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San Leo
di LEODIUS
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“Ma qui convien ch’om voli”

di Uberto Tommasi

Viaggio, accompagnati dalle rime di Dante Alighieri, nel fascino di san Leo, un paesetto medievale arrampicato sopra una roccia. Dove una possente fortezza conserva la cella dove morì murato vivo, per condanna della santa inquisizione, Giuseppe Balsamo, un misterioso ed inquietante medico, mago, eretico, massone.

San Leo. Siamo arrivati in località Quattroventi, ai piedi dell’enorme roccia, provenendo da Rimini. Da qui ci inoltriamo nella strada scavata nella montagna che conduce alla porta della città ed in quella via Montefeltro, che porta in piazza Dante, dove parlarono il “Divin Poeta” e san Francesco.
Lo slargo ci appare circondato da edifici austeri. Sopra tutti e tutto, imponente e sobria, attira lo sguardo l’antica chiesa dedicata alla Vergine Assunta, che sorge sull’antico sacello di san Leone del IV secolo.
Il manufatto costruito sulla viva roccia con conci o pietre rettangolari di colore ferrigno fu edificato usando i materiali recuperati da un tempio pagano.
Entriamo nella chiesa dove troneggia un ciborio longobardo, un’opera magnifica donata alla chiesa dal Duca Orso, che nel IX secolo fu signore di san Leo. Impossibile descrivere la sensazione di raccoglimento che infonde il luogo che, con il vicino Duomo, la Torre Campanaria ed i numerosi edifici meriterebbero un intero libro. Oggi il nostro obiettivo è la Rocca di san Leo ed in particolare la cella dove era stato murato vivo fino alla morte Giuseppe Balsamo, conte di Caliostro.
Decidiamo di raggiungere il luogo camminando, mentre leggiamo le rime di Dante, giunto nel luogo nel 1313, che descrivono il sentiero che stiamo percorrendo:

“Noi salivam per entro ‘l sasso rotto,
e d’ogne lato ne stringea lo stremo
e piedi e man volea il suol di sotto”
(Purg. IV, 40,42)

Arrampicandoci ci torna alla memoria un’altra rima del sommo poeta, che descrive la fatica dell’arrampicata:

“…ma qui convien ch’om voli”

