La bella estate a geremeas
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Gommai (comare) Brabarina e l’arte preistorica.
Il villaggio di Geremeas prende il nome dal rio omonimo. La spiaggia si estende per alcuni chilometri, l’acqua ha un colore cristallino e la sabbia bianca sembra borotalco, intorno una folta e profumata macchia mediterranea fa da cornice a tanta bellezza.
Verso sera zia Brabarina (Barbarina), “gommai” (comare) di nonna Assunta, donna che aveva già una certa età, ci chiamò a raccolta attorno a se l’intera comunità, composta dagli adulti e dai ragazzi del borgo. Nel villaggio, zia Brabarina, godeva di prestigio e di carisma, ciò si doveva al fatto che rispetto agli altri abitanti fosse istruita, infatti, aveva frequentato le scuole di avviamento. Era considerata una vera personalità, mia nonna ne subiva il fascino forse perché lei non sapeva né leggere né scrivere (a differenza di mio nonno).
Ogni volta che arrivava qualche lettera ed egli, non si trovava a casa, lei, anche se era stanca morta per il troppo lavoro, si recava immediatamente dalla comare per farsela leggere. Per sdebitarsi ogni sabato, quando sfornava il pane fragrante fatto in casa, metteva da parte diverse forme di pani “civraxiu e di pani moddizzosu e non mancava una forma di “strippidi” ( pane di segale, o pane integrale). Le piaceva leggere i libri che si occupavano di storia e di tradizioni sarde, lei era l’unica persona alla quale “su meri mannu”, concedesse libero accesso alla sua biblioteca personale.
Ogni documento riguardante la comunità e i suoi abitanti veniva necessariamente sottoposto alla sua attenzione, amava raccontare la storia e le tradizioni della sua amata terra, era un donnone alto e pettoruto, secondo la stima di nonno Battistino, il suo peso oscillava attorno al quintale. Aveva un marito mite e sottomesso, che gravitava perennemente attorno alla sua orbita e che raramente apriva bocca, egli si limitava ad annuire con serietà ad ogni parola pronunciata della consorte. Avevano messo al mondo una dozzina di figli e così ziu Tomasiccu (Tommaso)), aveva magistralmente assolto il suo compito di maschio di razza.
- Toccai picciocchedu, sezeisì e asctutaimì -( Allora ragazzi, sedete e ascoltatemi). Il tono imperioso e la personalità carismatica inducevano naturalmente al silenzio.
Iniziò il suo racconto: “Nella preistoria, l’uomo decise di propiziare le forze della natura per far sì che la terra divenisse fertile e ricca di raccolti. In quei tempi l’uomo, decise di innalzare al cielo costruzioni gigantesche, enormi massi conficcati nel terreno che assunsero il nome di “costruzioni megalitiche”, (dal greco mègas, grande, e lithos pietre). Le costruzioni erano chiamate menhìr (dal bretone “men” pietra, e “hir” lunga). Le altissime pietre venivano infisse verticalmente nel terreno, risalenti quasi tutte al III e al II millennio a.C. I nostri avi ci parlano di un loro significato religioso da far risalire al culto del sole, in Europa settentrionale essi erano disposti in allineamenti regolari, per delimitare appunto, le aree sacre. Barbarina indugiò ancora nel suo raccontare, impostando la voce a mo di soprano, cosa che segnalava a tutti noi il momento topico del suo racconto. Si schiarì la voce e disse: Pensate che il più alto menhìr mai ritrovato sulla faccia della terra, misura circa 20 metri.
-La comunità durante la celebrazione di misteriosi riti collettivi, innalzava questi incredibili monumenti verso il cielo. Tutta la popolazione vi partecipava, basti pensare che per la loro realizzazione, occorreva la forza di migliaia di uomini. Qualche nostro progenitore ha anche tramandato l’ipotesi che queste costruzioni, siano servite anche come luoghi che indicavano le sepolture”. Ciò sarebbe avvallato dal fatto che su alcuni menhìr fosse inciso un volto umano
Zia Brabarina tacque un istante, cercava di creare il giusto “pathos” la giusta atmosfera al suo racconto, il silenzio tra noi si fece ancora più grande.
-Parla zia, non tenerci ancora sulle spine la esortammo all’unisono, lei sospirò, con sufficienza, gonfiò il vasto petto materno a dismisura, poi levò lo sguardo al cielo con rassegnazione penitente ed esclamò: “HOI SU CORU MIU!” (oh il mio cuore!) e alzò in alto la mano destra esortandoci tutti alla calma.
