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L’Alta Irpinia, uno scrigno sconosciuto nell’Altra Campania.

di Giovanni Ventre Contatta l'autore

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L’Alta Irpinia, uno scrigno sconosciuto nell’Altra Campania.
Quello che mi accingo a raccontare è una esperienza che mi ha in un certo senso cambiato la vita. Siamo abituati a viaggiare, a conoscere nuove realtà. Spesso distanti dalle nostre e per questo siamo arricchiti dalle loro culture e dalle loro tradizioni. Io sono nato e vivo ad Avellino, la terra degli Hirpini, popolazione sannita che nel 290i ante Cristo per ultima si arrese all’impero romano dopo aver perso la battaglia di Aquilonia che mise fine alle Guerre Sannitiche (343 – 290 a.c) . Questa tribù guerriera e feroce aveva adottato a simbolo l’animale per eccellenza dell’Appennino, il Lupo. Ancora oggi questo nobile animale ci rappresenta. A seguito della vittoria dei romani, le altre tribù che formavano con gli Hirpini la Lega Sannitica, si assoggettarono al predominio romano, gli Hirpini lo fecero mal volentieri e colsero al volo l’occasione di tornare a combattere contro Roma quando si allearono ad Annibale Barca, condottiero cartaginese che aveva già sconfitto per tre volte i romani (217 a.c.) ma anche questa volta dovettero soccombere, vennero ancora sconfitti nella famosa battaglia di Canne ( 216 a.c.). Roma, allora impose con un editto che nella storia dell’Impero non doveva più comparire il nome degli Hirpini. Si decise di portare in hirpinia un numerosa colonia ligure, popolo assoggettato a Roma che avrebbe garantito anche in questa parte d’Italia la pace e la tranquillità. Da allora ne è passata di acqua sotto ponti, e la storia ha fatto il suo corso e grazie al’Appia antica, prima strada consolare romana, che collegava Roma a Brindisi, nei millenni l’Irpinia è stata attraversata da una processione ininterrotta di pellegrini, mercanti e guerrieri che si recavano in Apulia (l’attuale Puglia) per imbarcarsi alla volta della Terra Santa. Grazie a questa caratteristica, la gente d’Irpinia ha sviluppato nei secoli la cultura dell’accoglienza. Ancora oggi il turista che arriva in questa parte interna della Campania, se dovesse fermarsi a chiedere una informazione, non solo riceverebbe la stessa ma gli verrà offerto anche di accettare un caffè di benvenuto. L’Irpinia era anticamente apostrofata quale la “Terra di Mezzo”, perché metteva in comunicazione il Tirreno con l’Adriatico, crocevia di notevole importanza strategica è disseminata di castelli e rocche fortificate, se ne contano più di cento e la metà sono visitabili, inoltre questa terra turisticamente sconosciuta è seconda solo all’Umbria per testimonianze di fede, sempre qui, tremila anni or sono si incontrarono le due culture enoiche più famose, quella italica e quella ellenica, da questo incontro abbiamo ricevuto in dote un patrimonio unico e incommensurabile, tre vigneti autoctoni che sono il vanto della produzione vinicola della Campania, il Greco di Tufo, il Fiano di Avellino ed l’Aglianico di Taurasi, produzioni a marchio D.O.C.G ( Denominazione di Origine controllata e garantita) vini già conosciuti e decantati ai tempi di Plinio il Vecchio, Virgilio ed Orazio Flacco. E comunque  tutta la produzione di vini in Irpinia è a marchio D.O.C ( Denominazione di Origine Controllata) .A fare da contro altare alla produzione vinicola l’Irpinia è terra ricca di acqua, (Facciamo acqua da tutte le parti) diamo acqua a mezzo meridione d’Italia, senza di noi la Puglia sarebbe alla siccità. I vari microclima che caratterizzano questa terra che da una parte affaccia sul Tirreno e dall’altra sull’Adriatico, fanno si che esistano varie colture diverse da zona a zona e questo fa in modo che i prodotti tipici siano ricchi e variegati per cui danno vita a piatti diversi di zona in zona, di paese in paese, addirittura di casa in casa. Un giorno decido di incamminarmi in questa terra contadina per eccellenza, l’Irpinia era stata scossa dal sisma catastrofico del 23 Novembre 1980, quando alle 