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Castel del Monte

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Il mistero di Castel del Monte
di Uberto Tommasi
Le alte, ripide mura di colore rosa sembrano un’entità separata bruscamente dal terreno.
La splendida costruzione appare dedicata al numero otto, che rappresenta il rapporto fra l’uomo e Dio. Un giglio con tre petali, scolpito in una bifora, sembra la firma di Federico II

“...poiché per il castello che presso Santa Maria del Monte da Noi intendiamo là edificare per mezzo tuo, anche se non si trova nel territorio di tua competenza Vogliamo far subito costruire L’ACTRACTUM con calce e pietre e tutto ciò che è necessario...essere informati sull’andamento dei lavori...”
Queste parole appartenenti ad un messaggio inviato, il 28 gennaio 1240, dall’imperatore Federico II di Hohenstaufen al Giudice di Capitanata Riccardo di Montefusco fa intravedere la fretta di realizzare l’enigmatica costruzione che ci appare davanti. Uno spettacolo magnifico, quasi un miraggio. Il castello pare galleggiare nell’aria. Le alte, ripide mura di colore rosa, sembrano un’entità separata bruscamente dal terreno su cui posano.
Sono le dieci del mattino e ci troviamo a Castel del Monte, nel territorio del comune di Andria, in provincia di Bari. Usciti dall’autostrada a Barletta, in mezz’ora, abbiamo raggiunto l’imponente manufatto che, superato il primo momento di stupore, ci apprestiamo a visitare. La splendida struttura, munita di otto torri ottagonali, e realizzata attorno ad un cortile della stessa forma, in cui faceva bella mostra di se una vasca di otto lati, appare dedicata ad un numero che nella tradizione religiosa antica rappresentava l’unione fra la divinità infinita ed il finito uomo. Non a caso i battisteri hanno questa forma che si riferisce a Noè, l’ottava persona dell’arca, che rappresenta il battesimo, e le chiese, e non solo quelle cristiane, sono composte da tre parti: la base quadrata, la terra; la cupola, il cielo; l’anello ottagonale che si trova tra le due, l’uomo.
Per realizzarla Federico II, non a caso chiamato “Stupor Mundi”, fece arrivare da tutti gli angoli dell’impero, colonne, marmi rari, ed ogni tipo di materiale nobile che permettesse ai suoi architetti, fra i quali sapienti arabi, di raggiungere un obiettivo che ancora non appare chiaro ai contemporanei, come non lo è il nome del tipo di costruzione: ”ACTRACTUM”
Gli esperti obbiettano: “Non è una costruzione difensiva, infatti non ha fossato, scuderie, cucine, alloggi per i servi, e le sue finestre sarebbero un punto debole sotto il lancio di palle infuocate”
Altri rispondono: “Le possenti mura non richiedono una grossa guarnigione, mentre i fedelissimi arabi ed i sobri templari probabilmente si accampavano all’esterno. Inoltre, la posizione del castello su di una collina non avrebbe reso agevole l’avanzare delle strutture d’assedio, mentre l’altezza delle torri avrebbe permesso ai difensori di colpire con le catapulte, ed altri marchingegni, gli incauti che si fossero avvicinati alle mura. Inoltre il sistema difensivo federiciano, basato su una serie di costruzioni tutte collegate fra loro, di giorno da specchi e di notte da segnali di fuoco, in poche ore avrebbe potuto rendere possibile l’arrivo di truppe alle spalle del nemico, trasformando gli assedianti in assediati.”
Poi vi sono i cacciatori di fantasmi, miti, e messaggi criptici che annunciano: “Il castello fu costruito sopra un antico tempio, già collocato in un punto magico del reticolo magnetico terrestre, per rendere possibili ricerche alchemiche, gran passione dell’Hohenstaufen, secondo alcuni anche custode, con i Templari, del Santo Graal, assistito spiritualmente dalla conoscenza infinita dei padri cistercensi che lì vicino possedevano un monastero. Non per nulla, quando a Gerusalemme, i Cavalieri del Tempio, nel lontano 1118, acquartierati nella moschea di Omar, sopra il Sancta Sanctorum ebraico, rinvenirono antichi documenti, San Bernardo di Chiaravalle diede ordine che i Cistercensi, e solo loro, sospendessero ogni altro lavoro per interpretarli. Quindi il castello, costruito a metà strada fra la piramide di Cheope e la Cattedrale di Chartres, è una teca che contiene nella sua architettura ogni conoscenza.”
Noi, in cerca di una soluzione a nostra dimensione attraversiamo lo splendido portale realizzato in breccia corallina e cerchiamo di trovare tracce del misterioso imperatore. Dopo ore d’osservazione, e contemplazione doverosa, rintracciamo nella sesta sala, all’interno di una bifora, scolpito sulla pietra, un giglio a tre petali, un simbolo che sicuramente gli appartenne, come testimonia l’illustrazione del suo libro “Ars venandi cum avibus”, nel quale l’imperatore regge in una mano il fiore della purezza.
Di Baphometti misteriosi non vi è traccia, nulla rimane degli astrolabi mirabili, di orologi arabi, degli uccelli meccanici o dei congegni idraulici di cui si narra fossero piene le residenze di Federico. Di certo rimangono a noi, dell’imperatore saggio, le Costituzioni Meifitane, che posero fine allo strapotere dell’aristocrazia terriera, ma soprattutto il ricordo di quando ad Acri, riunì il fiore delle cavallerie del mondo di allora, auspicando la realizzazione della pace nel mondo e del tempio della tolleranza in cui ogni religione avrebbe trovato posto.

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