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Le Marmotte

di marcello Contatta l'autore

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LE MARMOTTE

Arriviamo con la macchina fino ad un altopiano verde, di un verde smeraldo, incredibile nella sua compattezza, punteggiato qua e là da capocchie di fiori multicolori mai visti fino a quel momento.
E la lasciamo là.
Prendiamo a salire con passo leggero e lento, con l’occhio indagatore, a godere di cose nuove per noi di città; ci fermiamo di tanto in tanto, ché molte sono le cose che attraggono i nostri sguardi; la cascata è ancora lontana; e molto in alto. Stavamo infatti appena a novecento metri, e dovevamo raggiungere quota mille e sei.
Mia moglie mi seguiva distrattamente presa dalla bambina che si fermava ad ogni passo e s’accucciava continuamente a guardare fiori e piante, ed insetti che non aveva mai visto. Arrivammo di lì a poco ad un pianoro dove ci colpì il lieve lievissimo crosciare di acqua (un ruscello?) sulle pietre. Un rumore appena percepito.
La cercai, l’acqua, drizzando le orecchie nella direzione del fruscio, che ci dava una invisibile senso di frescura. Eccolo qua, il ruscello; alla nostra destra. I ciottoli sul fondo chiaro mi invitano a piegarmi all’acqua che scorre cantando; e a smuoverla con le dita; ciò che faccio.
Indi risalgo alcuni metri e m’avvedo della sorgente. Forse diventerà un torrente, poi un fiumiciattolo, poi un fiume grande, sempre più grande, e magari andrà a confluire con altri corsi d’acqua, chissà…
Chiusi la mano a conca e la immersi nella chiara frescura; mi portai l’acqua alla bocca; mia moglie tirò gli anelli di un bicchiere di plastica a scatolina e fece bere la bambina. Era piena di sali minerali, quell’acqua; di un frizzante più forte delle acque imbottigliate che siamo abituati a comprare ai supermarket.

Il sole cominciava a scottare, l’aria già tiepida ci invogliò a toglierci le magliette.
Resto a torso nudo, anche mia moglie si toglie la camicetta e resta con il costume da bagno tutt’un pezzo che ha indossato sotto la gonna bianca, che le lascia scoperte le spalle, in previsione di un’abbronzatura gratuita. Scaricammo l’acqua che ci portavamo appresso fin dalla mattina, e riempimmo la bottiglia di plastica con quella fresca della sorgente naturale.
La sosta fu breve, ché riprendemmo subito a camminare.
Un viottolo formatosi nel tempo pel continuo passare di gente, parallelo al leggero scoscendimento che mena a valle alla nostra destra, ci portò in meno di una mezz’ora di placida salita ad una larga spianata mista di erba e brecciolino, che portava - laggiù alla fine del pianoro - alla base di una ulteriore salita; che ci si presentò, come ci arrivammo, piuttosto ripida. Ci eravamo lasciati alle spalle, ormai lontane, una decina di macchine in attesa del ritorno.
Potevamo portarla quassù, la nostra, mannaggia!
Insomma, dài che si comincia a salire.

Ogni tanto mi voltavo, stanche?
No no!...
Vedevamo molto in alto - microscopica - quella che si rilevò poi una grossa baita; e dietro di essa una montagna verde di alberi fitti e immobili; e dietro a questa, un’altra, cilestrina, altissima a toccare il cielo di un azzurro senza nuvole. Ci arrivammo facilmente.
Facemmo là una breve sosta: per prendere un caffè; la bambina si ebbe in regalo del gestore una manciata di cioccolatini. Ci ripromettemmo, al ritorno, di acquistare del formaggio, che facevano là; dal produttore al consumatore, come si dice.




Ripartimmo; a risalire un breve dosso tra basse piante e fiori di cui non sapevamo il nome; il dosso ci negava la vista di ciò che c’era al di là di esso.
Mi volgevo continuamente ad ammirare la catena di vette bianche e brillanti di neve e ghiacci, lontanissime alle nostre spalle, come pitturate in un altro mondo; che continuavano a scintillare al sole, quella cartolina a tre dimensioni e su schermo panoramico; tanto da abbagliare la vista. Mi ci soffermo con la cinepresa, faccio lunghe carrellate, qualche zumata, filmati da rivedere a casa. M’industrio inoltre di riprendere tutto ciò che mi pare strano e bello.