19.30 la terra tremò per 30 lunghissimi, interminabili secondi. Come un animale selvaggio a cui si tenta di salire in groppa l’Irpinia si scrollò di dosso con violenza inaudita interi paesi, migliaie di vite umane si spensero sotto le macerie di quella notte che ancora rivive nella mente dei superstiti, il primo passo mi porta a Montevergine, Santuario Mariano situato sul Monte Partenio, a 1110 metri di altitudine San Guglielmo da Vercelli nel 1122 fece erigere quello che oggi è uno dei santuari più visitati del mondo, circa 1.200 fedeli l’anno. Raggiungo il Santuario in funicolare, la più ripida d’Europa che da Mercogliano, comune alle falde del Partenio in sette minuti mi porta al Santuario. E’ estate, l’aria fresca e pulita mi riempie i polmoni e frizza nelle narici, ha il sapore di acqua dolce che ristora. Il piazzale è ampio e dallo stesso l’occhio può spaziare sulla piana di Avellino, lo spettacolo è estasiante, l’occhio si perde fino ai contrafforti dei Monti Picentini che si ergono a delimitare la serie di colline sub appenniniche. Il Santuario si erge in tutta la sua imponenza dettata dalle ampie mura in pietra, entro nella cattedrale, non senza provare una sorta di magone dovuto alla referenza verso la Mamma Schiavona, così viene definita la Madonna di Montevergine, Madonna nera, che campeggia alle spalle del  magnifico altare. C’è tanta gente assorta in preghiera, alcune donne piangono, altre armate di rosario continuano a ripeter preghiere come in una litania. Mi chino dinanzi all’altare invocando protezione a me ed alla mia famiglia e pregando affinché anche i bimbi poveri e malnutriti possano avere una speranza di vita. Esco emozionato dalla cattedrale e mi ritrovo dinanzi ad una bellissima cappella, e da qui mi reco a visitare la mostra permanente dei presepi, una serie di presepi provenienti da tutto il mondo. A fine visita mi reco al  bar per degustare un bicchierino di Anthemis, un liquore alle erbe prodotto dai frati Benedettini con erbe raccolte nel Parco del Partenio dal tempo dei tempi. Mi reco alla funivia e da qui a Mercogliano, impossibile non fare una visita alla Abbazia del Loreto, Palazzo storico, dove risiedono i monaci benedettini di Montevergine, qui ho il piacere di visitare la antica farmacia gestita dai monaci che era un punto di riferimento per i popoli contadini. In essa è possibile ammirare vasi in ceramica contenenti le erbe ed i medicamenti,  bilance di precisione per dosare le stesse e tanti bellissimi mobili artigianali che contengono i vasi. Dalla farmacia mi reco alla biblioteca, bellissima, fornitissima. Posso ammirare addirittura uno scritto su pelle di capretto gelosamente conservato, una miriade di libri finemente miniati dai monaci.
A fine visita mi sposto a Lauro,  paese natio del generale  Umberto Nobile, primo trasvolatore del Polo Nord. Qui visito il museo a lui dedicato e il castello che lo ospita, castello Lancillotto uno dei meglio conservati del meridione d’Italia. Rientro ad Avellino ed il giorno dopo mi reco ad Atripalda, visito il tempio della vinificazione irpina, le cantine Mastroberardino, un eccellente connubio tra vecchio e nuovo, le botti sul pavimento e gli affreschi sulle volte, rimango veramente abbagliato da cotanta bellezza. Degusto dei prodotti tipici ai quali vengono abbinati i vari vini, che dire, paradisiaco. Da qui mi reco alle rovine della antica Abellinum, e poi a Serino, paesino nel Parco dei Monti Picentini, noto per la produzione di castagne e ciliegie, dove al ristorante “il Pozzillo” vengo deliziato da un pasto a base di prodotti tipici locali, si comincia con un affettato di prosciutto, soppressata, pancetta, ricotta fresca e sottoli, come primo mi viene servito un piatto di Maltagliati ai porcini e una assaggio di zuppa di castagne, fagioli e porcini, una vera musica per il palato, il vino è un ottimo aglianico locale, la seconda portata mi viene servita in un piatto incandescente, appena uscito dal forno a legna, dentro fa bella mostra una scaloppina ai porcini e provola affumicata, nonostante fossi sazio la gusto volentieri, come contorno mi viene servito dell’insalata di rucola con scaglie di tartufo. A fine pranzo un ottimo caffè e come digestivo il conto, 25 Euro, ridicolo. Faccio i complimenti agli chef Luigi vitello ed Ugo