-Voi giovani, siete terribilmente impazienti, non riuscite a capire che per comprendere un racconto o una storia, dovete assaporarne bene le parole, così come si fa con le pietanze squisite. Bisogna centellinarle lentamente e ascoltarne anche il suono, per poter percepire pienamente il loro significato. Nonna Assunta e nonno Battistino, sorrisero accondiscendenti, entrambi, conoscevano da sempre la loro comare e sapevano quanto fosse brava ad intrattenere gli astanti. Luisicca e suo fratello Massimilianu, mostravano qualche cenno d’insofferenza, si guardarono negli occhi, domandandosi muti quando la zia avrebbe ripreso a parlare, infine lei, sospirando per la gran calura si sistemò il fazzoletto ricamato sulle spalle e la lunga sottana scura plissettata, infine riprese il suo racconto.
- Genti, ascuttai beni, ( gente, ascoltate bene), Luisicca, pensò che quel preambolo non facesse presagire niente di buono. Zia Barbarina aveva ormai gli occhi come due fessure e le sue labbra erano ridotte a due linee sottili e crudeli, sembrava un’aquila che stesse per avventarsi sulla malcapitata preda, stava sicuramente per rivelare qualche particolare di fondamentale rilievo.
Ziu Tomasiccu, consapevole della sua importanza giacché suo legittimo consorte, si eresse in tutta la sua statura (il che era tutto dire), dal momento che era alto sì e no un metro e sessanta centimetri. Assunse un atteggiamento ieratico e solenne come a significare orgogliosamente: “Questo pozzo di cultura è mia moglie”. Lei, lo guardò con un’occhiata di disapprovazione e lui si rimise istantaneamente a sedere.
Zia Brabarina, fece due brevi e impostati colpi di tosse e riprese con voce acuta, sempre più alta….
:-Dicevo che, la nostra meravigliosa isola situata nel Mediterraneo, non fu seconda a nessun luogo al mondo per tradizioni e cultura. Basta volgere lo sguardo sia a nord che a sud, così come nell’entroterra e troviamo esempi e radici comuni alle altre culture millenarie. Conoscete tutti i nuràghi, sapete che queste costruzioni megalitiche risalgono ad epoche preistoriche, ebbene la Sardegna vanta insediamenti nuragici sconosciuti al resto del mondo. Il nome deriva dal sardo “nurra” che significa ”mucchio di sassi” o “cavità”. Le costruzioni erano composte da cerchi concentrici che andavano restringendosi verso l’alto, grossi blocchi di pietra ricavata dalle rocce che formavano una pseudocupola. Queste avevano forma tronco-conica e furono innalzate dall’uomo a partire dalla metà del II millennio a.C.
Ai nuràghe, si accedeva da un unica porta esterna ad architrave e da un breve corridoio. Le pietre, sovrapposte a secco (senza malta) erano tenute insieme dal loro stesso peso. Dovete sapere che in Sardegna abbiamo un luogo importantissimo per i nuràghi: “La reggia di Barumini”, Luisicca, si risvegliò dal leggero torpore che tanta cultura aveva provocato in lei.
-Conosco quel paese, è quello vicino a Gesturi, famoso ancora oggi per i cavallini che vi crescono allo stato brado! (cloppt….cloppt …cavallino..!).
-Brava, disse zia Brabarina, noto con piacere che anche un asinello sardo come te (unu burriccheddu) inizia ad apprendere qualche cosa…
Faresti bene a ragliare e fare: HI-HO…,HI-,HO…, altro che CLOPT-CLOPT…, Tutti i presenti scoppiarono a ridere all’istante. Luisicca arrossì, ma, si voltò cercando la complicità del fratello e di nascosto fece una boccaccia riferita esclusivamente alla zia Brabarina (Blhehh!).
- Il sito archeologico di Barumini, insieme al nuraghe di Sant’Antine (Torralba, Sassari) è uno dei complessi nuragici più importanti dell’isola. Diversi studiosi, ritengono che siano fortezze con vere e proprie torri d’avvistamento.
Ancora oggi, non è ben chiaro agli studiosi quale fosse la loro destinazione d’uso, ma in ogni modo troviamo le loro caratteristiche anche nell’architettura pugliese, esattamente nei trulli(dal greco troullos, ”cupola”).
-Ma ascoltate bene queste mie parole, c’è un legame che unisce questo tipo d’architettura, a quello dell’architettura architettura di Micene, esattamente al cosiddetto “Tesoro di Atreo”. Infatti, la sua cupola è a tholos, ed è formata da anelli di pietra concentrici che si restringono verso l’alto, la stessa tecnica usata nei nuraghe sardi e nei trulli pugliesi. Ma, in questo caso la loro funzione è esplicita, le costruzioni erano tombe, di solito vi erano sepolti i personaggi di stirpe regale, esse erano dette ”tesori”, perché insieme ai principi si seppellivano anche i loro immensi tesori. Famosissima è la tomba denominata “Tesoro di Atreo”; del XIV secolo a.C. circa e ripeto per coloro che si fossero distratti, che si trova a Micene.
