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Ho sempre pensato che chi ha soldi per viaggiare fosse fortunato. Ho fatto la scoperta dell’acqua calda? Ebbene si, da arrugginita qualunquista lo ribadisco: beato chi può viaggiare! E allora mi sono chiesta: perché partecipare ad un concorso che prevede l’invio di un racconto di un viaggio? Dopo una serata ed un inizio di nottata a spremere quello che rimane dopo una giornata di lavoro, fuori casa, e di faccende, in casa, (in pratica ora tutti sanno che ho un doppio lavoro!): ho deciso. Anch’io voglio un piccolo spazio e mi ci intrufolo piano piano. Parlerò del mio viaggio datato 1969, anni di contestazione e di hippies colorati.
Diciottenne, entusiasta e contenta del poco, la prospettiva di un viaggio nella capitale è un’ambita conquista.
La prospettiva si concretizza.
Si parte, genitori al seguito (provenendo da una città del sud, neanche tanto piccola, è impensabile che una ragazza possa viaggiare da sola o in compagnia di coetanei!).
Valigie caricate sull’autobus di città (ma quale macchina! Non se ne possiede!), si scende alla stazione e via…. verso la città eterna.
Il treno macina chilometri e finalmente ci sistemiamo in una piccola pensione presso la stazione Termini.
Si pranza alla mensa ferrovieri: ottimo. Non è il ristorantino ricercato e neanche il ristorante raccomandato dalla guida Michelin, ma lo stomaco è accontentato.
Scarpe basse, e, visto il periodo inizio estate, vestitino fresco e vagamente hippy, si comincia la scarpinata.
Al Colosseo! Un burino vestito da antico romano, non molto sexy, in verità, con due gambe pelosissime, invita i visitatori ad una foto davanti al celebre monumento. No, proprio no, il prezzo è un po’ altino per le nostre tasche e poi, andiamo, alle mie amiche non posso mostrare una bionda, occhi azzurri, belloccia con un simile scarafone! M’incanto davanti al monumento conosciuto in tutto il mondo. Entrata, la mia fantasia corre alle gradinate piene di urlanti assatanati. L’imperatore di turno decide delle vite di quei quattro disgraziati che combattono con bestie feroci o contro un povero cristo che fino ad un minuto prima aveva diviso con loro l’angoscia dell’arena. Tempi passati! Mi scrollo di dosso le truci immagini che il mio cervello ha elaborato e si prosegue.
Si arriva a Piazza Venezia: Altare della Patria. E invece no. Si chiama Vittoriano, l'Altare della Patria è solo una parte dell'imponente monumento che, in fin dei conti, ha il suo bel fascino. Salgo la scalinata e mi lascio alle spalle una via trafficata. Ne ammiro l’architettura e, come al solito la fantasia vola. Sto mettendo i piedi dove ce li ha pure messi il Re, il Duce e i Presidenti della Repubblica. Che onore!
La fontana di Trevi te la trovi davanti e neanche te ne accorgi. Pensi ad una piazza e invece no. Giri l’angolo e voilà: eccola. Un gruppo di cinesi, macchina fotografica al collo, scatta un primo piano all’ultima monetina lanciata dallo speranzoso turista che dopo il lancio è convinto che presto ritornerà. Una cinesina in miniatura mi chiede di scattarle una foto. Eccomi! Poi però ne facciamo una insieme, ok? Finalmente posso sfoggiare il mio inglese scolastico, tanto anche lei non si può vantare di una pronuncia oxfordiana! Quasi scivoliamo per arrampicarci il più possibile vicino a quei cavalli rampanti, e….clic, clic, clic. Non si sa mai che qualcuna non sia venuta bene. “Bye, bye, many kisses.” La cinesina è andata.
La monetina la voglio lanciare pure io. Plaf! Tornerò. Ne sono sicura.
La sosta è d’obbligo, si cammina e perciò bisogna rifornirsi di carburante. Panino con la porchetta. Mica male, da bis.
Piazza di Spagna e Trinità dei Monti: il mio sogno. Sulla scalinata un arcobaleno di colori! Un centinaio di hippies fanno collanine e parlano tra loro le lingue più strane. Foto, subito! Mamma e papà vorrebbero andare via immediatamente per visitare la chiesa. E no, cari miei. Mi ci porterei pure il sacco a pelo qui. Voi andate a visitare la chiesa io resto. Riesco ad attaccare bottone con un gruppo. Mi fanno impazzire! Con un po’ in inglese e un po’ in francese smozzicato riusciamo a scambiarci impressioni e pensieri. Un figo con gli occhi verdi tenta la carica. Mi spiace, ma sono accompagnata (dai miei non da un ragazzo, ma non glielo faccio intendere). Lui continua. Ci lascio il cuore. Bello da morire e non poterne approfittare!
