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“…il viaggio è già passato/è un modo di guardare” (R. Vecchioni)
26/11/2003 – • h.17.30 circa (ora di Dublino). Quando viaggio lo faccio sempre in modo un po’ dimesso, defilato: non osanno la méta con entusiastici panegirici, non mi galvanizzo a dismisura nell’attesa. Rimango sospeso di una strana frenesia di curiosità, timore, impaccio. Non pretendo mai chissà cosa dalla mia destinazione, non pianifico troppo cosa vedere e cosa fare: le cose verranno da sé, un po’ a caso, sperando in bene.
Eppure stavolta è diverso, col Doc-anfitrione che sciala e di riflesso me la godo pure io al suo seguito, capitatogli un po’ tra capo e collo in questa avventura irlandese.
Ci siamo imbarcati per un volo di due ore e mezza diventate magicamente una e mezza col trucco del fuso orario… un volo sereno ma purtroppo vicino all’ala: poca visuale per il mio stupore da seconda trasvolata ancora ricco di curiosità e di voglia di osservare, scrutare, rompermi gli occhi in un enorme “aguzzate la vista” a 20.000 metri d’altezza. Fino a che le nuvole non hanno lasciato spazio che all’immaginazione.
Siamo partiti con quella pioggia grigia e raschiante di vapori asfaltati tipica di Milano e arrivati con un ottimo sole. Alcune preoccupazioni in partenza e in atterraggio dovute a qualche turbolento vuoto d’aria che ci sballotta tra le nubi.
Non appena arrivati eccoci a bordo di una Clio giallo metallizzato. Il conseguente viaggio in macchina è stato perlomeno balzano per via della guida a sinistra. E non tanto per me, che me ne sono stato seduto buono buono a sinistra senza volante, ma per il Doc che all’inizio ha avuto parecchi problemi logici, logistici e oculo-segmentari con la guida. Ce la siamo cavata con un marciapiede preso in una curva veloce e una sola macchina parcheggiata mancata per un pelo previo un mio tuffo provvidenziale sul volante… anche se ci siamo persi un po’ per le varie superstrade dublinesi tra tremende code per lavori in corso e riaggiustamenti vari di corsia con Francesco che non sempre riusciva a mantenersi nelle righe.
E ora eccoci qui in albergo a Bray, a 20 km a Sud di Dublino. Non ci andavo da 6 anni in un albergo! E invece eccomi qui, dopo estati di campeggi e notti spartane in Berlingo, in un ottimo 3 stelle. L’unica stonatura è questo stile pseudo-pacchiano e finto-tronfio da Sheraton dei poverissimi: tutto moquettato di rosso con inserti giallo oro, tappezzerie giallo ocra, tutto ottonato, letti in stile neoclassico di legno con stampati a decalcomania quelli che dovrebbero essere intarsi, ecc.: in pratica uno stanzone con un matrimoniale e due singoli, pesanti tendaggi rossi dai motivi baroccazzi alle pareti, uno scrittoio e una poltroncina. C’è anche il bollitore, che a quanto pare qui non può mai mancare, una specie di minimo sindacale di decenza inglese.
Abbiamo passato la serata per le strade deserte di Bray con un vento gelido da affettare le orecchie alla ricerca di un ristorante greco-cipriota segnato sulla guida per poi scoprirlo chiuso (è chiuso quasi tutto, siamo in bassissima stagione!) e ripiegare in un ristorante vegetariano dove abbiamo concluso la nostra giornata con una “Soup of the day” (nome irlandese per definire un po’ di Pummarò Star scaldata in una scodellina) e due piatti (stavolta buonissimi e particolari) fatti di verdure, formaggio e aromi cucinati in modo divino e appetitosissimo. Per non parlare della torta finale al cioccolato farcita al Bayleis: una delizia assoluta che ci siamo spazzolati fino all’ultima briciola.