In cima, guardavamo curiosi al di là; eccola ancora lontana la cascata che era la nostra meta; tra polvere di gocce rarefatte e uno scroscio attutito quasi silenzioso. M’inebriai, a quella visione da favola. Ci fummo sotto in una mezz’oretta. La stanchezza non la sentivamo; forse c’era, ma veniva mascherata dalla bellezza e dalle novità che ci mostrava la natura.
Mia figlia canticchiava e saltellava; io, da parte mia, facevo diverse soste a trafficare con la cinepresa; e le mie donne avevano tutto l’agio di non rimanere indietro. Lo zaino che avevo sulle spalle non m’era mai parso tanto leggero!

Ecco, adesso lo scroscio si fa dirompente, rumoroso; ci siamo sotto, siamo stupefatti dalla massa d’acqua che abbiamo davanti. Gli spruzzi ci giungono sulla faccia, sulle braccia scoperte. Maestosa forza della natura, nell’immensa cornice dei monti; dobbiamo alzare la testa per vedere lassù fin dove lo sguardo arriva, alla parte alta della cascata.

Ci sono altre persone, intorno.
Fotografano anche loro.
… no, spostatevi più in là, ecco così… stringetevi… bene, sorridete...
Qualcuno comincia a salire, altri seguono, ci accodiamo, quasi in un accordo silenzioso a formare una cordata.
Cominciamo ad andare su; siamo in buona compagnia; ma mia moglie, la vedo titubante davanti all’orrido dell’arrampicata cui ci accingiamo. Eh sì, perché la salita fin dai primi passi si presenta ripida, sconnessa, difficile. Anche appoggiare gli scarponi ci mette addosso un cero timore. Ogni due passi uno zig-zag che sale a picco, l’acqua di fianco che ci sfiora, quasi ci bagna; è un percorso da capre o da animali di montagna, che sanno stare con tutt’e quattro gli zoccoli su uno stesso sasso.
Mia moglie ha le mani sulle spalle di nostra figlia, la spinge avanti appresso a me, cercando do mettere i passi sui miei, là dove io faccio strada, laddove indico le pietre su cui poggiare gli scarponcini.
Attenta, qui. Ecco, venite, dài, forza.
Lei si preoccupa eccessivamente, specialmente pensando al ritorno, che sarà a suo dire impossibile, se sarà da ripercorrere questo stesso viottolo scosceso e ripido e insicuro.
Come faremo? ritorniamoci! (ma anche volendo, non c’è spazio, tra chi sale e lei che vorrebbe scendere).
Pian piano e con cautela, con continue pause, piene di riflessioni e di quasi paura, saliamo ed arriviamo tirando sospiri di sollievo fino in cima. Devo confessare che anch’io covavo dentro la sua stessa preoccupazione Ripercorrere in discesa lo stesso tratto di arrampicata, sarebbe stato senza ombra di dubbio molto molto arduo; per non pensarci troppo cercavo di distrarmi; faremo come faranno i nostri compagni d’avventura, mi dicevo.

Come ci allontaniamo dal tonfo dell’acqua per seguire un percorso obbligato, ci accompagna il frastuono sempre più fioco dell’acqua che rotola a valle, cinquecento metri più giù, fra tronchi, foglie, rocce …
Un breve tratto in piano; e il cuore più tranquillo; eccoci a mille-e-sei, ci indica una scritta incisa col fuoco su una tavola di legno: quota 1640, cascata del… siete in località… benvenuti…


La tavola brunita con l’indicazione si trova alta su un palo posto su un ponticello di legno in bilico sulla cascata; che pare caderci addosso da lassù; ma è solo un’impressione, perché la massa d’acqua va a ruggire sotto il ponticello sul quale ci troviamo insieme ad altri che fotografano. Gli spruzzi ci inumidiscono il viso e le braccia. Rimettiamo i maglioni, anche perché il sole è da un po’ che non lo vediamo. Adesso sta dietro la vetta più alta, nel verde brillante della parete a strapiombo. Il folto delle piante ci nasconde quasi totalmente anche la neve e i ghiacci della catena della cartolina all’orizzonte che sta alle nostre spalle…

