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PALAZZO DEL TE, IL SOGNO DI UN DUCA

Uberto Tommasi

Mantova – Il tramonto della breve giornata d’inverno è già iniziato, dipingendo di un rosso irreale il paesaggio, quando giungiamo in vista del Palazzo del Te, creazione voluta da Federico Gonzaga, primo duca di Mantova, come luogo per il tempo libero, per le feste, le cerimonie ed i grandi ricevimenti.
Entrando nell’edificio ci pare di cogliere in ogni cosa, dall’architettura, agli stucchi, alle pitture, ai colori delicati degli affreschi, l’idea di Giulio Romano, pittore, architetto ed urbanista, che ha colpito la nostra fantasia tanto da farci desiderare di approfondire la conoscenza di quel libro di pietra e pitture che la sua feconda genialità ha sparso fra Roma e Mantova, nella prima metà del sedicesimo secolo.
Considerazioni oziose sostengono che le sue capacità fossero interamente un debito dovuto a Raffaello, di cui egli era uno dei principali collaboratori. Secondo noi il Romano, assimilati gli insegnamenti del maestro, seppe anche uscire dalla gabbia ideale in cui i grandi, necessariamente, intrappolano l’arte del loro periodo, come fece l’Alighieri con la lingua italiana. A riprova è il palazzo che stiamo osservando, ispirato ai modelli classici e sviluppato intorno ad una corte quadrata. Le facciate esterne appaiono rese solenni dall’impiego dell’ordine unico: semipilastri, semicolonne, estesi per i due piani della costruzione posti a reggere la trabeazione dorica, con fregio a triglifi e metope.
Ma è nei due lati del cortile in cui si può intuire l’eterno contrasto fra norma e licenza che caratterizzano il linguaggio di Giulio. Nei due luoghi possiamo ammirare il bizzarro motivo dei triglifi cadenti, come se la struttura stesse cedendo. Questa ed altre invenzioni, come l’uso di mezzi poveri per simulare materiali pregiati, fanno intuire il desiderio dell’artista di evadere dalla perfezione classica del suo maestro.
Immaginiamo per un momento Giulio, chiamato alla corte mantovana da Federico II, giungere a palazzo, ricevere in dono uno dei cavalli più belli della scuderia e assieme al nobile signore andarsene fuori dalla porta di san Bastiano, in mezzo ad una prateria dove, stimolato dal committente, inizia già a “vedere” l’edificio che costruirà nella libera pianura, esteso in larghezza, bene accordato con il paesaggio circostante, con gli ambienti “nobili” al pian terreno, quelli di servizio a i piani superiori e la loggia ariosa e solenne sopra il giardino, vasto, con le peschiere attraversate da un ponte e concluso con un’esedra semicircolare, a sinistra del quale l’artista già vede collocare l’appartamento del “giardino segreto” e la grotta.
Proseguiamo la visita all’interno, ammirando gli affreschi e gli stucchi, prova della capacità creativa del Romano, della potenza delle sue invenzioni e della magica capacità di variare linguaggi e tecniche espressive, di creare mutevoli ed alterne emozioni a noi, visitatori innamorati di un pittore, architetto ed urbanista, di nome Giulio Romano che visse nella prima metà del sedicesimo secolo e che aveva avuto l’opportunità di lavorare accanto a Raffaello.



Palazzo del Te - Significato del nome

In questo caso il sostantivo Te non ha nulla a che vedere con la nota bevanda, ma è toponimo (nome di luogo), attestato sino dal Medioevo, nella forma latinizzata Teietum. A sua volta Teieto è variante di Tezeto, dal latino atteggia (capanna) o dal gallico teza (tettoia).
Teieto, o Te, era dunque una località di rustiche abitazioni posta a meridione della città di Mantova, poco lontano dalle mura. Nell’isola del Te, circondata dalle acque fino al XVIII secolo, Giulio Romano costruisce l’omonimo palazzo, per richiesta di Federico II Gonzaga, signore di Mantova.

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