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Gazzada

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Gazzada

Sono solito suddividere i miei libri in due categorie: libri notturni e libri diurni.
La motivazione è molto semplice e consiste nel fatto che i libri diurni sono quelli che si possono leggere a perdifiato, dall’inizio alla fine o anche restare in loro compagnia per delle ore. I libri notturni sono, invece, quelli da leggere per dieci minuti e non sempre partendo dall’inizio.
Leggere un libro notturno come se fosse diurno è come sedersi a tavola e mangiare un pasto tutto costituito da dessert: può essere un po’ troppo pesante. Perchè è un pasto senza verdura, carne e pane. È tutta sostanza con pochissimo contorno.
Il 13 agosto ero in attesa, presso la stazione di Gazzada, di un treno e il tutto in compagnia di un libro diurno. Per me la giornata era cominciata male, stava finendo peggio e, nonostante il fatto di essere circondato da molta gente, la tristezza cresceva.
Lavoravo da tempo ad un progetto e, come lo descrive molto bene lo scrittore americano O. Henry, avevo trovato la quadratura del cerchio. Un progetto semplice e vero. Un progetto umoristico.
Ovviamente, per realizzarlo era necessario creare una squadra che con me credesse al progetto e con me partisse coraggiosamente per questo viaggio. La mia tristezza nasceva dal fatto che non riuscivo a coinvolgere nessun adulto, ma solo miei coetanei. Mi chiedevo allora il perché: perchè questi adulti che criticano così aspramente la gioventù del nuovo millennio, quando incontrano un giovane con delle idee e un sogno non lo aiutano a realizzarlo? Certo non a tutti possono piacere la letteratura, il teatro e la poesia, ma ero solito gettare i semi delle mie proposte sempre su campi che al loro ingresso portavano cartelli come: “Il teatro è la mia vita”, “Amo la letteratura” e così via.
La gazzarra che avevo in corpo non era dovuta al fatto che raccoglievo molti “no” alle mie proposte, ma quanto per le motivazioni. Mi resi conto, infatti, che quei cartelli erano falsi e chi arava quei campi poneva ogni giorno mano all’aratro, per poi volgersi indietro.
L’unico evento che riuscì a modificare l’espressione del mio volto in quel giorno fu il fischio assordante causato dal treno alla sua fermata. Come al solito era, oltre che in ritardo, molto affollato.
Salii malinconicamente sul treno in arrivo da Varese. Ero diretto a Rho, dove avevo lasciato la mia automobile.
Siccome credo fermamente che in ognuno di noi ci sia del bene, mi sentivo come una gazza ladra che, nonostante tutto, rubava qualcosa di lucente dai propri interlocutori.
Con il mio bottino, che ormai di giorno in giorno aumentava, mi sedei su un treno che dopo pochi minuti riprese la sua corsa. Prossima stazione: Castronno.
Dopo essermi seduto, alle mie spalle sentii una voce profonda che chiedeva:
«Bella giornata, non è vero?».
E una più sottile risponderle:
«Sì, non c’è una nuvola».
«Ci dirigiamo verso Castronno, vero?» - riprese la prima.
«Sì, siamo appena partiti» - concluse la seconda.
Non so dire per quale motivo, forse per la profondità di quella voce oppure per la dolcezza delle risposte che ottenne, ma decisi di trasformarmi di nuovo in gazza e ascoltare quella conversazione.
«Guarda» - riprese quella voce profonda. «Vedi quelle colline? Castronno sorge su colline moreniche a metà strada tra le città di Gallarate e Varese, a est del torrente Arno. La sua fondazione risale probabilmente all’epoca romana e durante il medioevo rivestiva una funzione di avvistamento e di richiamo per il sistema difensivo e di approvvigionamento del Contado del Seprio.
Ho letto che domenica ci sarà una festa delle Associazioni e il papà mi ha detto che andrà».
«Sì, zio, tutti gli anni partecipa. Collabora con un’associazione del paese» - disse gentilmente quella voce che iniziai a identificare come giovane.
Il treno si fermò alla stazione di Albizzate ed ecco che già avevo scoperto qualche dettaglio in più sull’identità delle persone da me “spiate”. Ero davanti, o meglio dietro, a zio e nipote, anzi la nipote.
«Grazie per essere venuta a prendermi, mi è sempre piaciuto fare il viaggio in treno in compagnia...» - riprese l’uomo non appena il treno ricominciò di nuovo la sua corsa. «Il treno è un mezzo di trasporto particolare, perchè quando sei solo ti costringe a pensare e riflettere, quando invece sei in compagnia è uno dei posti migliori per farsi una bella chiacchierata».