Va bene, Castel Sant’Angelo, andiamo. Ma da li non si buttata Tosca? Mi piace Puccini, perché non si può? I miei miti sono i Nomadi e i Beatles, ma l’aria “E lucevan le stelle” che il pittore Cavaradossi canta nell’attesa dell’esecuzione dove la mettiamo?
Si sta facendo sera e si torna alla pensioncina.
Il figlio del proprietario, bel giovane, mostra a mio padre due biglietti del “Piper” e chiede il permesso (ha già capito come funziona la gerarchia nella famiglia!) di accompagnarmi. Non se ne parla. In quel posto di perdizione, no.
Ho ancora oggi quel biglietto conservato come una reliquia in una scatola colorata insieme a tutti gli altri ricordi. Un’occasione mancata, come tante altre, in quel periodo.
La giornata, faticosa, si chiude cenando alla pensione con una matriciana, un abbacchio ed un contorno di carciofi alla giudia.
Tutti a nanna in vista di un’altra giornata di visite, questa volta alla città del Vaticano.
La mattina seguente dopo un maritozzo e un fumante caffellatte si prende l’autobus a due piani. Esperienza nuova per me che, naturalmente, si accomoda al piano superiore. Un ragazzo di colore, vicino di posto, attacca una corte serrata. Sempre sfoggiando il mio inglese maccheronico ci sto. Tanto, finita la corsa, chi lo vede più! E invece quello pensa che la giornata la possa trascorrere a zonzo con me. Ciao! E i miei? “Sorry, sorry….” Appunto scusa, scusa. Alla prossima!
Piazza San Pietro: si respira già un’aria di religiosità che cozza un po’ con il mio spirito hippy. Entriamo. Resto estasiata di fronte a tanta opulenza. La mia genitrice, velo di pizzo in testa, è stizzita. La sua confessione è finita in un nulla di fatto. Inginocchiata al confessionale non ha capito nulla di quello che il prete le diceva. Vado ad accertarmi. Certo, se è andata al confessionale tedesco lo credo bene che non abbia capito un tubo!
Procediamo verso l’altare. Magnifico!
La visita prosegue. E’ una babilonia. Troppa gente, troppe razze, troppe lingue!
La statua di Michelangelo, il Mosè, mi rapisce. E penso: come può una mano creare un simile capolavoro? Io non riesco neanche a disegnare un fiore!
Via Veneto mi eccita, Vedrò o no un divo a passeggio per la famosa via?
Un cameriere mi invita a sedermi e lo fa in inglese. Non ottenendo risposta lo fa in francese, poi in tedesco e poi in spagnolo. Alla fine ci rinuncia. Le mie caratteristiche fisiche possono trarre in inganno, ma, bello mio, l’unico problema è: no money, no tengo dinero.
Ci spostiamo a Trastevere.
Facciamo un’eccezione e ci concediamo un pranzetto in un localino caratteristico.
Le ore scorrono veloci e la partenza è prevista per la serata. Accontentiamoci di quello che abbiamo visto, non c’è tempo per visitare altro.
Ciao Roma, lascio un pezzo mio del cuore alla tua maestosità, alla tua bellezza che toglie il fiato, alla tua gente, alla tua frizzante vita notturna che purtroppo non ho avuto modo di vivere e a tutto quello che non avuto la possibilità di scoprire nei due giorni più belli della mia gioventù.
Sono trascorsi tanti anni e da allora il mio spirito hippy, mai sopito, mi ha portato a percorrere la strada che ho scelto.
La monetina lanciata tanti anni fa nella fontana di Trevi ha mantenuto la sua promessa. Il mio lavoro mi ha dato e mi da la possibilità di ritornare a Roma.
In questi ultimi anni ci sono stata almeno quindici volte! Il lavoro in quella città assorbe tutte le ore che vorrei utilizzare per completare quel breve viaggio. Il nostro destino è scritto? A questo punto credo di si. Ogni mia permanenza a Roma non supera i due giorni….
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