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La camera alchemica e la camera ottica

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Fontanellato deriva il suo nome da "Fontana Lata", che richiama la ricchezza delle acque "risorgive", sorgenti naturali tipiche della bassa padana. L'uomo era presente in queste zone già all'età del bronzo (1800 a.C.).
Dopo il 1000 iniziò il processo di graduale sviluppo economico del centro urbano che, dal primitivo castello, si estese a ciò che possiamo vedere nell'attuale borgo, senza incisivi sconvolgimenti. Il centro storico veniva salvaguardato da un esteso fossato esterno, al cui posto oggi si snoda la circonvallazione.

L'ANGOLO DEL CRISTO, LA CROCE E L'ALBERO DELLA VITA
Questo piccolo spazio accoglieva anticamente un sepolcreto o cimitero di S. Croce. Sul finire dell'Ottocento venne caratterizzato dal portico ad archi e colonne in cotto, per facilitare l'accesso che conduce alla Sagrestia monumentale di S. Croce.
ci troviamo nella via che una volta era denominata Borgo del Cristo. Questo luogo è infatti caratterizzato da una Croce da cui scende un torrente "d'acqua viva" che va a irrorare l'albero della vita. La traiettoria albero-croce-campanile, specialmente di notte, nel contrasto luci ed ombre, crea una visione d'infinito.
Non a caso questo luogo tanto legato all'acqua si trova a Fontanellato, il cui stesso nome deriva dalla ricchezza delle acque sorgive che qui vi si trovano fin dai tempi antichi. L'acqua, elemento estremamente sacro, senza il quale l'albero della vita, il nutrimento e fondamento delle nostre anime, non potrebbe vivere.
Come l'albero dà vita alla nostra anima, noi lo nutriamo con l'acqua della croce.
La Chiesa di S. Croce, luogo in corrispondenza con l'angolo del Cristo, è una chiesa del 1500, purtroppo all'interno totalmente restaurata nel XX secolo.

