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Sardegna

di Lina Palmieri Contatta l'autore

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Stavamo facendo il giro della Sardegna con il camper e, quel giorno, il 26 aprile del 1999, ci trovava­mo a Nuoro. Pensavamo di fermarci in una piazza o in un posteggio per passare la notte, visto che non c'erano campeggi, ma Nuoro  si trova  in montagna, e le strade hanno delle salite e delle  discese poco adatte per parcheggiare un camper, così, dopo aver passato qualche momento  critico  nel percorrere alcune di quelle strade, non avendo trovato un posto adatto, decidemmo di andare oltre. Era piuttosto tardi e, trovandoci all'interno della Sardegna, la prudenza ci consigliava di cercare  un luogo che facesse al caso nostro al più presto possibile, per poterci fermare e passare la notte.
Consultando  l'elenco dei campeggi della Sardegna,  scoprimmo, con piacevole  sorpresa, che ce n’era uno a  Orgosolo,  distante una  ventina di chilometri. Cercammo di superare ogni  preconcetto sulla pericolosità della zona e proseguimmo verso la cittadina.
Nell'avvicinarci la vedemmo adagiata sul declivio di una montagna, in uno scenario di monti rudi, anche se ricchi di vegetazione.
Prima  di entrare nel paese incontrammo un posto di  blocco  della polizia  e due auto erano ferme ai lati della strada: i poliziotti stavano perquisendo una delle auto e il conducente aveva le braccia in alto appoggiate sull’automezzo.
Proseguimmo, e arrivammo all'ingresso del paese dove si trova­va un piccolo supermercato. Chiedendo ai commessi del negozio informazioni sull'ubicazione del campeggio, scoprimmo che esso era stato chiuso da tempo e il proprietario gestiva  un ristorante. Ci consigliarono di andarlo a cercare e rivolgerci a  lui  per ulteriori informazioni.
Era ormai l'imbrunire e avevamo urgenza di fermarci, dato che la notte era prossima.
Dopo  aver chiesto all'uno e all'altro dei passanti indicazioni per trovare  il locale,  parcheggiammo  il camper su  una  graziosa  piazzetta dove c'erano alcuni alberi, una bella fontana e strisce  per il parcheggio ben disegnate per terra,. Scesi dall’automezzo, proseguimmo la ricerca a piedi. Ci colpirono subito dei bei murales, molto grandi e colorati, dipinti sulle case.
Percorrendo  una  stradetta in salita arrivammo al ristorante.  Lieti  di averlo  trovato,  cercammo  di entrare, ma tutte  le  porte  erano chiuse e dentro non si vedeva nessuno.
Guardando  in giro, nella speranza che arrivasse qualcuno, scorsi  una donna che ci guardava dietro i vetri di una finestra della casa di fronte e, dal terrazzo, di una casa vicina, spuntava la  testa  di una  donna  anziana intenta ad osservarci. Aveva il capo coperto da un fazzoletto nero che le scendeva sulla fronte, ed una parte di esso le copriva anche la bocca.
Essere oggetto di un'osservazione così attenta, mi dava la  sensa­zione di essere spiata.
Non avendo alternative pensammo che, in fondo, potevamo passare la notte  sulla piazzetta dove avevamo parcheggiato il  camper.
Ritornati sulla strada principale del paese, iniziammo  a percorrerla.  C'era molta gente in giro e numerosi giovani  vicino ai bar e sulla piazza. Oltre al traffico normale, notammo il passaggio di  alcune auto di polizia e carabinieri.
Vedendo un negozio di frutta e verdura mi venne in mente che ci serviva qualcosa per la cena, così entrammo. Non  mi sentivo del tutto tranquilla, e pensavo di parlare, con  la giovane  signora che ci stava servendo, della situazione in cui  ci trovavamo e dell'idea di fermarci a dormire sulla piazza, ritenen­do di poter essere rassicurata.