E in auto raggiungo il pianoro d verteglia, 10 km dal ristorante, qui la natura si mostra in tutta la sua bellezza, pianori verde chiaro che si contrappongono al verde intenso e carico dei faggi, mandrie di mucche podaliche pascolano come se il tempo si fosse fermato, unico rumore i campanacci che come musica indicano il tempo ai movimenti delle stesse,  greggi di pecore il cui belare è musica per le mie orecchie. Una Poiana  disegna cerchi nel cielo scrutando il terreno n cerca di una preda, i cerchi si stringono sempre di più fino a che la poiana stringe le ali e in picchiata si lancia verso il terreno, rapito osservo e ho paura che l’animale possa schiantarsi al suolo, a pochi metri da terra apre le ali e disegna una sorta di virata, direttamente sulla preda, una arvicola che stava cibandosi di erba e che ora lanciando grida stridule veniva sollevata al cielo tenuta ben stretta negli artigli del falco. Li seguo fino a quando non diventa un puntino nel cielo azzurro e scompare oltre la cresta di un monte. Il suono insistente di un campanaccio mi riporta ala realtà, una mucca sosta a meno di tre metri da me e mi guarda probabilmente chiedendosi cosa ci facessi sulla sua tavola imbandita. Mi scosto dopo averla accarezzata e mi reco a piedi attraversando tutto l pianoro verso la strada che porta più in alto alla Ripe della Falconara, siamo oltre i mille metri di altitudine e nonostante sia primo pomeriggio l’aria è fresca e un debole vento di ponente accarezza le cime degli alberi e insinuandosi tra le fronde conferisce loro vita, resto in assorto silenzio ad ascoltare quella musica atavica accompagnata da un coro di uccelli cinguettanti e cicale. Riprendo il cammino e finalmente dopo una ripida ascesa raggiungo il piano alla cui sommità si erge la Ripe, lo spettacolo è unico, irreale, l’occhio spazia all’infinito e riesce a scorgere solo verde, intere valli e colline e montagne si susseguono caratterizzate da un solo colore, dalla Ripe guardo i miei piedi, sotto di loro un salto di oltre 500 metri, sotto come un serpente si snodano i tornanti dell’unica strada che da Serino porta fin quassù. Sulla cengia ad ovest,  il punto più alto del massiccio, il Monte Raja Magra, si può se fortunati ammirare la regina de cieli, l’Aquila Reale che ancora nidifica sui nostri monti. Il vento alla Ripe aumenta ed è piacevolissimo stare seduto ad ammirare il paesaggio incontaminato che ci circonda. Alcuni cercatori di funghi scendono dall’alto, nei panieri  porcini ed ovuli fanno bella mostra. Mi rimeto in cammino e raggiungo  di nuovo il pianoro dove ho lasciato l’auto. Qui mi distendo all’ombra di uno dei faggi secolari, mi rendo conto improvvisamente di quanto sia assordante e rumoroso il silenzio. È sera quando raggiungo Serino e poi Avellino. Il giorno successivo di buon ora mi reco a Sant’Angelo dei Lombardi, siamo in quattro, io mia moglie Maria Pia e due amici, Mario e Carla. Sant’Angelo dei Lombardi è uno dei paesi simbolo del terremoto del 1980, qui in un bar quella sera trovarono la morte tra gli altri 12 giovani che stavano assistendo alla partita in televisione. Il paese è oggi interamente ricostruito, il vecchio centro antico a monte è ancora bello ed affascinante nella sua sobrietà, molte case sono abbandonate alcune ancora accolgono la vita. Ci rechiamo alla Abbazia del Goleto, fatta costruire da san Guglielmo da Vercelli quale convento monastico femminile. È in ristrutturazione ma nonostante ciò il suo fascino cattura il visitatore, la Scala santa che porta alla cappella di san luca, il campanile in pietra che scandiva il trascorrere del tempo nelle celle delle novizie, i sotterranei dove si trovano le tombe e i monumenti funerari. La visita inizia dal giardino, contornato da una serie di costruzioni che a restauro ultimato accoglieranno i turisti. La chiesa è ancora diroccata, ma la scala