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Comacchio
di LEODIUS
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Comacchio, la Venezia Ferrarese
di Uberto Tommasi

Visitare le valli di Comacchio è come entrare in una bolla temporale nella quale sopravvivono le leggende dei pescatori di frodo e la storia di Anita Garibaldi che tra gli isolotti trovò ospitalità e perdette la vita.

"... Quando, lasciata Ravenna con le sue verdeggianti pinete, ti
incammini verso settentrione, lungo la via Romea, ti accorgi subito che il paesaggio va assumendo un aspetto caratteristico, straordinariamente caratteristico per le peculiarità del territorio che, costellato di dune ed ampie depressioni (le cosiddette valli), si distende fra il fiume Reno e le propaggini estreme del grande delta del Po. Immerso in esso, avverti che qui, dove indistinto è spesso il confine fra cielo, acqua e terra, la coesistenza delle varie forme di vita deve essersi retta per millenni su difficili equilibri. In particolare, la lotta per la sopravvivenza dell'uomo non può non essere stata aspra, segnata da privazioni e ricorrenti avversità; non tanto lungo la striscia di terra su cui corre l'antica arteria, quanto più in là, ove le acque un tempo paludose,prendendo il posto di quelle lagunari, condannarono ad un duro
isolamento le comunità che si erano insediate nelle immediate vicinanze, organizzandosi ai livelli minimi di autosufficienza perché tagliate fuori dai traffici mercantili; addirittura, per lunghi periodi, da ogni forma di contatto con il mondo circostante. "

(Preso dalle "Pagine ferraresi")


Ancora oggi le valli di Comacchio, che si estendono per circa 11.000 ettari situati fra il Reno a sud ed il Po a nord, con il loro intrico di canali punteggiati dai casoni, costruzioni di paglia in cui i pescatori trovavano riparo dalle intemperie, possono rappresentare per il visitatore un modo per dare una sbirciata ad un mondo che ha potuto arrivare fino a noi quasi intatto. La zona era divisa in quattro parti che un'infinità di canali trasformava in una vera città. Una guida capace è in grado di raccontarvi storie di guardie vallive e fiocinini. Di questi ultimi solo pochi erano autorizzati a pescare mentre gli altri, per non morire di fame erano costretti a pescare di frodo. Eludere il controllo era quasi impossibile, infatti anche i guardiani si servivano di veloci barchette, i vulicepi, con cui pattugliavano i canali. Ancora oggi fra i pescatori si raccontano storie di guardie e ladri leggendari che riuscivano sempre a sfuggire alla caccia spietata. Ogni cosa era complicata dalla nuvola di zanzare che avvolgeva ogni cosa portando con se la malaria, la terribile malattia che non distingueva tra buoni e cattivi.
I locali amano raccontare di Garibaldi, quando nel 1849 sbarcò a Magnavacca, con Anita che morì in località Mandriole. Al Lido delle Nazioni è conservato ancora il capanno di Garibaldi. Naturalmente la storia di Comacchio è molto più antica. I primi insediamenti, non autoctoni, risalgono al VI sec. a. C., quando si stabilì una popolazione etrusca, fondando la città di Spina.
Le forti influenze greche, dovute a contatti commerciali via mare, hanno fatto riscoprire numerosi manufatti ellenici, oltre che etruschi. Dopo il declino di Spina nel III sec a. C., non ci sono testimonianze di abitati, fino all'età tardo-romana, alla quale risalgono alcune ville riscoperte
nelle valli bonificate. In seguito alla caduta dell'Impero Romano d'Occidente, Comacchio entrò a
far parte dell'Esarcato di Ravenna (a testimonianza restano i monasteri di Santa Maria in Pado Vetere, nella Valle Pega e Santa Maria in Aula Regia) e poi del Regno Longobardo. Sconfitti e cacciati i Longobardi, Carlo Magno donò la città lagunare alla Chiesa. L'importanza strategica di Comacchio nella produzione e commercio del sale, fece scoppiare la guerra contro Venezia, nel 932 le armate della Serenissima rasero al suolo il paese.
Divenuto libero comune, nel 1325 gli abitanti fecero un atto di dedizione ai Duchi d'Este, che da quel momento governarono e gestirono i profitti delle valli. Dopo la devoluzione estense del 1598, Comacchio appartenne allo Stato Pontificio e, nonostante le ribellioni dei cittadini, cominciò un lungo periodo caratterizzato dall'affitto e subaffitto delle valli a comacchiesi e forestieri, a prezzi spropositati.
Le valli di Comacchio hanno sempre rappresentato la risorsa principale dell'economia locale e la loro gestione fu sempre al centro delle vicende storiche.
Quando nel 1797 Napoleone si impadronì del paese e delle valli, i cittadini si ribellarono, guidati da Antonio Buonafede e Guido Manfrini, finchè ottennero la firma del Rogito Giletti
(12 luglio 1797), con il quale la repubblica Francese vendeva alla cittadinanza tutte le valli. Ancora oggi il Rogito è l'unico documento che sancisce la proprietà del Comune sulle valli.
Nel primo dopoguerra riaffiorò la necropoli di Spina, dal prosciugamento di valle Trebba e nel secondo dopoguerra dalla bonifica di valle Pega.
Oggi, accanto alla pesca come fonte principale di guadagno si inseriscono l'agricoltura e il turismo balneare, sui sette lidi di Comacchio. A partire dagli Anni '80 la cittadina lagunare è meta anche di un turismo naturalistico, legato al Parco del Delta del Po, di cui Comacchio è il cuore. Ponti, canali, strade e case vivacemente colorate le conferiscono i connotati di vera città lagunare, quasi una piccola Venezia, peculiare anche per le sue emergenze culturali ed architettoniche.






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