• 27/11/2003 Deve ancora albeggiare. Ci siamo alzati due ore prima perché ho fatto male i conti di fuso orario (“In Italia sono un’ora avanti, quindi c’è da puntare la sveglia un’ora prima”). Sveglia alle 5.45 quindi, ma ormai il danno è fatto…
Pensiamo a oggi piuttosto, alla fame che già ho e alla super colazione che mi aspetto di fare. E pensiamo anche un po’ a questo letto sul quale sto scrivendo che ha due cuscini altissimi uno sopra l’altro, manco c’avessi il collo mansardato.
h.19.30 Dart di ritorno da Dublino a Bray. [NOTA: ho notato ben tre persone che leggevano “1984” di Orwell… sarà l’effetto “Grande Fratello”, che se ben ricordo i racconti del mio amico Massimo qui è alla prima edizione.] Oggi ho finalmente potuto vedere la città un po’ meglio, è “tipicamente irlandese” come se la immaginerebbe uno dal di fuori, anche senza esserci mai stato: il fiume, i ponti, i pub, mattoni rossi un po’ ovunque, gli edifici neoclassici, i parchi, ecc. ecc. In complesso un po’ anonima, poco entusiasmante agli occhi, forse più da vivere che da guardare. O così mi è parso.
Bei sobborghi precisi precisini lungo la Dart. La baia petroleo-ghiaiosa tra Bray e Howth con l’acqua bassa, la sporcizia e lo strano sodalizio tra le cornacchie e i gabbiani nelle pozzanghere di acqua salmastra. Orario da scolaresche: Ragazzine con giacca e gonna verde/divisa della scuola. Qualcuna di loro per distinguersi indossa qualcosa di griffato sopra a tutto.
Pian piano “l’anonima Dublino” mi è scivolata addosso: Temple Bar e i suoi pub tipico-commercial-turistico-fighetti, il bistrò dove abbiamo fatto merenda con la cioccolata annacquata con i marshmallow (qui son pieni di patate ma a quanto pare ignorano che esista la fecola), il pranzo con tagliatelle ai funghi non male vicino a Grafton Street, una visita al Trinity College e al Book of Kells, il castello, la Chester Beatty Library, il parco di St. Patrick, il Millennium Spire… le cose viste a Dublino fino ad ora mi sono sembrate più che altro dei nomi, dei pretesti, delle impalcature comunicative secondarie per cose mediocri da mostra temporanea… altro che 7,50€ di biglietto per vedersi due pagine di libro miniato allestite manco fosse la sacra sindone…
Oggi ho visto un sacco di roba ma poco o niente mi ha emozionato davvero. Come se ci fosse il richiamo di qualcos’altro. Come se l’Irlanda fosse altrove. Ma dove?
h. 21.00 circa. Non che Dublino mi abbia lasciato insoddisfatto… solo piuttosto apatico, insensibile, senza emozioni particolari. Non so perché. O forse sì, almeno un po’.
Questo viaggio è diverso da qualsiasi viaggio abbia mai fatto. Non che non avessi voglia di venire, anzi. Sarebbe stato pazzi perdere una simile occasione. Solo che mi sto accorgendo che questo viaggio non mi appartiene. È di Francesco. Io sono quello da ostello, da conteggi centesimali, ecc. e non è solo questione di squattrinatezza cronica: è spesso un altro modo di vivere le cose. Francesco non si cura molto di quello che succede, e io sono una specie di sostegno spirituale, di tour operator, di navigatore satellitare, di traduttore universale, di consigliatore generico. Tutto questo in un compatto spilungone scanzonato dalla bella presenza da portarsi dietro.
A volte penso se non sembriamo uno zio con suo nipote.
h.00.00 circa. Scrivevo appena poche righe fa che l’Irlanda era qualcosa che non avevo ancora scoperto, che stava altrove. Chi l’avrebbe mai detto che l’avrei trovata letteralmente dietro l’angolo nella strada qui a fianco di questo bijoux da ricchi mezzatacca del Royal Hotel… Siamo tornati stanchi. Abbiamo cenato per un pelo qui in albergo (funghi fritti con salsa, insalata di trota affumicata, bisteccona dura e “nerventa” per ben 4 € di poco mangiabile sovrapprezzo, contorno di verdure lesse).
