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Sfogliando una raccolta di vecchie foto fatte dal fotografo persicetano Santino Salardi, mi ha sempre colpito una vecchia istantanea sbiadita di un orso, vicino al suo ammaestratore, in piazza a Persiceto.
Con quella foto sempre in mente, frugando nelle biblioteche, ho scoperto la bellissima storia degli orsanti.
Orsanti, in tanti probabilmente non conoscono neanche la parola. Erano coraggiosi girovaghi, domatori di orsi (da cui “orsanti”), di scimmie (da cui “scimmianti”), di cammelli (da cui “cammellanti”) che, dipartendo dal nostro povero Appennino tra il Settecento e l’Ottocento, dalla alta Valle del Taro si sparsero per tutta Europa e talvolta anche più in là. La vita, all’epoca, nelle nostre valli, specie in quelle comprese fra l’Emilia e la Liguria, non era certo agiata: più che un po’ di “granone”, funghi, castagne, un po' di latte quelle montagne non hanno mai dato. Troppo poco. I valligiani più coraggiosi presero la via di luoghi lontani, dal nome sconosciuto: Parigi, Odessa. Amsterdam, Istanbul e mille altri, che non si sapeva nemmeno dov'erano. La vita prevalentemente contadina ed il frequente contatto con gli animali, indusse alcuni di costoro a “metter in arte” le attitudini di ammaestramento raggiunte nel tempo con vari animali - soprattutto orsi - che, fino al 1733, vivevano nei boschi della zona, poi fu necessario andarli a comprare altrove. Per dare un’idea dell’entità del fenomeno basti pensare che, verso la metà dell’Ottocento, nella sola Londra erano attivi circa seicento di questi “artisti di strada”, quasi tutti provenienti dal nostro Appennino parmense. Ciò merita un ricordo particolare poiché rappresenta, senza ombra di dubbio, un particolare fenomeno all’interno di quello assai più vasto rappresentato, in generale, dall’emigrazione. L'epicentro originario di questi artisti era considerata normalmente la zona del Monte Pelpi, fra Bedonia e Compiano, in provincia di Parma.
Andando a Compiano si scopre un mondo a metà tra leggenda e miseria, quasi del tutto sconosciuto alla storia della nostra regione. Si riescono a “respirare” i valori, le amarezze, le gioie della vita “ramenga” che contraddistinse alcuni dei nostri avi, quello strano misto fra la frustrazione e la soddisfazione del girovago.
Gli orsanti rappresentano quel pizzico di anarchica avventura, indotto dalla necessità che, in fondo, ognuno di noi ha sognato almeno una volta nella vita.
Racconta l’ex sindaco Osvaldo Moglia, ottant’anni, ovviamente nipote di orsanti che, nella sola frazione di Carvignana, a fine Ottocento, si contavano sessanta orsanti su duecento abitanti.
“Il nonno Antonio un giorno senti dire che in Crimea si vendevano a buon mercato cammelli delle steppe asiatiche e, senza sapere dove o cosa fosse la Crimea, ci volle andare”. Antonio Barnabò sbarcò a Odessa, cercò, contrattò, affittò vagoni ferroviari e, di lì a due mesi, invase il mercato tedesco con cinquantasette cammelli, un vero trust. Con il guadagno, formò una sua compagnia di orsanti, il Circo Barnabò, andandosene in giro per l’Europa, l’Egitto e l’Impero Turco. Nel 1903 si esibì al palazzo imperiale di Costantinopoli, davanti al sultano Abdul Hamid II a cui piacque così tanto lo spettacolo degli orsi che comprò tutti gli animali ammaestrati per l’equivalente di ottantamila lire d’allora e insignì il nonno Antonio con la croce di cavaliere del lavoro della corona turca. “Mio nonno mi ha sempre raccontato” prosegue il nipote Osvaldo “che si era avverato il sogno della sua vita: dai poveri monti di Carvignana e Compiano aveva raggiunto gli onori della corte di Costantinopoli. Ma la passione per gli spettacoli orsanti non fermò mio nonno che, poco dopo, abbandonò il sultano, si ricomprò altri animali e riprese a girovagare per l’Europa orientale finché, nel 1914, si fermò a Belgrado e Sarajevo, trovandosi nel mezzo dello scoppio della prima Guerra Mondiale, a causa della quale dovette abbandonare tutto, tornare a casa ormai vecchio, a mani vuote e con la grande passione degli spettacoli orsanti nel cuore, che conservò intatta fino alla morte”.
