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Sognato a Paestum
di LEODIUS
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SOGNATO A PAESTUM

di Uberto Tommasi

“Io, intanto, guidato da un paesano, giravo tra i ruderi; e la prima impressione non poteva che essere di sbigottimento. Mi trovavo in un mondo che parlava un linguaggio del tutto sconosciuto...
Ma il mio sconcerto durò poco; ripensai alla storia delle arti, considerai l’epoca il cui spirito si confaceva a tali costruzioni, ricordai lo stile austero della scultura, e in meno di un’ora mi sentivo già famigliare e perfino riconoscente verso il buon genio che consentiva ai miei occhi di vedere quelle rovine tanto ben conservate...
Solo camminando in mezzo ad esse si comunica loro la nostra vita; se ne sente emanare il soffio vitale che l’architetto aveva concepito, anzi aveva infuso in esse.
E così trascorsi l’intera giornata....
Loro, gli antichi , rappresentavano l’esistente, noi, di norma, l’effetto; loro dipingevano il terribile, noi raffiguriamo in modo terribile; loro il piacevole, noi in modo piacevole, e via dicendo...
Nel foglio accluso alcune notizie del percorso fino a Salerno, e anche su Paestum; è l’ultima e, starei per dire, la più splendida immagine che porterò meco integra al nord“

Queste, alcune delle frasi, più significative, scritte dal poeta Johann Wolfgang Goethe, per la sua visita a Paestum e raccolte nel libro “Viaggio in Italia”.
Ed è pensando allo stupore del grande poeta tedesco, passato da questi luoghi nel marzo del 1787, che ora, ci troviamo qui, davanti al tempio di Poseidone, illuminato da un sole, fuggito da un ammasso di nuvole nere che, fino a poco fa, flagellavano di pioggia i templi risvegliando colori e donando riflessi ai marmi dell’antico abitato.
Una delle guide, che abbiamo acquistato nel tentativo di cogliere lo spirito della città, scrive che le misure del tempio sono m. 24,30 x 59,90 e che il manufatto ha sei colonne sulla fronte e quattordici sui lati lunghi, mentre l’interno è diviso in tre navate da due file di colonne che hanno un secondo ordine superiore di colonne più piccole.
Il testo accenna anche alla curvatura delle linee orizzontali, ottenuta con una diminuzione, impercettibile ad occhio nudo, dell’altezza delle colonne angolari della fronte, voluta per evitare l’impressione di divergenza del colonnato e le imperfezioni della visione prospettica.
Ed è meditando, sul raffinatissimo stratagemma architettonico, ideato la bellezza di 2450 anni fa, e sul livello di conoscenza raggiunto dal popolo greco, che ci vengono alla memoria le parole di Aristosseno di Taranto in Atheneo, quando parla degli abitanti di Poseidonia, che occupati dai barbari celebravano ormai una sola festa greca: “...convenuti a questa richiamano alla memoria i nomi antichi e le antiche leggi, si compiangono l’un l’altro e dopo aver versato molte lacrime, si allontanano.”
Eppure i barbari, intimoriti, non violarono alcuni punti di Paestum. Uno di questi è il Sagello Ipogeico del fondatore della città. Una costruzione in pietra risalente al 520 a.C. nella quale gli scavatori rinvenirono otto vasi di bronzo che contenevano miele, un vaso attico a figure nere e cinque spiedi di ferro. Restiamo ad osservare l’heroon, volutamente semi interrato, per definire un momento di transizione dell’anima dell’eroe, forse sepolto in mare. Il tetto è fatto di lastre di calcare, ricoperto in un secondo tempo di grandi tegole. Sulle pareti non vi è traccia di entrate o finestre ne reali ne simboliche. Restiamo un po’ a meditare come la devozione degli abitanti al sacrario del fondatore, l’avesse salvato dall’ordine, dato nel 400 d.C. dall’imperatore Teodosio, di distruggere tutti i templi pagani e costruirvi sopra chiese cristiane. Continuiamo la passeggiata attraversando abitazioni, resti di piscine e negozi, l’ekklesiasterium, dove si riuniva l’assemblea di tutti i cittadini adulti, per deliberare le sorti della città. Verso l’uscita, scolpito su una pietra solitaria, ancora bagnata dalla pioggia, scopriamo un sole, il sole invictus, l’antico simbolo della vita.
Poco lontano troviamo l’ingresso del museo. La mostra bene organizzata contiene pezzi preziosi, oggetti votivi, affreschi, terrecotte dipinte e rappresentazioni di divinità, che aiutano il visitatore ad immaginare i gusti, i desideri e le paure, a dare colori, dimensioni e vita al popolo che frequentava i templi, oggi immagine sobria ed astratta. Infine è la visione della tomba del tuffatore che ci colpisce sopra ogni altra cosa. La sepoltura è del tipo a cassa, formata da quattro lastre di travertino e di un lastrone unico per tetto. Abbastanza semplice, se non fosse per le pitture che decorano le quattro pareti e la lastra di copertura, le prime con le scene di un banchetto festoso e la parte superiore con l’immagine di un giovane che si tuffa, da un alto pilastro, in uno specchio d’acqua raffigurante il passaggio dalla vita alla morte, reso attraverso il tuffo nell’Okeanos, il salto nell’ignoto per eccellenza. Un’impronta sull’affresco, firma involontaria dall’antico pittore, ci fa immaginare chi poteva essere stato l’ignoto artista, che aveva avuto la commissione di trasmettere ai posteri, l’idea del passaggio, in un mondo migliore, di un loro amico, compagno di feste, il cui nome non appare. Il ritrovamento di una lyra, uno strumento musicale, la cui cassa armonica era il guscio di una tartaruga, fa pensare che fosse un musicista, seguace di Apollo.
Usciamo dal museo per una passeggiata lungo ciò che resta di mura e torri dell’antica città, che ci ricorda quelle della Troia cantata da Omero. Sulla destra il sole calante allunga le ombre delle colonne erette da coloni greci, a sentinella del mondo, quello della poesia e della filosofia che tutt’oggi rimangono l’unico vero primato dell’Europa.







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PAESTUM, ITALIA

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