«È vero» - rispose la nipote. «E quando si chiacchiera in compagnia le ore sembrano durare meno di sessanta minuti».
«Sempre che la compagnia sia buona» - disse ridendo lo zio.
«Hai ragione» - concluse la ragazza. «Ma non credo sia il caso nostro. Guarda, siamo già a Cavaria».
«Tutti la chiamano Cavaria, sai? Ma in realtà è Cavaria con Premezzo» - disse l’uomo.
«Ah, non lo sapevo» - replicò la ragazza.
«Sì, sì» - iniziò a raccontare lo zio. «Si ipotizza che il borgo sia di origine romana mentre l’intitolazione della chiesa parrocchiale a San Antonino, un militare, fa risalire la fondazione del luogo di culto all’epoca longobarda. Cavaria è stata fondata come monastero Benedettino e da questo deriva il nome: Cavaria è infatti una deformazione dell’originale La Calvaria che, col tempo, ha perso per strada la “L” e l’articolo».
«Ho sentito dire che c’è un bellissimo parco in questo paese» - aggiunse la dolce voce.
«Sì, in collaborazione con i comuni di Besnate e Jerago con Orago è stato allestito un parco intercomunale denominato della “Valle del Boia” con un’area attrezzata per grigliate e pic-nic. Ci sono stato un paio di settimane fa».
«Sei informatissimo, zio» - si stupì la ragazza.
«È vent’anni che lavoro a Varese, Federica, ogni giorno faccio questa tratta e quando sul treno sono solo, e non penso e rifletto, leggo sempre e mi sono documentato sulle città dove ferma il treno. Ti dico una curiosità: conosci Mia Martini?».
«Sì» - rispose insicuramente la nipote. «Era una cantante, vero?».
«Sì, era la sorella di Loredana Bertè. Tutti conoscono la cantante, ma per esempio pochissimi conoscono il luogo dove è sepolta».
«No» - disse Federica con sorpresa. Non dirmi che è sepolta qui!».
«Esatto, è sepolta nel cimitero di Cavaria con Premezzo» - concluse l’uomo.
Il treno fermò la sua corsa in una nuova stazione e dal mio finestrino vidi chiaramente il cartello azzurro con la scritta bianca: Gallarate.
«E su Gallarate cosa mi dici?» - chiese incuriosita la ragazza.
«Su Gallarate? Beh Gallarate è una grande città, quindi con una grande storia.
Molte testimonianze archeologiche datano le origini di questo nucleo urbano al II millennio a.C., anche se la maggior parte dei reperti sono di natura gallica. Dai galli, infatti, deriverebbe anche il nome della città. Era un ricco centro commerciale.
Pensa, per parlare di storia recente, che nel periodo della Restaurazione fu teatro di molti dibattiti romantici, preparatori delle lotte di indipendenza e del Risorgimento. A Gallarate, infatti, vivevano Giuseppe e Pompeo Castelli, titolari di quella “farmacia del rinascimento” dove, secondo la tradizione, Gerolamo Rovetta avrebbe ambientato il romanzo “Romanticismo”. Quella farmacia è ancora esistente, si chiama farmacia Dahò. Sono andato anche lì un giorno a sentire che aria si respirava».
Arrivai alla stazione di Busto Arsizio con molta sorpresa a causa di quella conversazione rubata e a stento trattenni il desiderio di sedermi accanto a loro e prendere parte anch’io al dialogo.
Capii, però, che il mio ruolo in quel viaggio era quello di ascoltatore e così rimasi seduto al mio posto, con la speranza che la curiosità della nipote potesse alimentare nuovamente, con altra legna, il fuoco in possesso dello zio.
Sentii quindi pronunciare queste parole:
«E su Busto Arsizio cosa mi dici, zio?».
Il mio desiderio, appena espresso, fu subito esaudito.
«Non è chiara l’origine del nome “Busto Arsizio”» - proseguì l’uomo. «Si ipotizza che “Busto” derivi dal latino “ambustum”, cioè “bruciato”: questa origine potrebbe essere riferita ad un terreno piuttosto secco o ad un incendio che avrebbe colpito anticamente l’abitato. La seconda parte del nome, “Arsizio”, aggiunta solo verso il XIII secolo, potrebbe essere una duplicazione del precedente, richiama infatti l’aggettivo “arso”, oppure potrebbe derivare dal latino “ars”, con allusione all’operosità degli abitanti».
