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Il golfo di Orosei!!


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Voglio condurvi in un luogo esclusivo, portarvi dentro le immagini, sostare tra i fasti
di una natura selvaggia; vi parlerò dei remoti misteri di Tiscali (sì, proprio ‘l’autostrada telematica’, che ha il nome del sito archeologico), tra monumenti rupestri che sembrano cattedrali gotiche,
inserite in un contrafforte roccioso che delimita l’entroterra, regno d’aquile e fauna rarissima, insenature che sembrano zaffiri incastonati nella costa.
Sentite il profumo del mirto? Ecco le bacche di corbezzolo, e balsami forti come timo, serpillo,
lavanda e santoreggia… Siete pronti per il trekking? Andiamo! Andiamo nel…

… GOLFO DI OROSEI!

Quando si percorrono itinerari così interessanti a livello paesaggistico, lungo la Costa Orientale della Sardegna, non sono solo i punti di riferimento turistici ad essere al centro dell’attenzione dei visitatori, ma tutta la compagine dell’entroterra, cornice assolutamente degna della magnificenza delle cale e dei litorali. Questi si aprono all’improvviso nell’ambiente aspro della costa, spesso caratterizzata da contrafforti rupestri che, prima di precipitare a strapiombo sul mare, hanno ‘viaggiato’ fra superbe dorsali calcaree, che s’elevano e poi digradano in un gioco infinito di straordinarie visioni d’immagini sovrapposte, come tante tele gigantesche appese sotto il cielo e dipinte magistralmente, poi si susseguono in un ambiente ancora sottoposto alle regole della natura selvaggia. La Sardegna non pone orizzonti quando si osservano questi spettacoli che ti raccontano la storia geologica con un semplice sguardo sull’orografia del suo ambiente montano, e ti avvolgono di mistici richiami perché trasmettono sensazioni inedite, non ti permettono d’ignorarli, ma ti obbligano a fermarti, andare oltre il mistero che traspare da simili scenari naturali.
Per recarci a Orosei abbiamo percorso la Statale 125, che segue un itinerario litoraneo, a tratti s’avvicina al Tirreno, e poi con discrezione se ne discosta, seguendo le asperità di un ambiente ricco di attrattive naturali e archeologiche, attraversa altopiani e poi riprende il suo percorso nel rigore di Silana, dove il calcare s’impone sovrano, insieme alle lussureggianti foreste di leccio – gente verde… - alla macchia mediterranea, di un verde intenso, dopo le abbondanti piogge autunnali, e le rosseggianti bacche di corbezzolo che illuminano intensamente i margini della strada. Il paesaggio, visto dai tornanti della statale, è una straordinaria sequenza di piccoli microcosmi che sembrano appena adagiati dal Creatore in questi luoghi in cui il silenzio e la solitudine, scandiscono i riti solenni di un’egemonia non sottoposta alle violenze dello stravolgimento dissennato dell’ambiente.
Sorprende l’estro di questo composto teatro di roccia che s’erge fiero in un’infinità di forme, segue sconfinati itinerari, fra pareti precipiti, torrioni, guglie, pinnacoli e dorsali maestose, che scavalcano i confini dei centri abitati e proseguono ancora con le loro propaggini, laddove il mare è l’ultima frontiera di questa selvaggia libertà. La libertà si respira tra aerali sconfinati in cui domina il bosco, ma basta sollevare lo sguardo per incontrare ancora il volto fiero del paesaggio rupestre, che non incombe e non minaccia rovinose catastrofi, anche quando la roccia, così provata dal rude passaggio dei millenni, è segnata da profonde fenditure o impressionanti diaclasi, che sembrano una sfida mentre difendono quell’apparente, precario equilibrio.
Superbo il Supramonte dopo il passo di Silana; sul versante ovest, compare all’improvviso la gola di Gorropu, impressionante tunnel calcareo, canyon in cui il rio Flumineddu, fra strapiombi di roccia, ha creato il vertiginoso passaggio che dalla giurisdizione di Urzulei conduce in territorio di Orgosolo, in un ambiente che incatena lo sguardo e suscita reconditi desideri di escursioni; è il latente richiamo della natura che esige rispetto, ma si lascia ammirare senza chiedere biglietti d’ingresso, mette in mostra mirabili opere d’arte, che l’uomo non potrebbe mai scolpire con fattezze così originali.
