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Che bella La nostra cara vecchia Italia.
Lettera all’orologio
Caro Orologio,
lo so che sarai affaccendato oltremodo, alla ricerca di una maniera per farci sentire la vita breve ed istantanea, ma ascolta questo, rilassati e leggi questa lettera. Ti racconterò di un mio viaggio, il viaggio di tre Amici che con in mano alcuni sogni sono partiti alla volta dello stivale Italico. Tu ora chiederai a te stesso e alle tue sorelle Lancette: “Perché mai tu lo racconti a me?”. Ora ti spiego tutto, un attimo di pazienza.
Ti narro il mio viaggio perché durante il nostro peregrinare, siamo riusciti a fermarti. Tu non esistevi più. Il tuo padrone, il tempo, era partito per un sonno lungo e non sarebbe tornato presto. Il tempo per noi Tre piccoli ma orgogliosi eroi si era Fermato. Questa magica sensazione è stato frutto della scatola magica della madre terra Italiana, la quale attraverso un mare cristallino, oppure tramite un sorriso di un vecchio abitante di Amalfi, sa portarti in luoghi che quasi non esistono, dove la tua vita è sospesa in una dolce marmellata di felicità.
Ti racconterò della nostra partenza, in una notte di domenica; e della prima dormita in spiaggia, a Riccione. Dove la massa stava nelle discoteche, sempre quelle, noi eravamo sotto le stelle, che odoravano di sabbia. Per poi ritrovarci il giorno dopo giù, giù, fino ad Otranto dove il mare è come il cuore di un bambino: Limpido. Otranto, abbarbicata ad un lembo di terra, e protesa verso l’alto nascondeva per noi le sue bellezze, tra i suoi vicoli più reconditi. Era bello specchiarsi nella nostra curiosità, e stanare ogni tanto una piazzetta, oppure una palma all’improvviso. Quando poi distesi su di un prato, asciugati dall’odore del mare noi tre Uomini di inguaribile fantasia, ci siamo messi ad osservare le stelle; ecco allora in quel momento caro Orologio, tu te ne eri già sparito, e non servivi più, quell’attimo sarebbe stato per sempre eterno. Nei sogni del domani.
Ti racconterò, mio caro compagno di mille e più giorni, del nostro soggiorno improvvisato, ad Amalfi e delle sue stradine impervie che sembrano quasi nasconderlo alla luce degli occhi del mondo.
Chi Vuole vedere Amalfi, deve Meritarselo.
Noi ce lo meritammo, credo, e da buoni Veneti, cenammo giù al Molo con del Salame affettato ad hoc, chiacchierando con un parcheggiatore di Barche, nato in quel luogo e di quel luogo figlio. Ci raccontò tutto non tanto con le parole, ma con gli occhi che oscillavano come onde sugli scogli, e che ogni tanto si chiudevano come chele di granchi. Ci raccontò la sua vita, semplice come un tuffo, ma complessa come i suoi spruzzi.
Caro Orologio, quando e se avrai intenzione di smettere di dettare i tempi, fermati a Guardare il duomo di S. Andrea ad Amalfi, e guarda come la scalinata che la precede non assomigli alla vita, prima del paradiso. Guarda come Amalfi assomiglia ad un palato tra denti promontori; e stupisciti della semplicità di stare bene anche senza soldi ed ori.
Prima di salutarti, voglio che tu sappia che non sei servito neppure nella bella Perugia, che ci ha cullato per una notte intensa e magnifica. Il tempo nella Rocca Paolina, una montagna incastonata nella città, non serve, è superfluo. Il tempo davanti all’arco Etrusco, è un’ offesa. Qui nella città della cioccolata, abbiamo capito che se anche il nostro viaggio stava per finire, la malinconia non sarebbe sopraggiunta; almeno non in quel posto, dove le pietre rosse riscaldano ogni piccolo cuore.
Caro Orologio, io ti Ho descritto il mio umile viaggio, fatto di incoscienza e coraggio, per provare a farti prendere una vera e propria vacanza. Lascia noi uomini in pace, e facci godere il gusto di una succosa lentezza. Ho trascurato alcuni particolari, per lasciarti immaginare, per Farti sognare, e distrarti dallo spietato tic-tac. Immagina, sogna, rilassati e vedrai che ne trarrai gran vantaggio. Così anche noi potremmo goder la nostra, vita che di tutti è il più grande viaggio.
Con affetto
Claudio
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