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TRANI: VIAGGIO NELLO SPAZIO E NEL TEMPO
di Uberto Tommasi
Percorrendo la strada costiera che ci porta a Trani osserviamo incantati la fantastica scenografia che ci dona un mare corrucciato da un impertinente maestrale che crea e disfa, instancabile, una fitta trama di onde e schiuma bianca.
Sulla scogliera artificiale che protegge la darsena alcuni pescatori, tra l’ammirato ed il critico, osservano un catamarano che compie evoluzioni sfidando le onde.
Siamo arrivati nella cittadina pugliese in cerca di una chiesa templare menzionata su vari testi ed il tempio in questione ci appare, incastonato nel semi arco delle antiche case che costeggiano il porto, nel trionfo delle sue tre absidi decorate e sovrastate da un campanile a vela.
Per raggiungerlo ci infiliamo in un vicolo medievale che ci fa scoprire, come in una stampa trovata in una vecchia cassapanca, quella natura morta, taciturna sequela di passati splendori, che rappresenta la città vecchia che pare costruita con pezzi di architetture, attici, torri, mansarde, comignoli, rubati da città come Praga e Gerusalemme.
Proseguiamo la nostra passeggiata in viuzze che paiono rassembrare spazi segreti, ridotte, corridoi misteriosi, leggendo sulle lapidi strani nomi che evocano periodi e mondi immersi nel sonno dei secoli: “Via La Giudea”, “Strada Stregatizze”, indicanti l’antico quartiere ebraico. Vicoli dove i cristiani si recavano per ottenere dalle donne giudee filtri d’amore ed unguenti, ricavati dall’antica medicina empirica, per guarire da innamoramenti, dalle malinconie o da quei mali oscuri, come la peste e il colera che ad intervalli regolari decimavano la popolazione.
Ed è un’altra iscrizione: “Vico Templari” che ci fa capire di essere vicini alla chiesa che cerchiamo. Infatti, eccola apparire, austera come l’avevamo immaginata, con il portico retto da un colonnato sbarrato da un’alta inferriata.
L’ora è tarda ed a malincuore rinunciamo ad entrare nell’antica costruzione dedicata a tutti i santi, proponendoci di ritornare sul luogo il giorno successivo. Così decidiamo di vedere la Cattedrale, dedicata a San Nicola Pellegrino. Per raggiungerla passiamo davanti alla sinagoga Scolanova, la più antica d’Europa ed attraversiamo il ghetto seguendo la folla diretta ad assistere alla cerimonia del patrono della città.
Sul percorso abbiamo l’occasione di ammirare il fiore, alto tre metri, di una grande agave. Una pianta tropicale che produce un solo fiore durante la sua esistenza e lo fa prima di morire.
Quindi giungiamo alla grande costruzione iniziata nel 1099 per volontà dell’Arcivescovo di Bisanzio. La poderosa struttura è costituita di due parti sovrapposte e comunicanti. Noi decidiamo di entrare dalla porta che si trova a sud che conduce ai sotterranei della chiesa dedicata a Santa Maria, una lunga aula divisa in tre navate.
Approfittiamo del continuo via vai di religiosi intenti all’organizzazione della grande processione per raggiungere la cripta, ornata da colonne di marmo greco, in essa una Madonna con bimbo, sembra custodire tutti i segreti del mondo. Alla sua sinistra una rampa di scale porta a stanze buie poste più in basso dove osserviamo delle persone tentare di illuminare il pavimento con gli accendini. Ci avviciniamo incuriositi per capire cosa ha attirato l’interesse dei visitatori.
Alle nostre domande essi sorridono spiegando che una signora aveva perso il tacco in una fessura delle pietre. Ed è a questa debole luce che improvvisamente scorgiamo una lapide sobria e consunta da secoli di pedate di pellegrini, decorata con una semplice croce ed uno scudo sul quale campeggiano tre teste cancellate da un accurato lavoro di scalpello. Facciamo appena in tempo a scattare una fotografia che veniamo pregati di uscire.
Obbediamo all’esortazione e raggiungiamo la parte alta della chiesa dalla quale sta uscendo la statua in argento di San Nicola Pellegrino sorretta da sei robusti religiosi. Mentre la processione inizia noi approfittiamo della chiesa vuota per ammirare un antico mosaico, probabilmente del XII° secolo, dove si può osservare un’immagine di Adamo ed Eva che stanno mangiando un fico, in contrasto con la comune credenza che il frutto proibito fosse una mela.