Dopo avermi ascoltata, lei ci sconsigliò di passare la notte lì:
- Perché sa, i ragazzi a volte fanno degli scherzi e voi non  riu­scireste  a dormire! Per esempio, ieri sera sparavano...In  aria,  va bene, però la polizia dov'era? Secondo me, sarebbe meglio, e  stareste più  tranquilli, se andaste a parcheggiare il camper nella piazzetta che  si trova davanti alla caserma della polizia… Perché anche a noi dispiace se succedono certe cose...
Più  chiaro  di così non poteva essere detto che  era  meglio  non esserci a Orgosolo in camper e di notte.
Fatta la spesa, salimmo sul nostro automezzo, trovammo la piazzetta, ampia e con diverse aiuole,  davanti alla caserma della polizia, e parcheggiammo in un angolo  tranquil­lo.
Stranamente Paolo, mio marito,  che in genere apre gli scuri  delle  finestre quando mangiamo, quella sera li lasciò chiusi e, prima di metterci a dormire, si recò alla caserma della polizia per informare il personale che eravamo parcheggiati poco distante da loro.
Nessuno ci disturbò durante la notte e dormimmo senza problemi.
Al  mattino,  quando uscimmo dal camper per vedere la  zona  della città in cui ci eravamo sistemati, ci accorgemmo che c’era la nebbia e faceva fresco.
Poco  lontano notai una chiesa antica, che si stagliava  contro  il panorama delle colline intorno.
C'erano  pochi passanti a quell’ora e, tra essi,  avvicinammo una signora anziana che era accompagnata da una ragazza, per sapere se  in paese si trovava un distributore di benzina, dato che avevamo bisogno di fare il pieno al camper per poter continuare il viaggio. Dopo averci dato  l'informazione  richiesta, la donna ci chiese di dove eravamo e dove  avevamo dormito. Saputo che avevamo passato la notte sul camper, la ragaz­za  disse che, se ci avesse incontrato la sera prima, ci avrebbe  offerto due letti:
- Perché dormire lì dentro...
Ringraziando del pensiero gentile, le salutammo e andammo a fare rifornimento. Prima di lasciare la zona, però, volevamo fare un giro per  il paese  per  fotografare i bei murales che avevamo visto  sui  muri delle case. La sera precedente, infatti, era quasi buio, quando li avevamo notati, e non avevamo avuto il tempo di fotografarli o riprenderli con la telecamera.
Parcheggiammo dunque il  camper  alla periferia del paese  e,  a  piedi, andammo verso il centro.
Le  strade erano quasi deserte, a parte qualche uomo anziano  fermo davanti  ad un bar. I negozi di generi alimentari erano aperti,  ma non riuscivo a trovare una panetteria, così entrai in uno di essi per  chiedere se vendevano del pane. Il negoziante mi disse che aveva solo pane  carasau (che è fatto come una sfoglia sottilissima), ma, dato che a noi serviva altro tipo di pane, rinunciai a comprarlo.
Percorrendo le vie del paese, apprezzammo molto i numerosi murales dipinti sulle case e sui muri. Essi erano stati eseguiti da artisti e studenti di scuole d’arte, provenienti da varie parti d’Italia, ed alcuni erano molto belli.
Anche sulla facciata del Comune c’erano dei murales ai lati della porta d’entrata. Mentre li fotografavo mi accorsi che la porta era crivellata di colpi di arma da fuoco, che vi avevano lasciato numerosi buchi. Mi ricordai, allora, che lungo la strada che avevamo percorso il giorno precedente, per arrivare lì, avevo notato molti cartelli stradali con dei buchi simili.
Camminavamo lentamente, sotto l’ombrello, per difenderci dalla pioggerella che scendeva dal cielo. Tutto era tranquillo e silenzioso, perciò non potemmo non accorgerci del passaggio della macchina della polizia, che percorse la strada ad alta velocità. Poco dopo, ne passò una dei carabinieri e poi, ancora una della polizia. Si alternavano nel percorrere la strada principale, che noi stavamo percorrendo e, ci passavano di fianco molto frequentemente.
Come mai tanto controllo? A Orgosolo sarà sempre così? Mi venne da pensare che, forse, quel giorno, lo facessero per proteggere noi da qualche pericolo. Allora dissi a Paolo che era meglio allontanarci dal paese e proseguire il viaggio, per tranquillità nostra e loro.
