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Per tutte le streghe passate, presenti, future: Triora!
di lidiagi [contatta l'autore]
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"Il borgo arroccato sulle montagne liguri è uno dei punti del pianeta in cui si rompe la maglia rassicurante intessuta dalla cultura illuministica e in cui le tenebre elementari emergono allo scoperto. Su tutta la superficie terrestre esiste una mappa di luoghi “segnati”; gli incroci di sulfuree coordinate, gli aleph di cui non si dovrebbe parlare."
Quirino Principe, introduzione a Donne,diavoli e streghe


Questa inquietante citazione campeggia in una bacheca - insieme ad altri scritti riguardanti Triora e le sue streghe - posizionata nel luogo più suggestivo di Triora stessa, la “Cabotina”.
La vergognosa storia dei tempi dell’Inquisizione narra che nel 1587, durante una terribile carestia che imperversava nell’entroterra ligure, l’ignoranza popolare, retta da arcaiche credenze, considerò responsabili di quanto stava accadendo le povere donne che abitavano la Cabotina, zona misera fuori dall’abitato di Triora in cui la superstizione, nei tristi e bui tuguri adibiti ad abitazioni, collocava le “bagiue”, le streghe appunto, ed i loro rituali malefici. Molto più probabilmente quelle presunte streghe altro non erano che donne comuni le quali però, oltre a vivere in condizioni misere e difficili, coltivavano antiche tradizioni erboristiche, raccogliendo piante medicamentose con cui poi curavano malanni e problemi nervosi. Ma l’infelice collocazione di questa “Cabotina” in un ambiente desolato, orrido ed inquietante, fece nascere strane dicerie che vedevano donne di ogni età dedite ai più terribili rituali, quali il “palleggio” di bimbi in fasce rapiti alle loro madri o l’inaridimento delle mammelle delle mucche, senza contare il presunto accoppiamento con il diavolo. Facile quindi, in un’epoca buia ed oscurantista, collegare quelle infami dicerie al momento di terribile carestia in cui versavano le campagne. Fu così che una trentina di donne vennero incolpate delle più orribili colpe, incarcerate e sottoposte a torture. Alcune morirono dopo atroci tormenti, una si suicidò gettandosi da una finestra per sfuggire alle sevizie, altre sopravvissero ma ne uscirono irrimediabilmente compromesse nel corpo e nello spirito. Se a Triora non vi furono roghi non fu certo per improbabili atti di clemenza ma semplicemente perché i profondi contrasti tra le autorità civili e religiose risparmiarono al paese l’onta di siffatta vergognosa procedura. Il processo alle streghe che si tenne a Triora in quegli anni fu però quello più celebre che si svolse in Liguria, in un’epoca in cui tali processi erano, purtroppo, all’ordine del giorno. Da allora Triora, deliziosa località dell’entroterra imperiese a circa 800 metri s.l.m., è conosciuta come “Il Paese delle Streghe” e attualmente a questa insolita nomea è collegata la notevole affluenza turistica cui è soggetta.
Tutto a Triora infatti richiama le streghe e in ogni angolo fa capolino qualcosa ad esse collegato. Squallidino il monumento di bronzo di una strega con tanto di scopa e paiolo; piacevole più che altro il contesto in cui si trova, una piccola piazzetta che si affaccia sulla valle e dove a farla da padrone sono i numerosi gatti che vi si aggirano (potevano mancare i gatti a Triora?). Degno di nota, invece, il Museo Regionale Etnografico e della Stregoneria, unico in Italia nel suo genere. Qui, accanto a rappresentazioni di arte ed artigianato della zona, alla fauna, all’archeologia, alla ricostruzione di ambienti contadini con strumenti e scene di vita nonché rappresentazioni di antichi mestieri, un ampio settore è dedicato appunto a tutto quello che riguarda la stregoneria. Una ricchissima raccolta di libri che trattano l’argomento, la riproduzione degli atti relativi al processo, testi antichi e documenti autentici, stampe, racconti popolari. E poi la ricostruzione di una cella ed alcuni strumenti di tortura. Questo settore è, ovviamente, collocato nella parte inferiore dell’edificio e ciò non fa che aumentare la sensazione di disagio e fastidio che vi si respira.
Ma è nel paese stesso, del resto, che si respira un’aria particolare, anche fra le sue strette stradine o nella campagna attorno. Passeggiare nei suoi vicoli riporta al cupo medioevo e alle sue credenze, inoltrarsi fuori dal centro abitato conduce in prossimità di gole o orridi. Fortunatamente, al giorno d’oggi, accanto a questa tetra atmosfera che comunque attrae e seduce, si collocano attrattive di ben altro genere, cioè negozi di artigianato ed emporii ricchi di deliziose specialità gastronomiche locali. Infatti, oltre a streghette, gnomi, folletti e tutto quanto fa esoterico e soprannaturale, si trovano vere e proprie delizie del palato, come formaggi, cioccolatini (il Bacio della Strega e le Palle del Diavolo), confetture, elisir, senza contare il famoso Pane di Triora, che la tradizione vuole cotto in forno a legna su un letto di foglie di castagne. La ricettività, infine, può contare soprattutto su un delizioso albergo ricavato da un convento francescano del 500, dotato peraltro di pregevolissima cucina.
Forse con un po’ di superficialità - dovuta in parte ad ignoranza dei particolari più scabrosi e sconvolgenti che riguardano le streghe in genere ed in parte alla “moda” che identifica donna emancipata e ribelle = strega, mi sono sempre sentita anch’io un po’ streghetta e la voglia di immergermi completamente nell’atmosfera misteriosa e magnetica di Triora era molto forte. Volevo andarci da sola, magari in una fredda e nebbiosa sera di febbraio, per assaporare quel clima cupo ed inquietante che immaginavo. Ci sono andata invece in compagnia di un’amica altrettanto “strega”, in un week end novembrino non particolarmente freddo e per nulla nebbioso. Ciò non mi ha - anzi non “ci” ha - impedito, in ogni caso, di dedicare alla visita del paese le ore immediatamente successive al tramonto, quando il calare delle tenebre rende tutto più misterioso e sinistro. Camminare nei suoi vicoli quando ormai quei pochi negozi d’artigianato aperti in autunno stanno per chiudere, senza anima viva in giro, con l’odore della legna ardente nei camini che si sparge nell’aria insieme al fumo e con la luna piena che si staglia nel cielo scuro, è comunque un’esperienza molto particolare, molto suggestiva e coinvolgente. Ovvio e scontato inoltrarsi fino alla Cabotina, percorrendo stradine di campagne illuminate sì, ma aperte verso panorami - al di là delle stradine stesse - immersi nell’oscurità e quindi invisibili e quindi inquietanti e quindi morbosamente affascinanti. E il piazzale della Cabotina, pur se illuminato anch’esso ed arricchito con tavoli e panche che richiamano più tranquilli pic-nic che oscure danze sabbatiche, non perde per niente quel non so che di tetro e sconveniente, di enigmatico e tenebroso.
Chissà se a provocare quelle strane sensazioni sia solo l’autosuggestione... forse si, visto che alla luce del giorno tutto emana un sapore diverso e più sereno, sia gli oscuri antri delle streghe che l’arioso panorama, aperto sulla splendida e verdeggiante Valle Argentina.

Triora è raggiungibile con la Strada Statale n.548 della Valle Argentina; dall’uscita autostradale dell’A10 ad Arma di Taggia sono circa 40 minuti.



Pubblicato su 7mates 6/2/08

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