Poi siamo usciti per bere una pinta di Guinnes. E qui dietro, proprio in questo posto provincialotto e balneare pieno di negozi e fast-food che è Bray, abbiamo scoperto un segreto: un locale che è solo un’insegna su una spessa porta di assi. Un po’ “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”. Noi entriamo. Dentro c’è un altro mondo: sembra un ritrovo di minatori degli anni ’60, ma l’effetto non è affatto kitsch ma quasi reale… e questo mi spiazza come non mai. Non tanto per l’arredamento grezzo e legnoso pieno di oggetti da miniera, di foto e documenti di inizio secolo incorniciati qua e là nella luce fioca, quanto per la gente…
Ci sono tanti vecchi, ma anche una buona parte di giovani, tutti riuniti e assorti nel fumo continuo e nella birra che scorre a fiumi. Signore che potrebbero essere le nostre mamme o nonne o zie che se ne scolano almeno due o tre senza problemi, magari intercalandole con qualche punch. Insieme a tutto questo ci investe la musica che da fuori non si sentiva, se non forse come lieve ronzio lontano filtrato dallo spesso portone.
C’è un tavolo. Un microfono ci spenzola sopra. 5 uomini son lì seduti: 2 banjo, 2 chitarre, un bodhram (uno strano tamburo che si suona con un tozzo pezzo di legno).
Sembra di essere arrivati nel mezzo a una festa da osteria come da noi non ne esistono più. Una specie di sogno deviato di un Fellini apocrifo irlandese. Ho paura d’essere di troppo, di disturbare, di rompere un equilibrio atmosferico fragile di perfezione assoluta in cui galleggia questa microrealtà che in fondo È l’Irlanda.
Ordiniamo due Guinnes [non mi scorderò mai la sua schiuma pastosa quasi da mangiare e la sua densità amara ma nello stesso tempo saporita e gustosa], andiamo a sederci tra gli altri. Nessuno ci guarda troppo, tutti gli occhi sono sui 5 instancabili fenomeni musicali lubrificati a birra che per tutta la sera attaccheranno un pezzo dietro l’altro senza stancarsi mai.
Lì dentro ho afferrato un universo, una bolla atemporale cristallizzata di una realtà assolutamente locale, genuina, intima, vera. Un segreto svelato, scoperto senza volerlo e per questo incredibilmente grande, da conservare forte. Come assaporare un ricordo che non conosci che sa di passato, di osterie, di ubriaconi, di risate sguaiate, di tipi “tipici” da pub come quello che ti stringe la mano e ti saluta col giaccone di lana sdrucita a scacchi neri e verdi o come il vecchio con la faccia infortunata come se avesse preso un calcio da un mulo o sia rimasto schiacciato da una pressa quand’era giovane.
E lì dentro hanno una luce strana anche i visi dei giovani, che ascoltano attenti e ridono e bevono come faccio io. Io che per tutta la sera ho seguito il ritmo con le dita tamburellando sul il mio sgabello, nell’estremo sforzo di capire quelle parole che suonavano di malinconia, di tristezza, ma anche d’amore, di desiderio, di rivalsa, di voglia di essere felici. Irlandese tra gli irlandesi, almeno nel cuore, nonostante i miei capelli e occhi scuri. Assecondare l’impazzire ipnotico di questa musica che rimbalza forsennata e si adagia piano, che appare greca e sarda e mediorientale allo stesso tempo ma in fondo rimane semplicemente folk irlandese. Non volersene andare mai, se non fosse che il Doc è davvero stanco. Andare allora a dormire con questo tesoro imprevisto nella testa, con Francesco qui a fianco sverso solo per una pinta e cotto dalla giornata. Pensare a cosa sarebbe stato vivere tutto ciò anche con gli altri che son rimasti a casa.
Un pensiero fugace a casa e al mio male che non voglio scrivere. Out.
• 28/11/2003 pomeriggio. “Seats are not for feet” (targhetta sui sedili del metrò).
Sono sulla Dart. Sto andando da solo a Dublino. Oggi sveglia alle 8, giusta finalmente. Subito in macchina e verso Glendalough dopo aver chiesto informazioni al posteggiatore dell’hotel (che sembra Giovanni Rana)(con la voce e l’accento di Dan Peterson).
Un po’ per destino e un po’ per errore non prendiamo la superstrada, bensì uno stradino tra le montagne. Interi chilometri di nulla appiccicati alle nuvole. Fantastico.
E ora a tutti quelli che mi parleranno della “verde Irlanda” potrò rispondere che no, che la mia Irlanda è più che altro rossa. Rossa di intere vallate cosparse di felci seccate, di foglie cadute, con qualche sassone che spunta come da un mare.
Riempirsi gli occhi di nuvole che corrono e di paesaggi marziani da Ray Bradbury.
