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il Monte di Pietà a NAPOLI
di pegghy
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Napoli: il monte di Pietà

Vi è mai successo di aver bisogno di andare al monte dei pegni o di chiedere un prestito a qualche usuraio?
Un mutuo l’ho chiesto una volta, ma a tassi di interesse molto bassi.
Invece non sono mai andata in un Monte dei Pegni.
Non sapevo nemmeno che esistesse nella mia città, fino a quando non ho visto in un giornale quello di Napoli. Nella mia città il banco dei pegni è un semplice sportello in una banca, quello di Napoli, invece è un vero e proprio museo, con delle decorazioni sublimi.
Il Monte, poi diventato museo, si trova nel cortile del palazzo nobiliare di don Girolamo Carafa dei duchi d’Andria, ricostruito per dare una nuova sede al Sacro Monte di Pietà. Prima si trovava nella santa Casa dell’Annunziata.
La gente, in un rione popolare, seguiva i lavori con molto interesse, speranza e gratitudine.
L’antico Banco di Napoli infatti aveva la funzione di combattere l’usura. Il nuovo manteneva la stessa funzione: accettare come pegno i poveri oggetti in cambio di un prestito, senza scopo di lucro.
La prima pietra per costruire la cappella fu messa il 20 settembre del 1598, proprio nel cuore di Napoli, in un fitto intreccio di vicoli oggi come nel XVI secolo.
La facciata rinascimentale della piccola chiesa, decorata da Battistello Caracciolo con affreschi purtroppo oggi illeggibili, ricordava quel sentimento di solidarietà che aveva ispirato l’antica istituzione.
Nelle due nicchie della facciata ci sono statue della Sicurezza e della Carità, scolpite da Pietro Bernini nel 1601.
Ai lati dell’ingresso gli orfani, i derelitti sono rappresentati come bimbi, nudi, o appena coperti da pochi stracci laceri, che si attaccano alle vesti di madre Carità, mentre con la fierezza di una sobria eleganza, la statua della Sicurezza invita ad avere fiducia.
La Sacrestia ha degli arredi in radica di noce, decori in oro e affreschi monocromi di Giuseppe Bonito.
La navata della cappella è un piccolo ambiente a stucchi dorati e affreschi alle pareti del pittore greco Belisario Corenzio con episodi tratti dalla Vita di Gesù.
Prima che intervenisse la chiesa, i prestiti erano in mano agli Ebrei, che avevano monopolizzato il mercato del credito, con prestiti in denaro contro un pegno, e interessi da capogiro. Gli Ebrei vennero espulsi, ma la situazione di Napoli non migliorò, anzi: i napoletani poveri e bisognosi avevano impegnato ogni povera cosa. I ricchi invece, secondo antiche cronache, avevano lasciato nelle mani degli strozzini i loro più belli e preziosi argenti ed ori delle loro case dopo aver contratto debiti per organizzare feste in attesa della venuta dell’imperatore.
L’usura era stata vinta, ma i poveri napoletani avevano bisogno di un sostegno, perché l’economia era debole.
Così benefattori, aristocratici e borghesi, riuniti in congregazioni, organizzarono una nuova rete di credito, accettando ancora pegni, ma chiedendo solo la restituzione della cifra prestata.
Nascono allora i primi banchi e tra i primi il Monte della Pietà.
Sembra strana una cappella nella banca, perché il Monte di Pietà è appunto formato da una cappella e una sacrestia, ma la funzione era lodevole.
Qualche attimo per inginocchiarsi, poi in fila allo sportello: preghiere per invocare giorni migliori, portando in pegno poveri tesori, anche semplici coperte da lasciare d’estate in cambio di una manciata di monete.
L’ingresso nella cappella era sfavillante, tra stucchi finissimi e dorature di notevole pregio; la navata dalla volta affrescata; immagini affogate nell’oro di stucchi preziosi; dipinti importanti sui tre altari; ancora oro accanto al legno di noce intagliato degli armadi, nella sacrestia del settecento; le quattro preziose angoliere della sala delle Cantoniere, affrescata a trompe-l’oeil con i ritratti di Carlo di Borbone e di sua moglie Maria Amalia di Sassonia, dove torna il tema della Pietà in una scultura dai volti struggenti intagliati nel legno dipinto, tra mobili laccati e dorati.
Infine i pavimenti con giochi di colori molto vivaci in cotto e maiolica.
Poi un piccolo museo: calici, ostensori, crocefissi, candelieri, reliquari, paliotti d’altare, lampade, paramenti sacri, ricami d’argento e oro filato per i tessuti, decorazioni in lamine di rame dorate con paillettes e corallini di vetro.
È tutto quello che resta dopo il saccheggio durante la rivoluzione del 1799.
Dunque se capitate a Napoli, non potete non andare in questo museo.
E portatevi una macchina fotografica, magari con un potente teleobiettivo, per riprendere i dettagli degli affreschi.

Pia Granieri
Perugia 21 – 02 – 2008




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