«Non ho parole, zio, sto scoprendo un lato di te che non conoscevo» - disse la nipote.
«E non è finita qui» - riprese lo zio. «Secondo un’altra ipotesi, il termine “Arsizio” deriverebbe invece dal germanico “hard”, che è un termine legato alla metallurgia. Si riferirebbe alla principale attività degli abitanti del borgo, la produzione del filo di ferro, che ancora oggi è chiamato in dialetto bustocco “ardìa”».
«E la “Giöeubia”? Sai cos’è la Giöeubia?» - domandò l’uomo.
«Ecco la curiosità» - intuì la ragazza. «No, non lo so...».
«L’ultimo giovedì di gennaio la Giöeubia, un fantoccio di paglia vestito di stracci, viene bruciato in piazza per simboleggiare la fine dell’inverno. Viene organizzata una grande festa dove la pietanza principale è il “risotto con la luganiga”, l’uno e l’altro simboli di fertilità».
«Luganiga?» - chiese Federica.
«Salsiccia!» - sorrise lo zio.
Il treno si fermò nuovamente. Ora era il turno di Legnano.
Rimasi sorpreso quando a cominciare fu la giovane ragazza a parlare. E fu una dolce sorpresa, semplicemente perchè fu inaspettata.
«Ora comincio io» - disse Federica.
«Che cos’è una sfida?» - ribatté lo zio.
«No, perchè perderei di sicuro. Comunque...» - proseguì la nipote. «Il 29 maggio nella battaglia di Legnano l’esercito dell’imperatore Federico Barbarossa fu sconfitto dalle truppe della Lega Lombarda e Giuseppe Verdi ha lavorato al soggetto nella relativa opera “La Battaglia di Legnano”. Credo nel 1849…».
«Esatto» - replicò quella voce profonda. «E grazie alla storica battaglia, Legnano è l’unica città, dopo Roma, citata nell’inno Nazionale: “..dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano”».
Quell’uomo era umile. Sapeva di possedere un tesoro, qualcosa di molto prezioso, e perciò lo metteva a disposizione. Questa ricchezza è fonte di grandi privilegi e il più invidiabile di tutti è quello di poter intensificare all’estremo pensieri e sentimenti.
Il treno iniziò a decelerare e quasi in contemporanea sentii queste parole:
«Su Canegrate non so nulla, a parte che mi fa ridere il nome» - disse la ragazza.
«Accipicchia!» - esclamò l’uomo. «Siamo già a Canegrate. Guarda... nonostante una diffusa etimologia popolare, ripresa dallo stemma del Comune, che è un cane dietro una grata, il nome della località non ha nulla a che vedere con i cani o con le grate. Il suffisso “-ate” è tipico di numerosi nomi di luoghi, soprattutto lombardi, e ciò che resta, privando il nome di tale suffisso, è “Cà negra”, cioè “Casa nera”. Un’altra ipotesi relativa al nome della cittadina si fa risalire al sostantivo latino “Cannetulatae”, derivante a sua volta dal vocabolo latino “Cannetum”, cioè canneto, che sta a simboleggiare la caratteristica ambientale che era presente alcuni secoli orsono».
«Dai, ora una curiosità!» - chiese impazientemente Federica.
«Qui, mi fermo, non so molto altro» - rispose lo zio.
«Un mio professore universitario a questo punto direbbe: “Sig. Cesare Vedetta, grazie per l’impegno. Ci vediamo al prossimo appello”».
«Professori saggi esistono ancora» - riprese l’uomo. «Altrimenti le università sarebbero già andate a rotoli. Il problema è che sono pochissimi, una esile minoranza. La maggioranza sbaglia a comportarsi così. Pensa se ogni tornitore venisse licenziato ogni volta che consegna un pezzo sbagliato. E i tuoi esami come vanno?».
«Ne darò uno tra una decina di giorni» - rispose Federica. «Però non sono pronta, quindi mi sa che mi presenterò alla prossima sessione per...».
«Assolutamente no!» - la interruppe Cesare. «Vai, sostieni l’esame e ricordati che non è importante il voto. L’importante è fare il proprio dovere. Mi sono distratto: dove siamo?».
«Parabiago, la città della calzatura» - disse Federica.
«Ora ti faccio venire l’acquolina» - riprese Cesare. «Così recupero la carenza di prima.