Il verde c’è, ma non è quello “abbagliante” citatomi dalla Ale in una mail letta ieri di corsa all’Internet point, è un verde asfittico, fienoso, o scurissimo degli abeti. C’è questo senso d’infinito che ti spacca dentro da morire. Sentirsi nulla, perdersi e annegare nel paesaggio. Solo questo. Con questa strada tutta salti e sbalzi senza incroci che continuava per miglia e miglia senza incontrare niente e nessuno. Con la voglia di fermarmi nel nulla e stare ore a guardare il cielo con i miei pensieri. Ma Francesco non aspettava altro che la fine di questa maledetta strada dissestata e stretta. Mi sono messo a fare foto dal finestrino sobbalzante per cercare di portarmi via qualcosa che non fosse solo un paesaggio incredibile scomparso per sempre in un lampo d’occhi.
Glendalough si è rivelata una bellissima mèta, una lama esatta di felicità e stupore a trapassarti il cuore. Mistica, celtica, che sa di antico. Con un cimitero di lapidi sconnesse e logore che mi riporta alle tombe del ghetto ebraico di Praga. Un lago e poi un altro, in fila. Il Doc ha mal di testa e non ne può più. Mi sa che è rimasto deluso di aver fatto tutta questa strada “per così poco”.
Eppure a me sembra, come ieri sera, di aver trovato un altro incredibile tesoro… e non tanto qui a Gledalough (che per quanto bella, così plumbea e solitaria, già me la immagino in estate piena di pullman di scolaresche e di famigliole vocianti) quanto proprio per quella strada aliena e mozzafiato.
Un giro al cimitero, la chiesa, la torre, il lago. Poi un Aulin e via.
Vorrei tanto spingermi sempre più giù o a ovest senza mèta per queste montagne incredibili ma Francesco è stanco. Torniamo indietro. Deviamo per Wyclow: un orrendo paesetto marinaro a coste frastagliate un po’ meglio della spiaggia triste da “riviera pseudo-romagnola a zero gradi” di Bray. Ci fermiamo a mangiare lungo la provinciale della buona zuppa ai funghi e un arrosto di tacchino con verdure stufate in un posto tra il pub eclettico-esotico e il locale finto-etnico (caminone, statue aborigene di chissà quali tribù e nazionalità, armi medioevali sparse qua e là, appliques a la page, ecc.). Poi in albergo. Il Doc va a dormire e io scrivo in metrò mentre sono quasi arrivato in centro. Voglio andare a Phenix Park. Scarpinerò un po’.
• 29/11/2003 h. 22.32. Riprendo da dov’ero rimasto: ieri pomeriggio sulla Dart.
Sono sceso a Tara Street e mi sono piccato di arrivare a Phenix Park, il che vuol dire un bel po’ di strada. Roba che col Doc non avrei potuto fare neanche a pagarlo (solo per un parco poi!). È stata una corsa contro il tempo in entrambi i sensi: sia perché il sole stava calando in fretta, sia perché il vento mi soffiava contro freddissimo e fortissimo per farmi desistere. Ho imparato anch’io a “fare l’irlandese” ai semafori e a buttarmi tra le macchine anche (il rosso dura troppo e, giustamente, nessuno aspetta mai).
Ho fatto appena in tempo ad arrivare all’inizio del parco che era già praticamente buio, camminarci un po’ senza poter fare i vialetti che erano già chiusi e tornare indietro. Maestoso, ma visto così, in un guizzo di crepuscolo, di straforo. Sono tornato indietro costeggiando sull’altro lato del Liffey il muro infinito degli stabilimenti Guinnes.
E poi mi sono rigirato un po’ il centro per i fatti miei e con i ritmi miei, comprandomi un cd di canzoni folk. Saranno un ricordo un po’ di plastica del pub di Bray, ma meglio di tanti altri regalacci che ho visto in questa catena di merchandising irlandese (idea agghiacciante e geniale allo stesso tempo, questo “Carrol’s”… un po’ “il McDonald dei souvenir”, sigh).
Sulla Dart di ritorno c’erano delle carrozze nuove fiammanti progettate in Giappone (“Tokyu Company Project Yokohama”): bassissime di seduta, senza spazio per le gambe. Gogne da tortura articolare, macchine da crampo alle gambe progettate per altezze minime. Dall’alto del mio 1 e 90 non ce la facevo più. Un viaggio d’inferno.