E corrobora lo spirito, lo ammanta d’impulsi e dolci euforie, tiene avvinti al suo grembo fecondo e ti scrive tra campi solcati, fra i tholos dei nuraghi, che sei parte di essa.
E te lo gridano i falchi con i loro volteggi austeri, e i versi che sono un inno perenne al passaggio del tempo, arbitro ingrato delle aspri carezze alla roccia incarsita… Lo spettacolo prosegue sulla dorsale calcareo-dolomitica del monte Corrasi di Oliena, biancheggiante, luminosa, quando il sole vi proietta il suo sguardo potente; quest’immenso baluardo risplende con i suoi giochi di luce, e l’ambiente qui sembra il sublime ‘traslasto’ di un paesaggio vagamente alpino. Ma la Sardegna, del resto, in una remota era geologica, non era parte integrante e ‘aderente’ del continente Europeo, per la precisione della Francia? Non c’è da stupirsi se le orme geologiche e in particolare l’orografia, conducono in quelle latitudini.
Ed ecco tra panorami da brivido, la natura continua a mettere in mostra capolavori d’inaudita bellezza: in prossimità dell’abitato di Dorgali, sovrastato dal monte Bardia, a ovest c’è la bella valle di Oddoene, e più in là, verso Oliena, la valle di Lanaittu custodisce un pezzo di memoria della civiltà nuragica. Osservandola da vicino, si ha l’impressione che voglia sussurrarti i segreti di una storia ancestrale, che si perde nei meandri delle varie ere e civiltà che si sono susseguite nel corso dei millenni.
Per esempio, nei dintorni, c’è l’acropoli di Tiscali ( sì, da qui viene il nome della grande autostrada telematica…), villaggio di tarda epoca nuragica, che è la voce ermetica, l’eco lasciato dal tempo, per testimoniare la difficile simbiosi tra uomo e natura, quando il primo, errabondo e insicuro, era minacciato da orde d’invasori che lo rendevano vulnerabile alle incursioni e alle scorrerie di questi ‘strangius’.
Il villaggio è ubicato all’interno di una dolina di origine carsica, vastissima; tutta la valle del Lanaittu, è interessata dal fenomeno carsico, anche le grotte di ‘Sa Oche’ e ‘Su Bentu’. Il villaggio è la testimonianza della fiera resistenza Barbaricina alle incursioni Romane. I Romani chiamarono ‘Barbaria’ questa zona, proprio per le caratteristiche ostiche del territorio, ma soprattutto per l’ostinazione e il coraggio dei suoi guerrieri, che lottorano strenuamente per respingerli. Il toponimo Barbagia deriva etimologicamente proprio da ‘Barbaria…’
Difficile immaginare i rituali pagani di una valle così antropizzata in quell’epoca remota, dove la storia è come una prospettiva che si rastrema, fino a chiudere in un esile filo di luce, i suoi passi tormentati. Diffidenti e all’erta i guerrieri di Tiscali, abili nel cercare rifugi inaccessibili tra cedimenti tettonici nello spazio ipogeo interno di una montagna, che in quell’epoca accolse questo insediamento umano offrendo protezione e riparo.
Immensa la parete di roccia che si distende in un grande spazio disseminato di massi e materiale detritico, e sarebbe oscuro come un grande anfratto, se la natura stessa non avesse disposto, con una grande frattura laterale, una via d’accesso all’aria e alla luce, indispensabile per la sopravvivenza di coloro che l’avevano eletta a dimora.
Il passato nel mondo semplice della natura non è un archivio chiuso all’avvicendarsi del tempo, ma una realtà aperta, che ripropone la sua memoria attraverso i segni tangibili di una mostra a ingresso libero, che talvolta è solo in apparenza occultata dal rinnovamento dei suoi cicli biologici, chimici, morfologici. Nulla nella memoria della natura diventa obsoleto.
