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Partiamo nel primo pomeriggio dal porto di Edinburgo – Leith – sulla Gullfoss, piccola nave molto affilata e con strutture molto alte, diretti a Rejkyavik.
A causa della marea, che da queste parti raggiunge qualche metro, l’uscita dal porto e’ impegnativa .
La nave deve effettuare diverse manovre per superare la chiusa e poi, finalmente, prende il largo.
Al riparo della costa scozzese, nuda e rocciosa, il mare e’ tranquillo e la navigazione piacevole.
La cucina di bordo e’ ottima e, visto che i pasti sono compresi nel prezzo del passaggio, non ci facciamo pregare.
Numerosi sono i passeggeri scozzesi riconoscibili, non certo per il gonnellino che non portano, almeno all’aperto sui ponti, ma dal loro aspetto “meridionale” e dal loro carattere cordiale e comunicativo.
La mattina successiva ci svegliamo nella nebbia ed il mare, non più frenato dalla costa scozzese che abbiamo lasciato, si e’ fatto grosso e costringe la nave ad un continuo cavalcare tra le onde.
La Gullfoss, per quanto piccola, affronta le onde con disinvoltura , non altrettanto il nostro stomaco.
Ci spieghiamo, finalmente e di colpo, il motivo delle pile di contenitori di cartone disseminate un po’ dappertutto lungo i corridoi e nelle cabine.
Si avanza lungo i corridoi solo tenendosi ai passamano o, dove questi mancano, alle cime che sono state stese in particolare sui ponti esterni , prendendo il tempo tra un beccheggio ed il successivo. Un passo dopo l’altro, il primo in salita, il secondo in discesa e viceversa.
Ci stendiamo in cuccetta in attesa di tempi migliori. Ogni tentativo di movimento, quando pare che la nausea stia passando, viene duramente pagato. Altro contenitore.
Una cameriera viene a proporci di cenare. Lei lo chiede gentilmente in inglese, io la mando al diavolo in sardo, e mi capisce.
Mi ricordo di avere degli antistaminici contro il mio raffreddore allergico. Ne mandiamo giu’ una dose abbondante per “adulti”, e riusciamo a mangiare almeno due gelati. E, mentre la nave continua nella sua altalena e gli spruzzi delle onde raggiungono l’oblò della nostra cabina, riusciamo a riposare.
La mattina del terzo giorno, grazie anche al mare che si e’ fatto più calmo e regolare, riusciamo a raggiungere la sala da pranzo, ancora semideserta, a fare colazione e a goderci la navigazione scrutando il mare nella speranza di vedere qualche iceberg. A rispettosa distanza.
Finalmente l’isola e lo sbarco a Reykjavik.
Un panorama di piccole case in legno con i tetti e le pareti colorate con colori vivaci, con le finestre ornate di fiori, ci da’ il benvenuto in terra d’Islanda.
Prendiamo alloggio in un piccolo albergo economico al centro della citta’, vicino ad un laghetto.
La notte e’ brevissima, il blu del cielo e’ interrotto da enormi cumuli candidi. Le montagne che circondano il golfo sono bianche di neve e di ghiaccio e si riflettono sulla superficie del mare immobile.
La sensazione di pace ci avviluppa. E’ solo l’otto di settembre ma il freddo e’ intenso nelle prime ore della giornata e già dal primo pomeriggio le pozze d’acqua ed il laghetto prendono a ghiacciare.
Ci vestiamo a cipolla, a multistrati. La maglia, il maglione, la giacca a vento, il berretto a coprire le orecchie che rischiano di cadere a pezzi. L’alito si gela, e così anche il naso che a stento riusciamo a coprire con le sciarpe. Al calar della sera il freddo si fa’ più inteso e dobbiamo rifugiarci nei locali pubblici. E qui incomincia l’operazione di svestirsi rimanendo in semplice maglione. Per non morire di caldo. Per quanto il movimento turistico non sia intenso, almeno di turisti fai da te, l’organizzazione e’ efficientissima. I tour vengono effettuati utilizzando i mezzi di linea che collegano i diversi centri abitati, raggiungendo le località più interessanti, sostando presso gli alberghi ed i ristoranti o i locali previsti nel tour.
I coupons dei tour si comprano presso gli uffici turistici. Tutto compreso: mezzo di trasporto, pasti, pernottamenti, ed anche il taxi per l’aeroporto, se necessario.
Ampia possibilità di scelta, anche sul prezzo del menù. Tutto ottimamente organizzato e rigorosamente rispettato.