Così raggiungemmo il nostro camper, che era tenuto d’occhio da un vigile urbano, e lasciammo a malincuore una cittadina tanto graziosa e piacevole, in cui ci saremmo fermati volentieri più a lungo.

Allontanandosi dal paese, mio marito diresse il camper verso Mamoiada, che non era molto distante, per cui la raggiungemmo in breve tempo.
Mamoiada è famosa per i Mammuthones, un gruppo folcloristico composto da soli uomini, che indossano un ampio mantello di pelle di pecora, con la lunga lana bianca attaccata, un grosso fazzoletto a coprire la testa e una maschera nera di legno a nascondere il viso. A completare il travestimento, portano un grosso grappolo di campanacci sulla schiena, che essi fanno suonare, camminando o saltando, durante la sfilata per il paese, nel giorno prestabilito per la manifestazione.
Mentre attraversavamo il paese, mi capitò sotto gli occhi un cartello con la scritta: “ Maschere di Mammuthones”. Pensai che mi sarebbe piaciuto averne una, così chiedemmo informazioni ad un signore che stava transitando in macchina in quel momento. Egli non solo ci diede le informazioni richieste, ma disse di seguirlo, portandoci proprio davanti al negozio dell’artigiano che le costruiva.
Dopo averlo ringraziato calorosamente, entrammo nel negozio, che era anche un laboratorio, dato che, in un angolo di esso, un uomo stava lavorando su un pezzo di legno. Al nostro arrivo agli si alzò e ci venne incontro, chiedendoci che cosa cercavamo.
Mentre stavamo ammirando i diversi lavori esposti nel negozio, ci offrì mandorle sgusciate e un bicchierino di vino Cannonau. Acquistammo una bella maschera nera dei Mammuthones, quindi stavamo per andar via, quando entrò una donna anziana vestita di nero, come quelle che avevo visto a Orgosolo. Ci salutò cordialmente, invitandoci ad ammirare i lavori del figlio, in particolare alcune cassapanche scolpite, poi ci invitò a casa sua a prendere un caffè.
Abitava in una bella villetta che si trovava poco distante. Entrando conoscemmo anche un altro figlio che si trovava in casa. Sorbimmo il caffè, chiacchierando piacevolmente. Prima di andar via, il figlio ci fece dono di un calendario con le foto dei Mammuthones.
Scattammo anche una foto con la famiglia e, quando ci lasciammo, ci fecero promettere che, se, in futuro, fossimo ritornati da quelle parti, saremmo andati a salutarli.
Ripartiti, mi ricordai che ci occorreva del pane e pensai di comprarlo prima di lasciare il paese. Vedendo passare una signora, le chiesi dove si trovava una panetteria. Lei mi disse di seguirla. Passando vicino ad una villetta, mi informò che lì vendevano il pane Carasau, che facevano cuocere nel forno a legna.
Giunti al panificio, che avrei trovato con non poca fatica da sola, dato che non c’erano insegne, presi il pane che mi serviva, quindi decisi di acquistare anche del pane carasau, perché avevo l’occasione di prenderlo fresco.
Giunta davanti al cancello della villetta, vidi una signora che stava prendendo della legna da una catasta che si trovava nel giardino della casa. Le chiesi se vendeva del pane. Mi rispose di sì e mi invitò ad entrare, dicendo che me lo avrebbe dato fresco fresco.
Entrando nella villa, mi trovai nel laboratorio in cui stavano preparando il pane: c’era una pila alta di grossi dischi di pane già pronto. Una donna prendeva una sottile sfoglia precotta, la inseriva nel forno facendola colorire da una parte e dall’altra, poi la passava a un’altra signora che la metteva su un’altra pila di pane e la schiacciava con un coperchio.
Mi dissero che quel pane non lo facevano tutti i giorni, ma solo di tanto in tanto, per cui mi considerai fortunata per essere capitata lì nel giorno giusto.
Rimasi un po’ a guardare il lavoro delle donne, poi acquistai uno di quei pani appena sfornati e ritornai felice verso il camper.

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