Proseguiamo il viaggio percorrendo sempre la statale che, dopo l’abitato di Dorgali, segue un tracciato tormentato, si snoda fra tornanti e qualche breve rettilineo, fino al bivio per Oliena. Ancora uno sguardo all’incantevole maestosità del monte Corrasi, con i cerulei colori del mattino e il grigio perlaceo della roccia calcareo-dolomitica; nella sua severa immanenza è testimone irreprensibile delle fiere popolazioni Barbaricine.
Procediamo verso nord seguendo il bivio per Orosei, tra costoni e profili di roccia con le loro circonvoluzioni carsiche e aree destinate ai coltivi, l’atmosfera è una mistura di profumi che leniscono lo spirito e lo rigenerano rendendolo vitale, portando nell’animo un gioioso senso di appartenenza a questo ecosistema quieto. Dovunque s’insinuano scorci d’immagini inedite; i mirabili monumenti rupestri con i loro virtuosismi sono capolavori che hanno la firma del vento e del mare, degli agenti atmosferici e talora degli esseri umani; per esempio quando, in prossimità di Orosei, si notano i cantieri delle cave di marmo, scenario che deturpa quell’insieme naturale composito… Dove c’è l’intervento dell’uomo la natura perde la sua libertà; ma questa è un’altra storia…
Giungiamo nelle vicinanze della nostra meta; a Orosei sostiamo per qualche minuto, il tempo di superare il solido ponte di legno che separa lo stagno dalla spiaggia. La marina di Orosei, col suo vasto arenile, presenta un mare pulito, color cobalto, spumeggiante questa mattina, con onde impetuose che s’infrangono nella battigia vigorosamente, lasciando nell’aria un profumo d’iodio, di mare. Alcuni pescatori fermi sul ponte, c’informano che le spiagge di Bidderosa si trovano a circa dieci Km. da Orosei.
Seguiamo le loro indicazioni e giungiamo finalmente di fronte alla stazione della Forestale. La guardia c’informa che possiamo entrare nel parco, ma senza l’auto, e la prima delle quattro spiagge, è ubicata a circa quattro Km. dal punto in cui ci troviamo. No, non è esattamente un sacrificio, mi rendo subito conto che l’ambiente è un autentico tesoro ecologico, una distesa di boschi a tratti fittissima, e un sottobosco ricco di macchia e arbusti, giovani piante e virgulti.
L’ambiente che ci avvolge è carico di suggestioni che scaraventano i pensieri lontano, obbligano a misurarsi con un tempo che sembra essere chiuso in un rigoroso serraglio, mentre la vita palpita, la senti fremere con rumori furtivi, appena sussurrati dall’immensità di quelle distese di verde. Il parco non si propone con monotonia, ma con versatile estro porta lo sguardo sugli svettanti eucaliptus, altissimi, come alti sono i pini con la loro chioma d’aghifoglia.
Dopo aver percorso circa metà del tragitto, notiamo sulla destra uno specchio d’acqua immobile, con note brillanti di luce che si muovono frenetiche; riflette i colori di un cielo a tratti plumbeo, anche se la temperatura è mite e il sole superando la congestione di nubi, si fa largo proiettandovi la sua portentosa luce, illuminando il verde del bosco e anche la superficie d’acqua nello stagno, il quale crea un’ansa all’interno del parco, e poi prosegue in un confine indistinto. Si sente un frenetico batter d’ali, forse ci sono uccelli acquatici, avifauna nello stagno retrodunale che sembra vicinissimo, ma non ho la possibilità di verificare.
Si può rispettare, si può tradire, in quel confine impera l’ortodossia della natura con le sue leggi; fuori dal parco, poco lontano, incombe il progresso, con altre regole… Strano idillio quello fra uomo e natura, che contiene l’intruso, il progresso… Difficile la convivenza fra natura e progresso, matrimonio morganatico mai celebrato: l’una fedele al suo codice morale e biologico, l’altro fedifrago, sempre alla ricerca di qualcosa che lo allontani, lo elevi…
Finalmente un piccolo segnale artistico, in legno a forma di freccia, indica la deviazione verso la cala. Ma il mare è già nell’aria da tempo, col vivo e fresco fragore dei flutti; mancano pochi metri e la piccola baia compare come una visione; splendido il mare con le sue trasparenze e i colori che solo ai tropici possono trovare similitudine.