di ingresso fa bella mostra di se, gli archi e i pavimenti danno il  senso della importanza di quella costruzione. La storia ci racconta che questa Abbazia era la più importante del Meridione d’Italia,  durante il Regno delle Due Sicilie, le donne nobili che non trovavano un marito altrettanto ambito, andavano in sposa alla chiesa, questo per non contaminare il sangue nobile, e al convento di clausura insieme alla sposa veniva donato il corredo e la dote matrimoniale, dato che tutti i nobili ambivano che le proprie figlie fossero accettate al Goleto, questo ben presto divenne ricchissimo, possedeva terreni fino a Bari ed in Calabria, Basilicata e Sicilia. Infatti al centro del complesso abbaziale l’allora badessa Febronia, fece erigere una torre fortificata che prese il suo nome nella quale stivare le immense ricchezze che le fanciulle portavano in dote e far si che a nessuno venisse in mente di rubarle. La visita continua e rimaniamo veramente affascinati dalla bellezza della cappella di San Luca. Visitiamo i sotterranei e le celle ristrutturate. A fine visita ci spostiamo a Rocca San Felice, antico centro fortificato, la Rocca, ancora oggi visibile dava accoglienza ai mercanti che si recavano in Puglia o in Calabria e in Sicilia. Rocca san felice è anche famosa per un fenomeno conosciuto fin dall’antichità, le Mefite, a valle del paese il terreno ribolle di sbuffi mefitici, qui sia uomini che animali hanno perso la vita per le esalazioni. La Dea Mefite al tempo dei primi abitanti di queste terre, gli Osci, era venerata per la sua malvagità, gli uomini cercavano di ammansirla con continui sacrifici di animali, proprio a Rocca San felice nella zona Mefitica è stata ritrovata una statua lignea donata alla dea, si crede che la rappresenti, e la stessa si è conservata per più di duemila anni grazie proprio allo zolfo della mefite, oggi è visibile al Museo Archeologico di Avellino insieme ad altri reperti. In questo lembo d’Irpinia si produce un formaggio delicatissimo, il pecorino di Carmasciano, si ottiene dal latte di una particolare pecora, la lauticauda, ovvero pecora dalla coda larga, questo animale probabilmente proveniente dall’Armenia, ha sviluppato la possibilità di accumulare grasso durante i periodi di pascolo proprio nella coda e poi servirsene durante i periodi di neve o di siccità. Questa pecora è ormai presente solo in questa parte di Appennino. Ci fermiamo per il pranzo a Conza della Campania, antico paese interamente distrutto dal terremoto del 1980, abbandonato e ricostruito a valle, il ristorante che ci ospita ha il nome “da Michelina”, a due passi dal Parco Archeologico “Antica Compsa”, qui sotto il paese medievale, quando si andò ad abbattere le case pericolanti minate dal sisma ci si rese conto che sotto le stesse esisteva una città romana, appunto l’antica Compsa, oggi è possibile ammirarane i resti, ma le sorprese non erano ancora terminate, mentre si lavorava per mettere alla luce i resti della città romana, si scoprì che al di sotto di essa vi erano i resti di una antica città sannitica, oggi Conza può vantare un primato credo unico ed affascinante, in un solo sito possiamo ammirare tre epoche diverse. Conza dela Campania è anche rinomata per l’oasi del W.W.F. sita sull’invaso a valle del paese vecchio. A tavola  siamo accolti con affabilità e discrezione, chiediamo al gestore di decidere cosa farci degustare, si inizia con  un antipasto super accessoriato, quasi una fuoriserie, per continuare una prima portata di “scialatielli” (pasta fatta a mano) con cinghiale e porcini, una poesia di gusto, il vino, aglianico della cantina “Farese” come punteggiatura dà elevazione ai versi. La seconda portata è una semplice bistecca di vitello, cotta alla brace, il sapore semplice e la delicatezza della carne esaltano il palato, contorno una freschissima insalata mista e delle patatine al forno al gusto di rosmarino, un ottimo gelato, il caffè ed anche qui l’amaro conto, solo 20 Euro per persona, increduli ci congratuliamo con il proprietario e ci ripromettiamo di tornare alla prossima