle.
Tra i negozi di souvenir di una strada del centro c’è una strana cartolina, diversa dalle altre; è la foto di una nuvola, un sottile, etereo cirro estivo, fissata per sempre nell’attimo fuggente in cui ha assunto la forma stessa dell’isola; è il ritratto più fedele, forse l’unico possibile, di Kàrpathos.
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