E magnifica, speciale, la spiaggia che biancheggia nel magico sole di questo tiepido dicembre; la sabbia è finissima, purificata dall’autunno piovoso, sembra un vergine tratto di costa dove non è mai transitata anima viva… E’ un abbaglio, è un incanto, e un… non saprei, è indefinibile! Ci sediamo sulla sabbia, il colore è di un tenero grigio perlaceo, ma non uniforme. Sono sicura dell’enorme importanza naturalistica e ambientale di questo tratto di costa, osservarla significa farsi coinvolgere fino a desiderare di bivaccare prima sotto il sole e poi sotto la luna… E’ comunque un dono esclusivo di questa natura che vuole solo stupire, estasiare; la caletta col suo mare da sogno, con la sabbia particolare e biancastra, dopo tanto verde, in questa domenica sotto Natale, sembra una rosa bianca sbocciata nel solstizio d’inverno.
Tanti gabbiani vi girano intorno, i loro versi sembrano accordi di chitarra e con la maestosità dei loro voli, planano e poi risalgono le correnti verso un’atmosfera di quiete, d’infinito, d’immenso. Purtroppo dobbiamo ripercorrere a ritroso il sentiero che conduce alla stazione della Forestale, una costruzione che si erge a nord del parco, ubicata nel punto più alto, dal quale domina tutto l’avvallamento che digrada fino al mare in lente e dolci depressioni ammantate d’ alberi d’alto fusto e macchia.
Ci ritroviamo ancora nella statale 125, e prima dell’abitato di Dorgali notiamo il segnale che conduce alla grotta d’Ispinigoli, non vi sostiamo perché la visitammo in un’altra circostanza e la memoria è ancora vivissima… E’ rimasto il ricordo di un ambiente ipogeo particolare, impressionante; la storia ha lasciato segni indelebili nel cosiddetto ‘abisso delle Vergini’… Quante vittime i Fenici immolarono negli altari stalagmitici dei suoi antri, che alla luce di questi remoti episodi, diventano tempio di orrori consumati con turpi rituali.
La bellezza degli ambulacri della grotta, con le loro concrezioni, sono tuttavia testimoni inermi e innocenti delle aberrazioni morali delle civiltà più ancestrali. Erano riti religiosi delle comunità pagane facenti parte degli insediamenti umani di questi territori vicini alla Costa, dove si consumavano tremendi sacrifici di giovani vergini offerte alle divinità, fra cui la Gran Madre, che rappresentava, anche per le più antiche Civiltà, il simbolo della fertilità. Questi macabri cerimoniali culminavano con la vittima sacrificata e gettata nell’abisso, apoteosi di un culto barbaro che non potrebbe definirsi ‘religioso’, dato che ogni religione dovrebbe comunque avere una morale che prescinde dagli atti violenti.
‘Molk’ erano chiamati questi tremendi rituali celebrati per compiacere le divinità, propiziarsene i favori perché ritenute dispensatrici di buone annate e buoni raccolti. La storia è storia e i posteri possono condannare o assolvere, ma con una prospettiva che deve lasciare spazio alla clemenza verso queste Civiltà in cammino sulla strada dell’evoluzione, anche quella morale.
Giungiamo in prossimità del bivio di cala Gonone, e basta sollevare lo sguardo per ammirare l’imponenza dei costoni rocciosi e l’esuberante maestosità del monte Tului. Non resistiamo questa volta, al desiderio di superare la galleria che conduce alla famosa località balneare di Dorgali.
Appena superato il tunnel, l’ambiente apre il suo sipario in uno scenario bellissimo, dove le foreste di leccio dominano nell’ambiente che digrada verso l’insenatura del Golfo di Orosei con dolci balze e declivi. Qui la natura t’inchioda lo sguardo, e come una Venere procace, si lascia osservare con remissivo piacere. Nei rapidi salienti rocciosi, nelle erta da brivido, ogni areale è un quadro senza cornice, animato, fremente di luce, limpido nell’aria pura dell’inverno appena iniziato.
Qui si legge in lettere maiuscole l’alfabeto della natura: il suo idioma è semplice, le leggi scomode, i silenzi avvolgenti, la solitudine arcana, il suo amore ineffabile, anche per il figlio più ribelle, non di rado il suo più acerrimo nemico: l’essere umano…

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