Quindi usciamo per assistere alla funzione religiosa. L’immensa scenografia della facciata della cattedrale, ornata di con bizzarre sculture rappresentanti animali mitici, la sagoma del castello di Federico II ed il mare illuminati dalla luce rossa del sole al tramonto, non bastano a distrarci dall’immagine della tomba situata nella cripta. Ci torna alla memoria una lettera in cui Ugo De Payns, fondatore dell’Ordine dei Templari, firmandosi Ugone dei Pagani, comunicò, nel 1103 da Gerusalemme, allo zio Leonardo Amarelli di Rossano Calabro la morte del figlio Alessandro. Fu quella missiva a dare inizio a quella corrente di pensiero che sostiene che il fondatore del misterioso ordine sia italiano, anzi probabilmente nato a Nocera dei Pagani. La sua tomba non fu mai trovata, anche se nel suo Compendio Historico, del 1621, Marc’Antonio Guarini sosteneva che si trovasse a Ferrara in una chiesa che fu distrutta e ricostruita, nella quale però non rimane traccia alcuna della presunta sepoltura. Di certo si sa che sullo scudo del fondatore dei templari troneggiava il suo stemma: tre teste di moro.
Ora se noi sommiamo alcuni fatti, ovvero che spesso i gran Maestri Templari venivano sepolti, non nelle loro chiese, ma nelle cattedrali. Così era accaduto anche all’aragonese Arnaldo di Toroga, morto nel 1184 a Verona dopo l’incontro con Papa Lucio III e Federico Barbarossa, e tumulato a Santo Stefano, la chiesa che per secoli fu la cattedrale della città dove erano stati sepolti i primi vescovi. Se poi aggiungiamo che nella città scaligera, nel 1312, dopo la condanna per eresia del misterioso Ordine, il vescovo veronese, per impedire che i fedeli venerassero ancora il corpo del Gran Maestro, aveva fatto girare la lapide e nascondere la sua salma nella chiesa di San Fermo, viene da pensare che probabilmente, per gli stessi motivi anche dalla lastra tombale di Ugo Dei Pagani era stato cancellato il suo stemma.
A questo vi è da aggiungere che, in varie occasioni, la famiglia Pagani figura collegata alla storia templare della chiesa di Ognissanti, come attestano alcuni documenti: in uno di questi del 1158, Giovanni de Pagani, protettore dei Templari, consente alla donazione di un tale Boemondo, barone delle Puglie, a favore dell'Ordine, di alcuni suoi beni posseduti in Trani. In un altro del 1191 Abelardo de Pagani, figlio di Giovanni, dà il consenso per la concessione di una sepoltura al Giudice Lucifero in una chiesa di Trani, che viene indicata come "Grancia” dei Cavalieri del Tempio.
E’ tardi quando ritorniamo a Palese nella casa che ci ospita. Ed è difficile dormire la notte pensando alla storia di Ugo dei Pagani, il fondatore dei templari la cui tomba probabilmente fu sfregiata dallo zelo del solito fanatico. Al mattino di buona ora ritorniamo a Trani fermamente decisi a visitare la chiesa templare. Dopo inutili ricerche, grazie alla solerzia di un funzionario del Comune, riusciamo a farci aprire. Ed è un volonteroso, appartenente alla Confraternita che si prende cura della chiesa, che ci fa da guida. Il nostro ospite, chiede l’anonimato e ci racconta come il luogo fosse anche ospedale e magione, oltre che chiesa e come i templari raggiungessero le navi su delle barche che partivano da un corso d’acqua che si trovava nel vicolo chiuso da sbarre adiacente alla costruzione. Il loro voto era di non toccare terra fino a Gerusalemme. Ci spiega anche che da un ingresso posto sotto una pietra nel portico si può accedere ad una sala grande come la chiesa, luogo oggi purtroppo inagibile perché sommerso dall’acqua. Probabilmente era la rimessa delle imbarcazioni usate dai monaci guerrieri per raggiungere il mare. Entriamo con lui nel tempio che appare spoglio, nello stile sobrio dell’Ordine che lo aveva fatto erigere. Poche decorazioni fanno pensare che anche in questo luogo doveva essere passata la scure del censore. Eppure, dai riferimenti astronomici e numerici impiegati nella costruzione della chiesa traspare l’applicazione delle arti del quadrivio, ovvero: aritmetica, astronomia, geometria e musica, come rilevato dal prof. Viola. Infatti, per il suo orientamento, l’asse fu puntata al sorgere del sole, nel giorno di Ognissanti del 1100, con l’effetto che nei giorni in cui il sole sorge agli equinozi, ovvero il 21 marzo ed il 23 settembre, esso compie una traiettoria che parte dal finestrone dell’abside maggiore per colpire una semi colonna del portico, sul cui capitello è scolpito il simbolo egizio della dea Iside. Usciamo emozionati dall’antico tempio, e salutata la nostra guida ci incamminiamo a sinistra dove, dopo pochi metri, scopriamo, per metà coperto dal marciapiede, un bassorilievo consunto dal tempo e dal desiderio di distruzione dell’uomo, sul quale si scorge una grande croce templare ed i volti di due arcangeli. Questo probabilmente faceva parte di un frontone, più grande situato all’interno della chiesa. Ci allontaniamo emozionati per quello che abbiamo visto nella città di Trani, nella quale convivono fianco a fianco chiese templari e sinagoghe, tombe misteriose ed architetture destinate a trasmettere i loro messaggi criptici, attraverso i secoli, solo a chi è in grado di interpretarli.
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