Come in gran parte del milanese, anche a Parabiago il piatto tipico principale della cucina locale è la “cassoeula”, che nella variante indigena della lingua insubre si dice “casoeura” o “casöra”, consumata in feste popolari come la sagra di San Michele.
Un “dolce tipico” di Parabiago, invece, è la “rosümáda”, una sorta di bevanda a base di uova sbattute, zucchero e rhum o grappa; nella versione “soft” per i più piccoli è senza alcool. È molto nutriente e ricca di calorie e si consuma molto nei periodi invernali.
A proposito, la Sagra di San Michele è l’ultimo lunedì di settembre, potremmo dirlo a papà e venirci a fare una “mangiata” di “casoeura”».
«Aggiudicato» - disse Federica.
«Aggiudicato» - sorrise lo zio.
Ci fu un breve attimo di silenzio, poi Federica disse in maniera confusa:
«L’altra sera papà mi ha detto che gli hai raccontato di una scoperta che hai fatto riguardo il facchino di Napoleone, che visse a Pogliano».
«Mio fratello dovrebbe allenarsi nell’innalzare il proprio livello di attenzione. Non era un facchino, ma un calzolaio» - disse Cesare.
«Allora chissà quanto sia giusta la storia che mi ha raccontato!» - concluse la nipote.
«Verifichiamo subito» - disse lo zio. «Ho scoperto che un tale Anselmo Ronchetti, nato a Pogliano il 5 ottobre 1773, rimasto orfano di padre in tenera età, dovette abbandonare gli studi per il lavoro e si recò a Milano, dove trovò occupazione come garzone presso un ciabattino che aveva la bottega al Carrobio, dedicando però tutto il tempo libero alla lettura dei celebri brani dei poeti del tempo. Dopo pochi anni e sacrifici, riuscì a mettere insieme un gruzzoletto per aprire una propria bottega alle cinque vie, acquistando subito molta simpatia e molta clientela per il suo carattere gentile. Aiutato finanziariamente da amici, si trasferì al Durino e successivamente alla Cerva. Ronchetti era ormai diventato il calzolaio più famoso di Milano che aveva saputo fare del suo mestiere un’arte, infatti creava stivaloni alla dragona ma anche scarpette dorate per le damine e per le ballerine del Teatro della Scala.
Il 1796 fu per lui un anno importante: quando Napoleone, scacciando gli Austriaci, venne a Milano per la prima volta, corse anch’egli a vederlo tra la folla acclamante e in un attimo, con occhio esperto, gli misurò la forma del piede. Dopo pochi giorni presentò al generale un paio di scarponi che erano di una perfezione sorprendente. Compiaciuto e meravigliato, Napoleone ricolmò il calzolaio d’elogi e di compensi. Da allora Ronchetti diventò il calzolaio preferito di principi e sovrani. Era davvero bravissimo».
Il treno iniziò a decelerare e il mio sentimento non era più di attesa per la prossima perla che ormai lo “zio” con certezza mi avrebbe inconsciamente donato. Il problema era che la prossima stazione sarebbe stata quella di Rho. Questo significava la fine del viaggio.
Iniziai a sistemarmi per scendere e lo sentii cominciare:
«E della mummia di Rho?».
«La mummia di Rho?» - rispose Federica.
«Nel cimitero è conservata una mummia che è ritenuta il corpo dell’arcivescovo Leone da Perego.
Era un francescano e il suo corpo fu trasportato lì da S. Carlo, perché gli veniva tributato un culto non permesso dalla Chiesa. Per numerosi anni questa mummia è stata considerata una delle attrazioni principali della città».
Data la mia posizione non riuscii mai a vedere quell’uomo durante tutto il viaggio, ma ero rimasto quasi incantato nel sentirlo descrivere il paesaggio, richiamando l’attenzione sulle cose che si avvicinavano e sugli avvenimenti della storia di quei luoghi. La sua semplicità, nel descrivere tutto ciò che vedeva o di cui era a conoscenza dell’esistenza, mi colpirono profondamente.
Arrivai così alla stazione di Rho.
Mi alzai e scelsi decisamente, prima di scendere dal treno, di osservare il volto di quell’uomo. Mi diressi verso la porta e diedi un’occhiata alla “mia guida”.
Scesi dal treno e all’improvviso tutta quella gazzara che avevo nell’animo svanì e mi ritrovai solo sulla banchina con un’unica certezza: perseverare sulla mia via.
Quell’uomo, infatti, era una figura grassottella con la barba nera, gli occhiali da sole e con in mano un bastone bianco.
Era cieco!

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