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Parlava da solo. I riccioli bagnati di pioggia. Le mani un po’ tozze e inesperte del mondo ondeggiavano nelle grandi tasche della giacchetta impermeabile al ritmo della falcata affaticata.
Era uscito dopo aver litigato con la sorella per la solita nevrotizzante inezia di turno, con il solo desiderio di immergersi nel sole di luglio senza ragionamenti intorno a togliergli fiato e fantasia.
I tornanti e i fiancheggiamenti del lago, l’ombra delle montagne ed il sole appena oltre i confini lo avevano condotto lontano, tre paesi più in là del solito.
Poi all’improvviso lo scroscio indovinato era diventato una doccia fitta d’acqua fine, come fosse una nebbia più densa, una sauna fredda, una nube irrisolta tra oceano e cielo.
Dietro la curva del ritorno si era apprestato a cercare il distributore automatico, sollevato dalla provvidenziale alternativa di un ritorno su quattro ruote. Avrebbe solo dovuto aspettare mezz’oretta al riparo della pensilina: a quel punto l’autobus sarebbe passato a prelevarlo da quella zona deserta di strade sterrate e fanghiglia riscaldandogli i piedi dolenti nei sandali zuppi e asciugandogli i riccioli sgocciolanti dell’acqua che si era ormai infiltrata nel collo, fino a raggiungere la schiena.
La macchinetta dei biglietti era ferma, inchiodata al solito posto, ricoperta di scarabocchi e firme illeggibili che gli scolari di tutti i paesini lì intorno si divertivano a improvvisare con pennarelli di vario genere, durante il tratto sospeso di vita percorso e ripercorso ogni giorno tra casa e scuola.
Borbottandosi addosso con aria sfinita l’incongruenza di parametri spaziali che era certo di conoscere da sempre, finalmente la scorse. Accelerò il passo, pur sapendo che l’autobus avrebbe comunque impiegato una fetta cospicua di tempo a venire, prima di presentarsi a salvarlo. Fermo lì davanti, ricordò per un informe attimo le giornate invernali del liceo, intrise di chiassosi andirivieni tra mete obbligate, seduto tra i compagni a strillare canzoni o a copiare i compiti con grafia traballante proprio sui sedili mai più calcati della corriera che stava aspettando. Erano viola quei sedili, di una finta pelle antica, tutti attraversati da strappi o abusati dall’usura. Niente di chè, e tuttavia – forse - l’acqua piovana, cadendogli negli occhi proprio in quel momento si sarebbe scoperta saporita.
Cercò un euro frugando nello zaino. Niente. Provò ancora con le tasche del giubbetto e infine riuscì a far saltare fuori due pezzi da cinquanta centesimi da quelle dei pantaloni. Al momento di inserire la prima moneta esitò. Sembrava che la fessura fosse stata leggermente manomessa. Decise di tentare comunque, e in tutta risposta il distributore risputò fuori i cinquanta centesimi alla velocità di una saccade. Sorrise...
Chi è mai riuscito a fargliela ingoiare alla prima?
La seconda volta la moneta ripetè allo stesso modo il percorso, ma giunta all’ultimo passaggio venne inghiottita.
O nuovamente scagliata fuori insieme all’interminabile cascata di euro e centesimi vari che seguì all’istante. Sinibaldo non riusciva a crederci: assisteva allibito, la bocca spalancata sotto i baffi da giovane Buffalo Bill, alla discesa di tutte quelle monete che a getto continuo innaffiavano il marciapiede con metallico fragore distribuendosi casualmente ovunque, lì intorno.
Ne prese a manciate e iniziò a riempire lo zaino. Quando lo zaino fu pieno riempì le tasche. Ad occhio e croce potevano essere trecentocinquanta, quattrocento euro. Qualcuna rimase lì, sulla strada bagnata, altre scivolarono lungo microscopici canali tracciati nel terreno dal tempo e da milioni di passi per scomparire dietro ad ombre e ciuffi d’erba.
Reso incerto nell’umore da quell’evento inaspettato, percorse con lo sguardo il perimetro del suo intorno, senza saper decidere il suo intento: rincorrere o evadere un’eventuale presenza umana?
Subito dopo sentì un ronzio meccanico e pensò che poteva essere la corriera, ma riuscì a distinguere una figura scura a cavallo di una moto mentre procedeva sotto la pioggia, senza alcuna fretta, verso di lui.
Alzò di scatto il pollice sperando in un passaggio.
La figura si fece più definita. Era un uomo in occhiali da sole e canottiera, con un placido sorriso immobile in bocca.
L’uomo gli si accostò.
«Bella giornata, eh?»
«Ne ho viste di migliori, ma non mi lamento»
«Dove ti porto?»
«Abito a Luco, Luco dei Marsi»
«Salta su, vediamo che si può fare»
Sinibaldo si accomodò addosso alla schiena del motociclista, senza aggiungere più alcuna parola. Durante il viaggio soffriva il peso di tutte quelle monete che gli rimbalzavano ritmicamente sui reni e nelle tasche. Aveva la sensazione di esserne trascinato via.
La parola ˈviaˈ evoca un allontanamento, un altrove, a volte un perdersi.
A volte un ritornare.
A volte un restare sospesi nel mezzo, non a destra nè a sinistra del centro,
solo
un pò più in alto,
sollevati
rispetto all’evidente occupazione di un luogo.
Seguirono curve silenziose e schizzi in progressiva evanescenza. L’aria pungente stringeva i suoni d’attrito tra i denti e dall’accenno di fanghiglia del terreno le ombre andavano diffondendosi. Era sera, lì, in mezzo alla strada.
All’entrata del paese gli diede un colpetto sulla spalla, e l’uomo prontamente si fermò.
«Aspetta un attimo... hai una busta?»
«Perchè?»
«Volevo... ehm... – cercando di tirare fuori il maggior numero di monete che poteva contenere con entrambe le mani – regalarti queste»
«Lascia stare, mi ha fatto piacere darti uno strappo»
«Prendile! Io le ho trovate per caso»
L’uomo si mise a ridere molto divertito, ed aprì uno dei tasconi laterali della moto. Sinibaldo si liberò le tasche e salutò.
Appena il motociclista fu ripartito, mentre s’incamminava verso la casa dei suoi genitori con lo zaino pieno di soldi, sentì nell’aria odore di cocomero. Poi di liquore turco. Pensò che non era mai stato in nessun albergo di Tunisi, nè per studiare, nè per lavorare e neppure per le vacanze estive.
E tuttavia tante altre volte era rimasto seduto in un bar, fuori dall’Italia, da solo.
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