[Dopo cena siamo tornati nel pub dell’altro giorno… ma questa è una storia che mi tengo per la fine]. Poi abbiamo fatto le valige e buonanotte a tutti.
L’indomani siamo partiti e abbiamo salutato una volta per tutte il posteggiatore Giovanni Peterson/Dan Rana e il Royal Hotel per dirigerci a Malahide sotto una pioggia torrenziale. Il mio cd irlandese a farci compagnia. Un po’ meno entusiasmante la segnaletica stradale sulla prudenza: cose del tipo “Arriva vivo, allaccia le cinture”, “Su questo tratto di strada sono morte 21 persone nel 2002”, “Don’t drink & drive” e altre allegrezze del genere.
Siamo arrivati al castello di Malahide che cominciava a schiarire: grazioso e vittoriano come non mai, casa da sogno con visita preregistrata attivata da fotocellule. Eravamo solo noi due e un gruppo di 5 olandesi. Siamo andati in paese per mangiare, trovando come al solito chiusi i due ristoranti segnati sulla guida. Abbiamo ripiegato sferzati dal vento per “L’orangerie”: un locale coloratissimo dove abbiamo mangiato ottimo pollo speziato con peperoni e cipolle e riso (io) e tagliatelle al pesce fresco (il Doc). Per finire il dolce migliore di tutta la vacanza, capace di rivaleggiare con la torta del primo giorno: una cheese-cake al Bayleis davvero divina. Abbiamo rincontrato gli olandesi del castello. Nello stesso ristorante. Tu guarda.
Poi Francesco m’ha riportato in centro a Dublino. Ho ripassato per l’ultima volta O’Connol Street, Temple Bar e tutte quelle cose che già solo dopo due giorni mi sembra di conoscere fin troppo bene. Abbiam preso un te e un imbevibilissimo caffè e girato a vuoto ancora per un po’.
Poi la cena, giusto in tempo prima che ci sia la coda per entrare in un qualsiasi locale della zona (molti buttafuori sono già in azione: una genìa orribile, sembrano bovi acefali). Mangiamo una bistecca rinvoltolata nel salmone affumicato con insalata stranamente condita. Come contorno patate gratinate che sono la fine del mondo.
Poi un degno ritorno a casa sul 2° piano di un bus che fa un giro dell’oca ma che ci fa scoprire scorci imprevisti della città di notte, per finire qui al “Great Southern Hotel”, questo 4 stelle a fianco dell’aereoporto dal quale sto scrivendo ora. Una normale stanza con tv, internet, film di ogni genere a profusione (previo pagamento) e tutto il resto. Hall stralusso e altre cosette inutili. Wow. Mi sono fatto un the col bollitore appena siamo arrivati, togliendomi poi lo sfizio di farmi un bagno bollente in stile parco acquatico. Ho anche preparato un “Great Southern Set” da portare a casa come “regalo” assiemando i gadget lasciateci in dotazione dall’albergo (matita, notes, carta da lettera intestata, shampoo, set da cucito, sapone, cuffia da bagno).
Domattina levataccia alle 5.35 per un ritorno che non mi spiace del tutto, anche se adesso mi è salita una voglia di Irlanda che la metà basta. Fili da ributtare, emozioni da condividere. Anche con questo sconclusionato “diario di viaggio”.
E mi sono tenuto come ultima storia il pub di Bray. Ci siamo tornati ieri sera, e non era rimasto nulla di quel segreto magico che inaspettatamente ci colse la prima volta: nessuna musica, nessuna scintilla negli sguardi e nei gesti. Solo molesti ubriachi e visi persi in due televisori che trasmettevano una partita under 16 tra Scozia e Inghilterra. Quasi impossibile che lì dentro la sera prima ci fosse conficcata una scheggia impazzita dello spirito d’Irlanda pronta a riempire di entusiastico stupore gli incauti viaggiatori. Tutto era fuggito e quel posto da minatori finti sembrava più posticcio e fuori luogo che mai… La realtà cambia. E noi dobbiamo essere lesti come non mai… fluidi come acqua. Ma come fare se il passato ti inchioda fisso dov’eri? Voglia di tornare a vivere, a correre forte come le nuvole delle highlands. Ma a Milano il vento non esiste quasi… sta a noi forse crearlo e a mantenere in movimento quella rete che formiamo con le altre persone…“…e a farla durare, e a dargli spazio.”
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