I nostri compagni di escursione si sparpagliano intorno, e cercare un posto per sedersi e riposare e mangiare qualcosa, un panino, una mela; scattare foto e fare riprese. Noi siamo indecisi; intanto continuiamo ad ammirare la cascata; attraversiamo il piccolo ponte e nel farlo indugiamo ad affacciarci a valle; il rombo nascosto nella nuvola di microscopiche goccioline verso il basso è di una bellezza incredibile; io non faccio che rigirare lo sguardo ora a valle ora a monte, alternativamente. Sono prigioniero di un sogno che vorrei non finisse mai.
Rimaniamo soli a pensare al da farsi; nessuno torna indietro, nessuno riprende a scendere da dove siamo saliti. Vanno avanti e in breve non li vediamo più. Che fare? Andiamo anche noi? del resto siamo obbligati…
E dove? fa mia moglie; dove sono andati gli altri?
Stiamo in questi dubbi quando arriva un vecchio, il volto scuro di legno scolpito sotto un cappello da alpino, con tanto di penna. E uno zaino alle spalle curve.

Con la pipa spenta in bocca s’appoggia ad un bastone artigianale.
Buongiorno, buongiorno! Che fate, non salite?
E dove? chiedo.
Venite con me, vi faccio strada per un poco.
Seguiamo la sua sicurezza e la sua conoscenza del posto. Ci allontaniamo di una cinquantina di metri dallo scroscio dell’acqua che precipita; la cascata scompare alla nostra destra, e da questo momento, fino al ritorno allo stesso punto di adesso, non la vedremo più.
Alcuni brevi tornanti insieme quando l’ottantenne ci indica col bastone.
… là, ìn alto; ecco, seguite il sentiero, e lassù, appena duecento metri;, e al di là c’è una pianura, là ci sono le marmotte. Andateci non ve ne pentirete.
Ma per ritornare, come si fa? Qua da dove siamo saliti, crediamo sia pericoloso scendere…
E’ così, è d’accordo.
Ma tornati qua, ci dice, dobbiamo prendere per la destra, e non da questa parte; da quella parte la discesa è comoda e piacevole.
La strada vi riporterà alla “baita del sole”.
Grazie, arrivederci,
Arrivederci, si rimette la pipa in bocca e scompare per altri viottoli.

E’ come ci ha detto.
La salita, per superare l’ulteriore dislivello di circa duecento metri, è agibile; non ci stanchiamo affatto… si rivede finalmente il sole e l’aria è più leggera.
A cavallo del dosso che immette dall’altra parte, c’è una casupola in muratura ma rivestita di tronchi d’albero bruniti. Ha una tettoia di tegole e legno in una composizione strana che non capisco. Ci arriviamo presto, sembra disabitata.
Volgo lo sguardo in circolo a rubare cogli occhi tutto il paradiso visibile; ci siamo solo noi tre. Ma gli altri, che fine hanno fatto?
Ci sediamo, mia moglie apre lo zaino e tira fuori i panini in carta stagnola; e delle cartate di affettati, prosciutto e formaggi; e la bottiglia di minerale che abbiamo raccolto dal ruscello più sotto.
Mentre mangio mi tolgo il maglione, l’aria è frizzante; il sole scotta.
Anche mia moglie mia figlia si alleggeriscono e siedono a mangiare; intanto si guardano intorno; sbircio non visto i loro volti e noto che sono contente.
Non scorgiamo il pianoro indicatoci del vecchio alpino; né tanto meno marmotte. Faccio un giro intorno alla piccola costruzione; mi appaiono due montanari, camicie a quadri di stoffa pesante e calzoni di fustagno infilati in stivali alti alle cosce; che scrutano verso le montagne altissime alla nostra destra. Lontanissime:
Uno dei due, l’unico con un cappello da alpino, mostra all’altro un punto lontano, si dicono qualcosa. Seguo anch’io il braccio allungato ad indicare, non vedo niente.
Buongiorno.
Chiedo delle marmotte.
Certo, ecco salite una ventina di metri, da quella parte; e scendete nella vallata….