occasione. il dopo pranzo lo dedichiamo alla visita guidata del parco archeologico. Terminata l’interessantissima visita ci spostiamo a Sant’Andrea di Conza, paese che dall’alto domina la vale dell’Ofanto. Qui visitiamo i vecchi mulini ad acqua e l’episcopio, oltre al bellissimo centro storico. È ormai sera quando riprendiamo il viaggio verso Avellino. Il mattino seguente è domenica, io Maria Pia, Mario e Carla siamo pronti di buon mattino ad un'altra giornata campale. Si parte in direzione di Caposele, qui in località Materdomini, sorge il santuario dedicato a San Gerardo Majella,  santo miracoloso nativo di Muro Lucano. San Gerardo è protettore delle partorienti e con San Rocco dei contadini del sud Italia. Entriamo nella nuova basilica, in verità molto fredda, una costruzione in cemento armato con il tetto a ventaglio e con la statua del santo che sembra scendere dal soffitto. Usciamo e ci incamminiamo nei corridoi e nelle sale dove una miriade di ex voto fanno bella mostra insieme a dei disegni e foto che mostrano incidenti gravissimi sia su strada che con mezzi agricoli o altro e i cui protagonisti deputano al venerando Gerardo il fatto di esserne usciti illesi. Dalla nuova basilica passiamo alla vecchia chiesa, bellissima, antica, calda, umana, qui sotto l’altare è deposta la bara con i resti mortali del santo, ci inginocchiamo e prostrati rendiamo grazia al santo. Ci rechiamo poi nell’adiacente zona dove è possibile vedere la cela in cui visse e morì Gerardo da Muro Lucano. L’arredamento è misero, veniamo subito colpiti dagli strumenti appesi alle pareti dedicati alla fustigazione, vere e proprie mazze con ferri sporgenti, cinture borchiate di ferri aguzzi, e poi sullo scrivano un teschio che mi ricorda Amleto. Da Materdomini ci rechiamo a Caposele, sotto al paese visitiamo le sorgenti del fiume Sele, uno spettacolo. L’acqua sgorga dalle rocce dando vita ad no dei fiumi più importanti del meridione, andrà a sfociare nella piana del Sele, presso Paestum. Grazie a questo fiume la piana del Sele ha creato un ecosistema dedito alla agricoltura e all’allevamento dei bufali, famosa la mozzarella di bufala della piana del Sele. Restare seduti in questo angolo di paradiso dove il rumore dell’acqua è unico compagno dei tuoi pensieri che a volte sembra essere rapiti dalla corrente e portati chissà dove. Ancora più belo è inginocchiarsi e bere acqua purissima direttamente alla sorgente dove il fiume sgorga, un moto di rabbia mi assale allo stomaco al solo pensare che quella acqua verrà via via inquinata dalle attività dell’uomo. Lungo il percorso di questo meraviglioso fiume troviamo Contursi, paese termale che deve al Sele le sorgenti di acqua sulfurea e minerale per cui e famosa. Dobbiamo però andare perché voglio che i miei compagni di viaggio visitino il santuario dela Madonna del Fiume a Calabritto. Giungiamo nel centro del paese, lasciamo l’auto e prese le chiavi dalla tenutaria in paese, ci incamminiamo lungo un bellissimo sentiero che dopo circa mezz’ora ci porterà al Santuario. La passeggiata è comoda e l’occhio gode continuamente di un mutare di paesaggi contadini, campi arati, fiori, paglia, e boschi. Il cielo è solcato da rondini rumorose ed allegre. Giungiamo finalmente al santuario, i miei amici rimangono a bocca aperta quando capiscono di cosa si ratta, un ampia grotta naturale al centro della quale sorge il santuario, la statua della Madonna è situata al centro della grotta nella quale scorre un fiume. È tutto così bello, così naturale che sembra di essere tornati indietro di cento anni, nessun rumore se non lo scroscio dell’acqua e il garrire delle rondini che sono i maggiori pellegrini di questo santuario. Solo chi lo conosce può arrivarci, questa è l’Irpinia continuo a ripetere tra me, terra e vita. Sono certo che chiunque ama il viaggio quale insieme di sensazioni e scoperte non possa apprezzare questa terra contadina ricca di amore e di passione. Restiamo a lungo nel santuario, sembra quasi che come in un romanzo di Wilbur Smith stiamo profanando una antica e regale tomba. Quando andiamo via