A questo punto zia Brabarina era esausta, ziu Tommasiccu si levò dalla sedia e premurosamente l’aiutò ad alzarsi. Era buffo, vedere un omino minuto e segalino, compiere sforzi terribili, per aiutare quel donnone così grande a rimettersi in piedi. Tra gli sbuffi insofferenti di zia Brabarina, che grondava sudore da tutti i pori, ebbe termine quella serata a tema “archeologico”. Noi ragazzi prendemmo le nostre seggiole e commentando le notizie che c’erano state date, andammo lietamente a dormire, seguiti a ruota dagli adulti che si attardarono come sempre a “serrai s’ecca” a (chiudere la porta). Quel rumore secco del chiavistello che chiudeva la porta non significava di certo la fine della giornata, era solo l’inizio dell’arrivo dei fantasmi….
Come ogni notte, Luisicca, Assunticca, Susicca e Mariannicca, le prime sorelle di Luisicca e l’ultima, amica del cuore di Assunticca, si precipitarono nel grande camerone nel quale erano sistemati i letti destinati alle “femmine”.
Prima di dormire c’era un rito che non intendevano di certo trascurare, s’infilarono sotto le bianche lenzuola fresche di bucato profumate di buono. I materassi nei quali le ragazze dormivano, erano stati sistemati strategicamente sul pavimento formato da grandi pulitissime lucide pietre. Sopra i materassi, ogni sera si divertivano a stendere le lenzuola, era questo un gioco bellissimo che scatenava la loro immaginazione e la loro fantasia. Ai loro occhi erano vele gonfie di vento, erano le vele di una barca che le avrebbe trasportate nei mari del sud, dove avrebbero camminato nella giungla o navigato tra le isole dei piccoli arcipelaghi della Malesia orientale nel Borneo. Sarebbero approdate a Mompracem, in un viaggio immaginario sulle tracce di Sandokan., e grazie a Salgari, ognuna di loro poteva essere Marianna, la giovane nipote di lord Guillonk chiamata dagli isolani “la Perla di Labuan”. Poi aveva inizio la lotta fatta a colpi di cuscini, un susseguirsi di colpi e di risate senza posa, con ragazze che si avvolgevano dentro le lenzuola per non essere colpite ma che inevitabilmente costituivano i bersagli più facili.
- Ragazze, volete decidervi a comportarvi da signorine, non è questo il momento di giocare, adesso è ora di dormire, il nonno domani mattina deve alzarsi presto per andare al lavoro.
La voce della nonna, seguita da quella della mamma mise termine alla guerra dei cuscini, così in una frazione di secondo il silenzio regnò nella stanza.
Le donne, capeggiate da nonna Assunta e da mamma Anna, iniziarono a recitare le preghiere della sera, che concludevano le nostre giornate. Assuntici ,la maggiore e la più assennata si dava da fare calmare i nostri spiriti bollenti, mentre Luisicca e Susicca, sbrigative come sempre, terminarono frettolosamente le loro preghiere, tracciandosi poi un veloce segno della croce sul petto. L’indomani sarebbe stata una giornata bellissima, dal momento che era in programma il bucato da fare al fiume.
Il giorno del bucato settimanale era arrivato, una giornata bellissima attendeva tutti i ragazzi, lo era molto meno invece, per le donne, che dovevano compiere grandi sforzi con la schiena curva. Chinate per diverse ore sulle pietre levigate del fiume che fungeva da lavatoio, le poverette, si spaccavano le schiene curve sotto il sole cocente. I panni, una volta lavati, erano messi ad asciugare sui cespugli, intanto che le loro madri lavavano, i ragazzi facevano il bagno in quelle medesime acque, solo qualche metro più in avanti, tra i girini e le farfalle. Così, il momento del bucato si trasformava in un gioco meraviglioso, tra gli spruzzi d’acqua e lo stupore infantile nell’osservare quel mondo incantato, così ricco di sorprese e di animali. Pur senza toccare il sapone, anch’essi profumavano di fresco bucato. Nuotavano nelle acque limpide del fiume e cantavano a squarcia gola le canzoni che avevano imparato dalla radio, la giornata dedicata al bucato diventava una vera festa, un gioco bellissimo a cui nessuno di loro era disposto a rinunciare.