Dobbiamo scendere, dunque, e avvicinarci a quelle casette diroccate che si scorgono appena. Ma in realtà non sono poi tanto lontane, sapete, - mi fa quello di prima - la montagna distorce le distanze.
Ci vogliono dieci minuti appena, non di più.
Quando sarete a una cinquantina di metri dalle rovine, avanzate lentamente, un passo alla volta, e in silenzio. Altrimenti si spaventano e scappano a nascondersi.

Torno dalle mie donne, che stanno godendosi il sole sdraiate sull’erba. C’è un profumo di pulito. Raccolgo le carte stagnole, e le oliate, il mezzo panino appoggiato sulla pietra ancora nella carta argentata, la bottiglia dell’acqua mezza vuota, alcuni tovaglioli di carta usati, accartocciati; altri non utilizzati; rimetto il tutto nello zaino; chiudo e lo risistemo in spalla, la cinepresa a dondolare sul petto.
Andiamo!
Mi seguono in fila indiana, la bimba in mezzo a noi grandi. In breve siamo al culmine della brevissima salita: Al di là del dosso prendiamo a scendere una discesa leggera, inavvertibile quasi. Ci troviamo, quasi senza accorgerci - con l’erba alta alle caviglie - nella vasta immensa distesa verdegialla. Sullo sfondo, lontanissime si alzano alle nuvole le cime aguzze di due monti, gli ultimi del dipinto che abbiamo davanti.
Avanziamo in fretta, sono già le tre del pomeriggio e temo inconsciamente che i primi colori un po’ meno luminosi della pre-sera possano coglierci ancora quassù…

Arrivati a una certa distanza dai ruderi, ricordiamo le parole pacate del vecchio montanaro; là ci sono le marmotte… e i consigli di poco prima di uno degli osservatori che avevamo lasciato alla casetta sul dosso avanzate lentamente, un passo alla volta, e in silenzio.
Ci portiamo avanti un passo dietro l’altro; non c’è traccia di marmotte; in fila indiana, lentamente, aguzzando la vista. Senza parlare. Del resto sarebbe un peccato rompere i suoni dei silenzi di questa stupenda realtà.

Ma poi improvvisamente… ci siamo.
Ne vediamo subito una, molto grossa, sta stesa al sole su un mozzicone di una delle antiche pareti di quella che un tempo fu una baita. Ogni tanto ci feriscono dei trilli strani, deve essere un loro modo di chiamarsi, di avvisarsi, chissà…
Mi porto agli occhi la telecamera; e prendo a filmare.
Giro intorno l’obiettivo, il pollice premuto sul rec.
Eccone delle altre, sono tre o quattro, sparse su un breve tratto di roccia, vicine; le indico col braccio allungato a mia moglie, e sussurro sottovoce alla bambina: guarda là… portandomi il dito teso al naso: ssshhh….
Una di queste s’alza e s’accoccola sulle zampe posteriori, e gioca con le zampe anteriori, poi prende a grattarsi il ventre liscio.
Alzo la testa alla vetta della montagna celestina cinerina, con neve d’argento alle coste alte. Poi li abbasso ai suoi piedi in lontananza, per riportarlo vicino molto lentamente. E m’accorgo di un uomo che s’avanza lesto verso la nostra direzione proveniente da quelle remoti alture. E’ piccolissimo, ma bastano pochi minuti e già si distingue bene. Ci passa lontano, forse sa che stiamo là per le marmotte. Non vuole disturbarle, alza una mano e ci saluta. Rispondiamo al saluto e torniamo ai nostri graziosi animali.
Col teleobiettivo vado ad inquadrare un buco per terra, tra l’erba, mentre faccio un giro per immortalare l’ambiente; sto quasi per lasciare quel punto, lasciando scorrere la telecamera tutt’intorno, quando vedo uscire da esso una appresso all’altra, due piccole marmotte, senz’altro la (o una parte della) figliolanza che sta nella tana; spuntano a giocare, ritte, rimanendoci dentro con le zampe posteriori.
Richiamo l’attenzione della mia bambina, mia moglie sta già guardando; si ergono in tutta la loro statura di piccoline, ruotano il muso appuntito con gli occhi indagatori ora qua ora là, poi scompaiono a ricoverarsi.
Restiamo cogli occhi puntati là, rieccole… escono ed entrano continuamente; ma stanno fuori al sole abbastanza per permetterci di gustare tutta la loro grazia. Sono a tre metri, forse meno, da noi, praticamente davanti ai nostri piedi.

