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GRADO CITTA’ DEL SOLE
Le antiche chiese come libri di pietra, intonaci ed affreschi. I gradesi camminano lentamente sfidando le leggi della società moderna. Il “Settimo Cielo”
Arriviamo al Grand Hotel Astoria di Grado che sono già le dieci del mattino con ancora negli occhi la vista della laguna che abbiamo attraversato per giungere nel centro della cittadina altoadriatica.
Sistemati i bagagli in camera, iniziamo la passeggiata per Grado vecchia, raggiungibile a piedi dall’Hotel.
Passiamo davanti alla serie di case medievali che si addossano all’antica cinta muraria. Androni di cotto e pietra intervallati da finestre e porte colorate, da balconi fioriti e dalla presenza di popolo residente dedito alle faccende quotidiane, il cui chiacchierio in dialetto veneto, pare una musica e fa capire che il luogo ha una propria vita indipendente dall’afflusso dei turisti, ben differente dal palcoscenico di vicoli veneziani, ormai abitato solo da stranieri, che il pittore armeno Garabet Demircian una volta descrisse come “…un pettine abbandonato sopra una tavola vuota.”
Il viaggio all’interno dell’”Ortus Conclusus” della cinta muraria diviene un’emozione quando ci si accorge del lento incedere delle persone, probabilmente condizionato nei secoli dalla brevità del perimetro cittadino, un fare che per il mio giudizio li rende eroi della battaglia contro la frenesia consumistica che ormai ha conquistato ed imbarbarito il mondo.
Ma la vera immersione spirituale si ha entrando nelle chiese romaniche della città del sole. Pare di violare una bolla temporale che ha conservato per mille e più anni le tracce della fede di antichi costruttori custodi dei segreti delle sacre geometrie: ottagoni come simboli del rapporto tra la terra quadrata ed il cielo curvo, esagoni, come sigilli di Cristo discendente di Re Davide. Allora i mastri costruttori dovevano essere anche esperti di acustica e per questo alle volte muravano nelle pareti anfore vuote, spesso le loro storie si confondevano con quelle degli alchimisti praghesi, dalle borse di pelle di camaleonte e qualche volta attiravano anche le attenzioni dei padri inquisitori.
Quindi chiese come libri di pietra intonaci ed affreschi. Nel duomo incontriamo Georgia Pozzi Ciabatti, una restauratrice che con cura certosina tenta di rimediare ai danni del tempo e dell’incuria degli uomini. Anche lei, per lavoro abituale frequentatrice di luoghi antichi e suggestivi, ci confida l’emozione che le infonde la chiesa cosparsa di brandelli di lapidi, affreschi e capitelli lavorati, lettere di un misterioso alfabeto e forse chiave di comprensione di un messaggio destinato da chi lo creò a premiare il merito del ricercatore paziente.
Continuiamo il percorso, fisico e temporale, in chiese cappelle e battisteri dalle strutture sobrie e solenni, fino a sera alternando esperienze culturali a quelle culinarie, assaggiando in una trattoria un “bordet”, la zuppa di pesce tipica del luogo. La sera ritorniamo in albergo in tempo per la cena imbandita al “Settimo cielo”, il ristorante dell’Astoria situato al settimo piano da cui si possono ammirare i campanili di Grado illuminata, le lontane luci della laguna ed una luna bugiarda amica dei pescatori e degli innamorati.
Così conosciamo Alessandro Degrassi, Maitre del piano e scrittore di romanzi autobiografici, lo Chef Luca David e Lorenzo Zecchini, Chef de Ranghe. Osserviamo la squadra di punta dell’Hotel muoversi silenziosamente conversando in tedesco, inglese, francese con gli avventori come se quelle fossero le loro madrelingue, destreggiandosi fra le esigenze di bambini, e le pretese dei buongustai.
Al termine della serata il dessert alla fiamma ci viene personalmente preparato da Giacomo Rubini, primo maitre dell’Hotel. Privilegio che attira gli sguardi gelosi degli altri avventori.
La serata la concludiamo passeggiando sul lungo mare rinfrescati da una brezza dell’Est ed assaporando la brezza marina.
GRADO: FIGLIA DI AQUILEIA, MADRE DI VENEZIA
L’origine di Grado, terminale estremo del sistema portuale di Aquileia, si fa comunemente risalire all’anno 452, quando avvenne la migrazione della popolazione della metropoli altoadriatica, guidata dal vescovo Secondo, in cerca di scampo davanti alle orde barbare degli Unni di Attila.
La letteratura del tempo descrisse i superstiti della caduta di Acquileia come una folla disperata giunta, con le poche cose salvate, su una riva deserta. In realtà vi sono testimonianze storiche che parlano di Grado come di un antico luogo di rifugio.
Lo utilizzarono le popolazioni della costa nel 169 d.C. all’arrivo dei Quadi e dei Marcomanni, nel 401 d.C. davanti alla minaccia di Alarico. Di certo le recenti scoperte archeologiche, il ritrovamento di resti di un antico edificio sotto le fondamenta della basilica del IV secolo in piazza della Vittoria, hanno spostato all’indietro la data della presunta fondazione di un centro abitato nell’isola del sole.
Molte anche le interpretazioni del significato del nome Grado. La più plausibile è che questo toponimo, presente in altre zone: Gradus, alle foci del Rodano, Gradus ad mare a Pisa, in relazione all’Arno, indichi luoghi che identificano strutture di banchine con gradinate, magazzini e strade alle foci di fiumi o canali con la funzione di scarico di merci.
Di certo la città lagunare eredita gloria, reliquie, ori e nobiltà da Aquileia solo dopo l’arrivo delle orde unne, davanti alle quali crolla quello che restava della civiltà romana. Quindi Grado come frutto del “Day after”, con un popolo intento a ricostruire una microeconomia, dei dottori a salvare i testi di medicina e nobili e preti a conservare e trasmettere tradizioni antiche, anche se la parte più importante nella salvezza della civiltà toccò innanzitutto ai marinai che, con le loro navi, collegarono la nuova città alle altre realtà create dai superstiti dell’impero, come Venezia e Chioggia.
Da allora Grado, come figlia di Aquileia e madre di Venezia, quindi permeata da un senso del dovere retto dalla consapevolezza della propria dignità spirituale, si propose come modello e simbolo della sopravvivenza nella precarietà, desiderio di esistere al di là del dramma. Poi con i secoli Grado, da figlia di Aquileia, si trasforma nella città che la sostituisce in tutto e per tutto, combattendo anche contro di essa, per difendere l’ortodossia cristiana contro l’arianesimo imposto dagli invasori ostrogoti di Teodorico.
Poi nei secoli, lentamente ma inesorabilmente, la potenza ed il fascino di Venezia oscurarono l’importanza di Grado.
Per questa loro storia i Gradesi si sono sempre sentiti orgogliosamente diversi. Da ciò il loro vantarsi d’essere parte della Repubblica Veneziana, non in modo sottomesso, ma coscienti di aver trasmesso alla città di san Marco l’eredità di Aquileia della cui spiritualità furono custodi
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