Finalmente, termina anche la ripida strada e ci appare in tutta la sua possanza il forte rinascimentale.
Dall’esterno osserviamo meravigliati il paesaggio che si rivela pennellato dal grigio sfumato di nubi a banchi.
Arriviamo alla porta dell’antica fortezza, iniziata dai romani e poi rinnovata da Vitige nel 538, dai Longobardi, da Berengario II, ed infine rinforzata, per resistere ai colpi dei cannoni, nel 1500. Una leggera pioggia ci obbliga ad alzare i cappucci.
Poi come una bocca immensa c’inghiotte la grande porta del maniero facendoci provare un brivido.
Nulla a confronto di quello che avevano dovuto provare gli illustri prigionieri del luogo, fra i quali i più insigni, il patriota italiano Felice Orsini, che nel 1858 aveva attentato alla vita dell’imperatore francese, e che poi fu ghigliottinato nella piazza della Roquette a Parigi ed il conte Caliostro che nella fortezza aveva passato quattro anni, quattro mesi e cinque giorni. Dei quali circa quattro anni murato nella cella del “Pozzetto” dove morì il 26 Agosto del 1795.
Ed è nel “Pozzetto” che arriviamo seguendo i cartelli. Oggi il luogo non è più murato, mentre allora il prigioniero veniva infilato dall’alto attraverso una botola che serviva ai guardiani per spiarlo.
Entriamo nella cella ornata solo dal rude giaciglio di legno, oggi coperto di fiori portati dai visitatori, che aveva ospitato il conte il cui nome suscita ancora oggi un fremito di curiosità e che ha fatto versare fiumi di inchiostro.
Ci sediamo sul tavolaccio osservando la finestrella guarnita di tre fila di sbarre, attraverso la quale Caliostro poteva osservare attraverso l’orrenda scacchiera di ferro solo piccoli quadri delle chiese del sottostante paesetto.
Scopriamo sulla parete alla nostra destra delle macchie ferrose che ci fanno tornare alla mente una pagina dei rapporto quotidiano degli sbirri che descrivono Giuseppe Balsamo che, con la mano bagnata d’acqua, raccoglie la ruggine delle sbarre spalmandola poi sui muri dell’orrenda dimora. Osserviamo attentamente le macchie a forma di ditate, ciò che resta del passatempo di un giorno del nobile prigioniero al quale erano state vietate letture che non fossero i Vangeli.
Caliostro era finito in quel carcere dopo la condanna subita dal tribunale dell’inquisizione per: “Aver diffuso in vari paesi d’Europa gli empi dogmi della massoneria egiziana, a cui procurò gran numero di proseliti con la sua eloquenza ed il fascino delle sue arti magiche, e dopo aver corso molti pericoli, dai quali grazie alla sua abilità di mago , usci sempre incolume…”
Scrutiamo anche i due buchi sul soffitto, uno la botola, da cui gli sgherri scendevano, come raccontano i verbali, per incatenare il conte e bastonarlo fino a riportarlo alla ragione, quando questi, per disperazione, gridava aggrappato alle sbarre disturbando il quieto scorrere della vita paesana e l’altro un pertugio dal quale veniva fatto scivolare il cibo e raccolti gli escrementi. Oltre a queste tristi cronache carcerarie ci tornano alla mente quelle che ne descrivono la vita condotta dal medico Caliostro a Parigi, dove usava correre, senza compenso, al giaciglio dei sofferenti, rifiutando la vita salottiera che gli avrebbe offerto la Ville Loumiere.
La “sospetta” passione per i poveri e le medicine rivoluzionarie che proponeva avevano certamente concorso a procurargli l’orrenda condanna per eresia.
E’ cronaca che riuscisse a curare, senza tagliare come si usava allora, anche le cancrene utilizzando le muffe dei formaggi, il principio della moderna penicillina.
Usciamo dalla cella a malincuore pensando al prigioniero, quello scomunicato, eretico, impertinente, che una chiesa restia ad abbandonare le pratiche feudali, aveva murato vivo negandogli sepoltura ecclesiastica, e la cui ingiusta condanna, fu uno dei fattori che concorse a spingere il popolo francese alla rivoluzione.
Dopo la sua fine, la sua morte venne messa in dubbio popolando di incubi i sonni dei persecutori. Ma il suo mito non morì mai, perfino il poeta tedesco Goethe, nel suo viaggio in Italia, con Caliostro ancora vivente, giunto in Sicilia volle conoscerne la madre e la sorella. La sua fama divenne così grande da far compiere atti di sapore barbarico ai soldati polacchi di Napoleone che, arrivati a San Leo, si dice dissotterrassero lo scheletro di Caliostro bevendo il vino nel suo teschio cercando così di meritarne la magia.



Breve storia di Caliostro:

Giuseppe Balsamo, nato a Palermo nel 1743e morto a San Leo nel 1795, conosciuto più comunemente come conte di Caliostro fu un personaggio quasi leggendario che seppe fondere misteri, la medicina, la filosofia libertaria in un miscuglio che ancora oggi interessa scrittori e psicologi ed ha strenui difensori ed acerrimi detrattori.
Di certo sulla sua vita non vi è nulla. C’è anche chi sostiene (Raffaele de Chirico), con “documentazione storica” che Caliostro non nacque a Palermo, dall’unione di Pietro Balsamo con Felicia Bracconieri e che per conoscere i suoi veri genitori occorra risalire alla storia della dinastia dei Braganza, al regno di Giovanni V° e soprattutto alla soppressione della Compagnia di Gesù avvenuta nell’anno 1773 sotto il pontificato di Clemente XIV°. I protagonisti di questa grossa vicenda furono tutti attori nella vita di Caliostro.
E’ stato scritto anche che Caliostro non morì in carcere ma evase rompendosi una gamba e giacendo mesi nascosto in una casupola sotto la rocca di san Leo, curato da poveri popolani.







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SAN LEO, ITALIA

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