Il tempo corre.
Guardo l’orologio e penso che sia ora di tornare.
Cogliamo uno dei momenti in cui le marmottine tornano a nascondersi, e solo allora facciamo dolcemente alcuni passi all’indietro; e così, silenziosamente come siamo arrivati, muovendoci a brevi intervalli a ritroso, ci portiamo a relativa distanza; riprendiamo così il percorso inverso. In alcuni punti troviamo a terra dell’acqua che ci inzuppa gli scarponi; acquitrini nascosti e affioranti qua e là; e di tanto i tanto aggiriamo qualche pozzanghera più evidente, bassa all’erba bassa. (Che sia questa, seppure in parte l’acqua che dà origine all’immensa cascata?). Cerchiamo di non affondarci i piedi, e un po’ alla volta allunghiamo il passo. Ci ritroviamo in men che non si dica alla casetta degli osservatori di prima; non ci sono più.

Non ci fermiamo, il sole c’è ancora ma è molto basso alle nostre spalle, e in breve il dosso è tornato a celarlo alla nostra posizione.
I colori stanno assumendo sfumature diverse, e più colorate, e sono meno densi.
La discesa è piacevole, ogni tanto raggiungiamo dei gitanti che spuntano da non si sa dove.
Si ricompone ed aumenta ad ogni tornantino una fila di persone: qualche ragazzo, una coppia di giovani sposi col neonato nel contenitore al petto di lui, due fidanzati sulla trentina che ci affiancano e rallentano sentendoci parlare delle marmotte.
Davvero, e dove?
Poco più su, nella valle là dietro…
… c’è una valle? Peccato, non lo sapevamo.
Ci narrano dove sono stati loro, poco interessante, tanto che smisero presto di esporre la loro insignificante avventura; per sapere invece delle marmotte.
Ne parliamo a lungo e si instaura presto una certa confidenza, nonostante la diffe-renza di età, tra noi e loro.
Siamo di Livorno, ci dissero; venimmo a scoprire che occupavano un appartamentino nello stesso nostro residence, e proprio sullo stesso piano, due porte più in là del nostro. Ricordo che ci seguirono.
Ci volete con voi? Dove avete deciso di andare?
Vennero con noi l’indomani e anche nei giorni seguenti; erano simpatici.
Insomma! Parlando parlando gli occhi sempre in giro a guardare notare e filmare, raggiungemmo novecento metri più sotto la baita-caseificio, come l’aveva chiamata l’antico canuto montanaro di legno.
Sedemmo ad un tavolo nella penombra calda, ce n’era altri, tutti occupati, rumorosi, ridenti. Prendemmo un caffè, chiacchierammo ancora del più e del meno, ci raccontammo dei giorni passati e dei programmi per quelli che ci restavano per finire la vacanza; quindi seguimmo, incuriositi, altre persone che entravano in una stanza attigua, Qui su una lunga larga tavola centrale erano esposti diversi tipi di formaggio, in forme e formelle piatte larghe alte e basse, e ricotte fresche.


Facemmo la nostra modesta spesa, e riprendemmo a scendere per raggiungere le macchine; che vedevamo laggiù microscopiche.
Un tale provò ad aprire da lassù le portiere della propria vettura col telecomando. Ci riuscì, vedemmo fare l’occhiolino alle luci di posizione. Poi richiuse.
I ragazzi nostri recenti amici ce l’avevano là anche loro, la loro vettura; nel sito ove nel salire avremmo voluto portare anche la nostra; che avevamo lasciato cento metri più sotto.
Arrivati, ci salutammo, con l’intesa di ritrovarci la sera al residence, per un caffè insieme…
… e ci racconterete ancora delle marmotte, promesso?
Promesso!

FINE

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