Con questo sistema visitiamo i dintorni di Reykjiavik, i campi di vapori di zolfo, i coni dei vulcani spenti trasformati in piccoli laghi di un blu intenso. I campi di lava, la valle di Tingwellir dove, dicono, si riuniva il più antico parlamento del mondo.
La coltre di ghiaccio che ricopre il terreno si scioglie intorno ai campi di vapore e così e’ possibile individuare i getti di vapore, i geyser , anche negli intervalli tra un getto e l’altro.
Le sorgenti di vapore più importanti sono state imbrigliate e l’acqua calda ed il vapore convogliate per produrre energia o direttamente per riscaldare le case e le serre.
Raccogliamo ciottoli di lava spugnosi e leggerissimi, mirtilli che crescono su arbusti nani che gli islandesi chiamano foresta.
Le escursioni all’aperto, lasciando il tepore del pullman, sono affrontate con frequenti soste nei posti di ristoro a scaldarci esternamente ed internamente.
La cucina e’ ottima a base di trote e di salmone.
Da Reykjavik raggiungiamo in aereo Akureyri, la città più a Nord dell’Islanda. Economicamente la più importante dell’Islanda, sede delle industrie della conservazione del pesce.
Il piccolo turboelica, che ci porta verso il Nord in una giornata luminosissima, sorvola a bassa quota distese sterminate di ghiaccio e neve solcate da corsi d’acqua non ancora completamente ghiacciati.
Solo in prossimità della costa, del mare, il manto di ghiaccio cede il posto alla vegetazione.
Akureyri, protesa verso Nord, incuneata in un golfo profondo circondato da alte montagne, ci accoglie con un bel sole ed un’aria più tiepida del previsto.
Visitiamo il porto, gli stabilimenti per la lavorazione del pesce, i magazzini per la conservazione delle aringhe. La gente che incontriamo e’ cordialissima, come in tutta l’Islanda, e nonostante le difficoltà linguistiche non manca di darci spiegazioni e informazioni e, quando non ci riesce, almeno ci sorride.
Sempre utilizzando i mezzi locali visitiamo i geyser, ancora campi di fango solforoso, le cascate di Gullfoss, ed altre non meno belle anche se meno rinomate.
Si rimarrebbe delle ore ad osservare le pozze d’acqua limpidissima e ribollente dalle quali, a intervalli regolari e senza preavviso , s’innalzano colonne d’acqua bollente e di vapore accompagnate da un forte boato e che ricadono, per mancanza di vento, su sé stesse.
Identico incanto davanti alle cascate. Non molto alte, ma tormentate, con più salti, con percorsi tortuosi. L’acqua livida, come e’ quella prodotta dallo scioglimento dei ghiacci, precipita da una quota all’altra sfruttando le aperture prodotte nei millenni, sollevando nuvole di vapore nel quale la luce del sole si rifrange creando una miriade di arcobaleni.
Non sentiamo il freddo e neppure l’acqua che, condensandosi sulle cerate prende a scorrerci lungo i pantaloni e ad infilarsi nelle scarpe, ci preoccupa. Presi dal fascino dell’acqua che scorre sempre diversa ed imprevedibile nelle sue forme e nei suoi suoni.
Dopo la cena insieme ad un giovane americano, un taxi ci porta in aeroporto per il rientro a Reykjavik.
Tutto compreso nel costo dell’escursione.
Mentre aspettiamo la partenza dell’aereo, sono circa le 11 della notte, l’amico americano si precipita verso di me gridando : “The light !!!, the light !!!” e, vedendo che non capisco la ragione della sua eccitazione, mi prende per un braccio e mi trascina all’aperto.
Dalle montagne che stanno di fronte a noi si innalzano nel cielo due fasci di luce fosforescente che prendono ad avanzare con strane vibrazioni verso la nostra direzione: l’aurora boreale.
I nastri di luce si fanno più intensi, si sdoppiano, vibrano, si ricongiungono, creano al loro interne cortine di luce più intensa. Un chiarore pallido di diffonde per l’intera vallata.
I fasci di luce raggiungono le cime delle montagne che stavano alle nostre spalle, mentre quelle di fronte a noi ritornano nell’oscurità.
Le vibrazioni aumentano di frequenza, la luce di intensità. Poi le vibrazioni tendono ad essere meno regolari e meno prevedibili.
Sembra che da un momento all’altro debba succedere qualcosa di terrificante o di meraviglioso.
Tutto nel più completo silenzio.
Un senso di paura ancestrale, di impotenza , ci paralizzano.
Le vibrazioni diminuiscono, la luce si fa’ meno intensa, i nastri di luce spariscono dietro le montagne.
Solo un leggero bagliore, ormai in lontananza , rimane a ricordarci che non abbiamo sognato.
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