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La sveglia spazientita ha smesso di suonare e ti estrapola dal dolce sogno, troppo bello per essere vero, e dal caldo uniforme del piumone. Il sacco da montagna è già lì, pronto dalla sera prima, che attende. Una spremuta di arance, quelle appena colte, belle, succose e gustose, e via, ma ecco l’intoppo. Gegia la quattroruote, di nuovo mia per dieci giorni, è bianchissima dal freddo, Alessandra ancora assente e insonnolita ne approfitta per tornare a sdraiarsi sul divano al calduccio. E’ ancora buio, ma già la giornata si preannuncia in tutta la sua bellezza, come può esserlo solo nel periodo invernale, limpida, tersa, cielo blu e qualche rara nuvoletta. Il ritrovo è fissato a Civita, paese dal passato albanese, tuttora presente nelle tradizioni e nel dialetto ancora parlato dai suoi abitanti, nelle funzioni religiose, nelle tradizioni e nelle feste. Pino e Pietro, le due guide locali ci attendono infreddoliti. Un veloce trasbordo, un ultimo caffè e con la loro auto ci portiamo al rifugio da dove si riconosce lontano l’isolato paese di San Lorenzo Bellizzi acquattato fra le montagne. Il cielo si fa rosa, rosso e blu. Prima tappa, quasi obbligata, ma voluta. Il saluto, il latte, il caffè, il pane, la soppressata e il formaggio tutto di casa, fatto con le proprie mani dai contadini dell’unica fattoria quassù. Una visita alle mucche nella stalla, dove fra tutte spicca Carolina, - la mucca con il pelo ricciolo, sembra appena uscita dalle sapienti mani dell’ennesimo parrucchiere di grido -. Lasciata l’ospitalità tutta calabrese dei nostri anfitrioni e rinvigoriti dallo spuntino, cominciamo la salita verso la nostra meta, la Manfriana, una vetta del Massiccio del Pollino, una quasi duemila, che custodisce una ventina di massi lavorati dall’uomo, che dovevano forse servire per erigere un tempio al Dio Apollo. Mistero ancora aperto.
L’aria è tersa, orecchie e nasi gelati, ma il desiderio di salire e più che mai vivo. Un naso umido e freddo si struscia nei pantaloni e due profondi occhioni ti rapiscono. E’ la cagnolina dei pastori che ha deciso di prendersi una giornata di libertà dai cuccioli, quasi svezzati, e di passare la giornata, dividendo la nostra fatica e il nostro pranzo. Prima tappa: la Fontana dei Principi, dove ci dissetiamo con acqua di sorgente e ci abbuffiamo di cioccolata svizzera. Attraversiamo un bosco di faggi dai colori argenteo e rame dove le foglie a terra fanno un grande cuscino multicolore e rumoroso, odi solo i nostri passi, i richiami degli uccelli, l’alito del vento che spira leggero tra gli alti fusti ormai spogli e il silenzio. Un silenzio dolce, leggero, pieno di poesia, un silenzio che ti fa star bene, in pace con te stesso e con il mondo intero. La fatica si fa sentire, anche perché da un po’ il sentiero corre tutto in salita. Il sole è ormai sorto da un pezzo, ci fermiamo ad assaporarlo sulla pelle e mitigare la fatica. Ne approfitto per scattare alcune fotografie, il panorama è stupendo, sembra di essere, ora che siamo usciti dal bosco, in un mare a cielo aperto, sospeso nelle nuvole basse che coprono la vita frenetica di laggiù. Quassù pace, quasi irreale, senza tempo, e grandi cuscini di bacche blu viola del pungente gelso ti circondano e ti scopri a rimirare cose senza tempo né senso. Riprendiamo il cammino, la meta sembra sempre più vicina, ma sfugge ancor prima che un’altra cima si para dinanzi. Ora attraversiamo un crinale di pietraia, è il Passo del Principe, non un passo senza pietra. Pranziamo circondati da migliaia di coccinelle e siamo quasi a quota 1800 metri. E’ divertente osservare l’arrampicata su un raro filo d’erba o l’attraversamento in bilico sulla costa di una foglia, di queste minuscole creature. Il sole è caldo, è bello sentire il suo dolce tepore, mi vengono in mente le lucertole che si scaldano al primo sole di primavera, anche la cagnolina riposa, ogni tanto un sospiro, forse pensa ai cuccioli ormai lontani mentre discreta attende il dono di un boccone. Un aereo disegna una striscia nel blu cielo incontaminato, e l’osservi fino alla dissolvenza, che bello poter liberarsi così dei pensieri che pesano. Osservi la natura intorno e scopri tante piccolezze dalle mille meravigliose e impensabili sfaccettature, la forma di un masso, di un cuscino di muschio, di un foglia, di delicati e diafani minuscoli fiorellini. Chissà se incontriamo i lupi, ci sono, ne vedremo le tracce e le orme lasciate sulla neve, attraversando la Fagosa, un meraviglioso bosco di faggi. Ci incamminiamo verso l’agognata meta, siamo quasi in cima, ma è gennaio, il sole tramonta presto lasciando quasi subito spazio al buio e al freddo pungente. Non possiamo più attendere, dobbiamo scendere, per oggi la vetta è rimasta inviolata a godersi un altro giorno di pace. Attraversiamo il crinale del Principe saltellando sulle pietre, è divertente immaginare uno scenario tutto tuo.....la natura è brulla, spoglia ma affascinante. Il bosco, immerso in una quieta fatta di silenzio ti attende, senza più il sole l’aria si è fatta subito fredda, i nasi ghiaccioli. E giù a rotta di collo, la fedele cagnolina felice di ritornare dai suoi cuccioli ci insegue giocando, ogni tanto uno scivolone rompe la quiete, ora è Alessandra, ora Pino, ora Pietro a ruzzolare sulla neve fredda e immacolata. Addio Manfriana, i tuoi massi lassù, che forse dovevano servire per erigere un tempio al Dio Apollo, immobili aspetteranno la prossima volta.
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