dopo aver chiuso la porta di egresso, più volte ci voltiamo con lo sguardo come a salutare quella Madonna colpevolmente lasciata sola. Giungiamo in paese che all’orizzonte il cielo cerca di mettere d’accordo il viola e l’arancio che lo colorano nel tramonto estivo. Ringraziamo la signora porgendole la chiave e dopo averla rassicurata che abbiamo chiuso prima di venire via saliamo in macchina per il viaggio di ritorno ad Avellino. Mario non si capacita delle bellezze che sono a pochi chilometri da noi, lui che ama viaggiare in cerca di mete che sappiano appagarlo ed emozionarlo. Non credevo che avessimo tanti bei posti. Il mattino del lunedì, Mario mi chiama di buon ora a mi dice che ha ottenuto tre giorni di ferie e vorrebbe venire con me in giro per l’Irpinia. Felicissimo gli dico che passo a prenderlo tra un ora. Sono le otto quando partiamo. Stamane ho voglia di relax, mi reco a Montella, cittadina nel parco dei Monti Picentini, famosa per la produzione di castagne DOP, nel suo territorio insistono duemila ettari di castagneti. Ci fermiamo al santuario di San Francesco a Folloni, qui il santo poverello di Assisi mentre si recava in Terra Santa volle che fosse costruita una chiesa, il santuario è molto bello, il campanile svetta nella valle appenninica. La chiesa è semplice, ad unica navata. Il chiostro molto bello e nella sacrestia trova posto   il monumento funerario a Diego Cavaniglia, allevato nella corte di re Ferdinando I e divenuto appena ventenne Conte di Montella. Recatosi nel 1481 a combattere contro i Turchi a Otranto, in uno degli ultimi assalti prima che la città venisse ripresa, venne ferito ad un ginocchio. E di tal ferita morì all'età di 28 anni, nel settembre di quell'anno. Egli volle essere seppellito a San Francesco dove la consorte, Margherita Orsini, fece edificare una cappella e un superbo monumento sepolcrale. Terminata la visita ci rechiamo al santuario del Santissimo Salvatore che sorge sul picco di una montagna che domina tutta la vallata e da qui ci rechiamo poi alla chiesa della Madonna del monte. Infine ci spostiamo a Bagnoli Irpino, famoso per il tartufo nero, e qui nella chiesa della colleggiata lascio Mario senza parole dinanzi al meraviglioso coro ligneo scolpito dai maestri locali. Ci spostiamo ancora e raggiungiamo la piana del Laceno,  un altopiano carsico al centro del quale la sorgente della “Tronola” genera un lago che dopo il sisma del 1980 si è ridotto in estate a poco più di una pozzanghera, evidentemente si è aperta una crepa e l’acqua defluisce nel sottosuolo. Il posto è incantevole, il pianoro è contornato da una strada ampissima che copre tutta la circonferenza, d’inverno il Laceno è una apprezzata stazione sciistica. In seggiovia raggiungiamo il punto più alto, il Monte Celeca, da qui è possibile ammirare tutto il golfo di Salerno, immaginate che belo sciare ammirando il mare. Inutile sottolineare che i monti sono ricoperti da estese faggete, regno di lupi. Volpi e cinghiali, qui ancora vive il Tasso, la Martora, la Salamandra pezzata e la Mantide Religiosa,  i ruscelli sono ricchi di trote e i cieli solcati da poiane, falchi pellegrini, nibbi,  colombacci,  e la regina Aquila. Un ecosistema ancora intatto. La giornata è molto calda, siamo intorno ai 35 gradi ma qui siamo si e no a 25, l’aria è pulita e non si soffre minimamente l’afa che attanaglia la fascia costiera e le zone interne pianeggianti. Ci fermiamo a pranzare al ristorante “Taverna Capozzi”, si comincia con l’antipasto di formaggi, tartufo e rucola,  come prima portata gustiamo i paccari al tartufo e ricotta fresca, seconda portata un semplice ma squisitissimo uovo ad occhio di bue con scaglie di tartufo su letto di scamorza, una leccornia, il vino aglianico di Montemarano “Vigna dei Goti”  della cantina Molettieri. Sopraffatti dal gusto delle pietanze paghiamo il conto 55 uro in due, e dopo il rituale dei ringraziamenti usciamo per una lunga passeggiata intorno al lago. Sono le 17.00 quando n macchina raggiungiamo Nusco, qui visitiamo la bellissima cattedrale dedicata a santo Amato e il