I racconti e gli aneddoti si affollano nella mente di Osvaldo Moglia, che racconta: “Mio nonno aveva anche un grande sogno: gli avevano detto – e lui quasi non ci credeva – che lassù al Polo gli orsi erano bianchi, e lui ne voleva ammaestrare uno, che sarebbe stata una rarissima attrattiva per un orsante. Allora lui e l’amico Bartolomeo Caramatti, che aveva raggiunto perfino la Russia a piedi, partirono con un cammello per il Polo, alla ricerca dell’orso bianco. In Finlandia li fermò il freddo, tanto che, per far ripartire il povero cammello, che la notte dormiva fuori all’aperto, dovevano sbloccarlo dal ghiaccio gettandogli acqua calda sulle zampe. Dell’orso bianco non trovò traccia, ma tornò con racconti incredibili. Lassù – diceva – la notte dura sei mesi”.
Ma l’esibizione che piaceva di più al nonno – conclude l’ex-sindaco - era il combattimento con l’orso. Il nonno con il suo orso ci parlava, a bassa voce, lo accarezzava, perché gli orsi sono fatti così: obbediscono solo se si affezionano. Poi, sulla pubblica piazza ci faceva la lotta, ma per finta, per far quattrini dopo, con la questua. E i tedeschi buttavano marchi su marchi dentro il cappello, senza smettere di ridere vedendo quell’italiano piccolo e magrolino che riusciva ad atterrare un gigante bruno, con la museruola sì, ma pieno di artigli. Ma c’era il trucco: il nonno mi raccontava che gli orsi soffrono tremendamente il solletico: aveva scoperto che, per farlo saltare per terra, bastava una grattatina sotto le zampe posteriori….”
E’ facile oggi gustare il sapore di fiaba di queste storie ma, dietro il velo della leggenda, c’è una storia dura e prosaica. “Ammaestrare un orso era lavoro di anni: un cammello fatto venire da lontano, da esibire come curiosità esotica, costava una fortuna. Se moriva, era una rovina. Mettere su una compagnia, era un azzardo, ripagato da guadagni incerti. Montanari coraggiosi che amavano la libertà, l’avventura e rischiavano tutto, questo erano gli orsanti di Compiano. A casa, sempre che per gli orsanti questa parola avesse un senso, si tornava di rado. Ogni due o tre anni, dandosi il cambio, mentre la compagnia continuava a girare in terre lontane. Per assurdo a Compiano, patria dei domatori, gli orsi ammaestrati non si sono mai esibiti. Compiano, nell’Ottocento, era un paese di donne, vedove bianche, di mogli, madri, sorelle e figlie a cui gli orsi avevano portato via gli uomini. E’ l’altro pezzo della favola, quello più triste. “Caro marito mio, vi preco tanto di venire a casa cheio vi penso sempre note e giorno, sempre vi spetava addio caromarito non vi dico altro che le lacrime mi bagnano la carta. Adio” si riesce ancora a leggere in una lettera del primo Novecento.
Non sempre erano ben accolti, spesso avevano cattiva reputazione: sfruttatori di bambini (a loro venivano spesso affidati bambini da famiglie poverissime, in cambio di qualche soldo), sfaticati, sporchi e “inclini al furto e all’imbroglio”. Lontani, soli con gli orsi, giullari, guitti, ciarlatani, vivevano con arte e con inganno, elemosinando e forse un po’ rubacchiando, ma meritano rispetto perché alla fine, forse, il prezzo più pesante l’hanno pagato loro. Li rovinò la Grande Guerra: nel 1914 le frontiere si chiusero, addio tournèe, addio rifornimento d’animali, addio a tutto. Anni dopo, l’avvento di nuove professioni ambulanti più redditizie e sicure, soprattutto all'estero: gelatai, venditori di pesce e patatine fritte, caldarrostai. Gli italiani facevano "strada"! Poi, Compiano se li dimenticò, i suoi orsanti. “Diciamo la verità: se li volle dimenticare, perché un po’ se ne vergognava”: Maria Teresa Alpi lo dice con tutto l’affetto che porta a questo paese che è diventato il suo, a cui ha dedicato anni, passione, e i soldi guadagnati facendo l’artista e la stilista. Il Museo degli orsanti l’ha costruito lei, pezzo per pezzo, nella chiesa di San Rocco che il parroco le ha ceduto per due lire, tanto ormai era diventata un garage. Tante fotografie, oggetti, notizie, ricostruzioni e un bando sempre aperto su Internet che offre 516 euro a chi procura altre testimonianze e documenti sugli orsanti all’estero. Il museo ha tel. 0525/825513 o 320/7253446, è aperto da Pasqua a ottobre la domenica dalle 15 alle 19; in luglio e agosto da martedì a domenica dalle 16,30 alle 19,30 e il sabato sera dalle 21 alle 24 – per chi ha Internet www.museogliorsanti.it o info a alpimariateresa@libero.it )
Credo che una gita a Compiano valga la pena, è un po’ una immersione in un passato anche nostro, duro e faticoso, e un po’ una favola. Come la vita, in fondo…..
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