LA ROCCA DEI SAN VITALE, LA CAMERA ALCHEMICA E LA CAMERA OTTICA
I Sanvitale furono feudatari di Fontanellato dal XIV secolo e proprietari della Rocca fino al 1948. La rocca presenta torri a pianta quadrata, testimonianza del fatto che proviene da un’epoca in cui non esisteva l’artiglieria (le torri furono poi costruite a pianta circolare per resistere ai colpi di cannone), è circondato da un fossato, uno dei pochi ancora oggi pieni d’acqua.
L’interno presenta moltissimi affreschi e opere d’arte, come una “moderna” cassa di sicurezza con un intricato meccanismo di chiusura, come le curiose grottesche di Borselli e Baglione. Curioso il soffitto della camera nuziale, colmo di simboli sacri della passione, a tal punto da far pensare che potesse essere una stanza di derivazione sacra, o forse a ricordare agli sposi di “non esagerare”, chissà…
Altra curiosità… sempre nella camera nuziale è presente un ritratto di Barbara Sanseverino Sancitale, contessa di Colorno, famosa per bellezza e intelligenza, che però venne fatta decapitare dal Duca Ranuccio I Farnese, con il pretesto di una congiura contro di lui. Chissà cosa realmente c’era sotto, dato che la famiglia Farnese era famosa per cattiveria, omicidi, congiure e corruzione; e, come se non bastasse aveva un legame con il papa, talmente profondo da averne la piena protezione. Si può tranquillamente dire che dove passa un Farnese spunta dal suolo una nuova tomba.
Ma ciò che più è interessante in questo luogo, ciò che davvero spicca per la sua inquietante stranezza, ciò su cui vale davvero la pena soffermarsi, è la stanza del Parmigianino. La saletta di Diana e Atteone è infatti il vero capolavoro della Rocca Sancitale di Fontanellato. E’ stata realizzata sotto il Ducato di Galeazzo Sancitale e la moglie Paola figlia di Ludovico Gonzaga marchese di Sabbioneta, nel 1523 teatro di una serie di rinnovamenti, tra cui gli studi alchemici e periodo in cui l’inquisizione aveva un bel da fare. L’aria di Fontanellato era già piuttosto cupa per via del fatto che Galeazzo era stato nominato colonnello del re di Francia e i francesi erano appena stati cacciati dal ducato di Milano e Parma era ritornata a far parte della Chiesa. Come se non bastasse l’ultimo figlio maschio della coppia morì subito dopo la nascita. Giusto pochi mesi dopo il Parmigianino affresca una piccola stanza al piano terreno, lontana un po’ da tuitto, completamente priva di finestre che la rende davvero molto misteriosa. Fu dipinta da un Parmigianino, giovane, ventenne, ma già professionista e molto richiesto, dedito all’alchimia fino alla follia, fino ad essere inadempiente al lavoro ed essere arrestato per questo, fino a morire per un’infezione allo stomaco molto giovane, forse conseguenza dei numerosi esperimenti alchemici che gli riempivano morbosamente le giornate. In questa stanza di soli 3 metri per quattro viene rappresentata la leggenda di Atteone (metamorfosi di Ovidio), un cacciatore che, dopo aver inavvertitamente scorto Diana al bagno, per punizione viene trasformato dalla stessa dea, protettrice della caccia,in un cervo e divorato dai suoi stessi cani. Un innocente colpito dalla sua stessa divinità per una colpa che non commessa volontariamente. Atteone non fa nulla di volontario, è il destino che lo porta verso la sua tragica fine.
Vi si trova anche questa scritta:
Questa è la metafora della vita e del fatto che le persone vengono punite spesso senza ragione, non perché siano buone o cattive, ma perché quello è il loro fato. Il Parmigianino ci dà una vera e propria lezione di vita… perché ci accade qualcosa di brutto, come una punizione senza aver commesso peccato? Perchè Dio si dimostrerebbe così crudele con noi? Perché così è stato deciso fin dalla nostra nascita. Paola, moglie di Goffredo, si sarà chiesta la stessa cosa “Perché è morto mio figlio senza che né io e né lui ha commesso alcun male?”. E’ il destino, che non seleziona belli io brutti, stupidi o dotti, forti o deboli, sceglie solo chi vuole scegliere. Nella stanza abbiamo un elemento che rende valido questo discorso, un angelo con occhi fatati (i classici occhi inquietanti che caratterizzano i personaggi del Parmigianino), proveniente da un altro mondo, che porta via con sé il neonato.
Abbiamo un altro particolare. Atteone nella mitologia è un uomo, nella stanza viene raffigurato come una donna che viene dilaniata dal suo stesso cane (identificato con una conchiglia nel collare) come a mostrare che colui che faceva parte di te ti ha dilaniato il cuore. La donna è dunque Paola. La conchiglia era il simbolo di maternità (la perla nella conchiglia, la vita nell’utero) e simbolo di resurrezione (la perla nella conchiglia, come l’anima nel corpo, nel sarcofago). Inoltre Diana era la dea anche del parto e della maternità e aveva lo stesso potere di Apollo (Diana luna e Apollo sole) quello do provocare le morti improvvise. Il figlio di Paola viene colpito da Diana proprio come Atteone viene colpito ingiustamente dalla sua protettrice. Forse perché no, allegoria dello stesso Gesù, che morì senza colpa alcuna ma solo per soddisfare un misterioso disegno divino.
Infine al centro del soffitto si trova uno specchio nel quale vi è l’iscrizione “Respice finem” ovvero “Considera la fine”. Nel complesso una stanza maledettamente alchemica. Anche Galeazzo come il Parmigianino era dedito all’alchimia, e forse la realizzazione di questa stanza è stato frutto di due menti, che hanno ben pensato di “trasformare” (la metamorfosi era il tema dominante dell’alchimia, dopotutto il principale obiettivo era trasformare il piombo in oro) l’anima mortale del figlio in anima immortale, attraverso l’arte chissà, forse era possibile farlo rivivere attraverso questi intensi disegni, cosa avvertibilissima entrando in questa piccola stanza funeraria.
Ultima curiosità della rocca, la camera ottica. Nel giardino prensile si trova una piccola stanza buia situata in una delle torri, contenente uno schermo concavo sul quale viene proiettata la luce attraverso lenti e prismi proveniente dalla strada di fronte, rendendo possibile osservare sullo schermo l’intera piazza!

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