centro storico. Infine ci spostiamo a Castelvetere sul Calore, qui visitiamo l’antico centro storico interamente ristrutturato. Un lavoro ben fatto che ha ridato vita a case e vicoli schiaffeggiati e derisi dal sisma del 1980. Da Castelvetere  decidiamo di non tornare ad Avellino ma ci rechiamo ad Aquilonia, qui prendiamo due camere all’hotel Gronki. Trascorriamo una magnifica serata in vineria, prima di ritirarci in hotel. La mattina seguente Mario viene nuovamente colpito dalle bellezze dei luoghi, siamo in Alta Irpinia, la zona ai confini con la  Puglia e la Basilicata, Aquilonia è un paese di recente costruzione, sorto dalle ceneri della vecchia Carbonara, paese distrutto dal sisma del 23 Luglio 1930. Correva l’anno 1861, e Il 21 Ottobre del 1860 (giorno del plebiscito per l’annessione al nuovo Regno d’Italia), l’ennesimo rinvio dell’assegnazione delle terre demaniali ai contadini, promessa da oltre mezzo secolo, fece esplodere una sanguinosa rivolta (la “Bronte irpina”), che, tra saccheggi ed incendi, si concluse con la morte di otto notabili. Vista come antiunitaria e filoborbonica, essa fu repressa militarmente dai Piemontesi, mentre il Ministero Ricasoli, nel Dicembre del 1862, per “cancellare il nome del paese autore di quell’eccidio”, con un decreto gli impose il vecchio toponimo di Aquilonia., l’abitato fu ricostruito a circa due Km di distanza, piú in alto, a 735 s/m. Visitiamo l’istituendo Parco Archeologico “ Antica carbonara”, una sorta di Pompei medievale, l’intero paese è ancora come dopo il terremoto che lo distrusse, molte case sono state riprese, la piazza principale  ed alcune vie che la circondano, da poco si sta lavorando alla chiesa ed alle stradine interne. I portali antichi risplendono in tutta la loro bellezza. Essere in una città fantasma, non udire alcun odore, alcun rumore, non sentire cani abbaiare o gatti miagolare o galli cantare è una cosa strana. Ogni tanto il rumore di un auto o di un trattore rompe il silenzio innaturale riportandoti alla realtà, qui visitiamo anche il Museo della gente senza storia.Il resto della mattinata lo trascorriamo a pescare sul lago di San Pietro che  si trova a poca distanza da “Carbonara”. Pesci gatto e trote che poi vengono liberati  si lasciano pescare grazie all’abilità soprattutto di Mario. Rientriamo per il pranzo in fattoria, alla fattoria l’Asinello, qui all’aperto, sotto una rigogliosa pergola degustiamo un pranzo luculliano, si parte con un antipasto di rucola e tartufo nero di bagnoli, caciocavallo podalico, soppressata locale e un misto di sottoli. Come portata principale ci viene proposto un raviolo con ricotta e salsa di funghi porcini e tartufo e un assaggio di “maccaronara” (pasta fatta a mano) con sugo di carciofi, cinghiale e funghi porcini, per seconda portata degustiamo un misto alla brace di carni vitello, maiale e agnello, e un assaggio di baccalà alla “pertecarata”, divino. Contorno di verdure e patatine fritte, come dessert degustiamo delle ottime crostate alla frutta e un impareggiabile porzione di struffoli amalgamati al miele locale. Ottimo aglianico di Taurasi accompagna gradevolmente il pranzo. Insieme al conto 30 Euro ci viene offerto il caffè ed una serie di grappe. Soddisfatti ci incamminiamo lungo i sentieri della fattoria, immersi in un boschetto di querce dove le varie tonalità di verde si sposano creando un effetto ottico lussureggiante. La passeggiata dura un ora circa e ci permette oltre a digerire di ammirare dei panorami degni di tale nome. Il resto della giornata lo trascorriamo in compagnia degli animali che abitano la fattoria. Ci sono due asini, “Rosinella” e “Caterina”, due Pony, “Lucariello”e “Principessa”, dieci caprette tibetane, due caprette nostrane, trentacinque pecore “merinos”, galline, colombi, conigli, faraone, papere etc. a fine giornata ci prepariamo per il rientro felici di avere trascorso un periodo di relax in una terra tutta da scoprire, dove l’accoglienza è il fulcro intorno a cui ruota l’esistenza di questa gente contadina.

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