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C come sicilia – cinema, cultura, cibo e calore in sicilia - parte II
di cchaplin [contatta l'autore]
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Sul traghetto per la Sicilia ci sarei salito di nuovo qualche mese dopo, a pochi giorni dal Natale. Il clima era cambiato e il vento sul pontile, quando, all’alba, fumai la prima sigaretta, era molto più gelido.

MESSINA/3
A Messina vennero a prenderci di nuovo G. e S., accogliendoci col loro abituale e piacevole calore.

MILAZZO/3
A colazione non trovai più la granita, non era più tempo, ma caldissimi cornetti. L’atmosfera di quella casa già mi piaceva e l’idea di passarci un’intera settimana mi rendeva felice, perché, nonostante tutto, mi sentivo a casa. Mi faceva sentire a casa il calore di quella casa, solo apparentemente austera (appartenuta ad un ufficiale di marina, il papà di S.). Mi faceva sentire a casa il modo in cui mi trattavano, come se avessi sempre vissuto lì. Mi facevano sentire a casa i loro cani, un simpaticissimo e intelligentissimo beagle e un affettuoso e infaticabile giocatore di palla border collie – e il loro timidissimo gatto. Pensai che, se stare lì mi faceva stare così bene, forse stavo diventando un po’ siciliano anch’io.

TINDARI
Già il pomeriggio dell’arrivo, G. e S. ci accompagnarono a Tindari, dove c’è un santuario e degli scavi che ero curioso di vedere per via dell’episodio del Commissario Montalbano (La gita a Tindari, appunto). Purtroppo arrivammo che era già buio e gli scavi non si potevano visitare, mentre il santuario, tra l’altro non bellissimo, era impegnato in un concerto corale per Natale. Tuttavia fu bello trovare questo concerto, perché contribuì a farmi scivolare in un’atmosfera natalizia.

PORTO ROSA
Al ritorno passammo dal cosiddetto “Porto Rosa”, che è un residence turistico vicino Milazzo, tutto dipinto di rosa. G. e S. si erano sposati lì e caso volle che quella sera un’altra coppia di sposi stesse facendosi le foto, di fronte ad un nuovo lussuosissimo albergo, con una vistosa insegna luminosa in alto che poi andava a riflettersi nell’acqua nera per la sera. Prendemmo qualcosa da bere proprio di fronte all’albergo, in un bar che era in chiusura, nonostante non fosse molto tardi. Evidentemente non era la stagione giusta, quel senso di desolazione che si provava passeggiando per il residence, attraversando lo pseudo-romantico ponticello che ne permette l’ingresso, passando davanti al gabbiotto del custode sonnacchioso, stando in quel bar con le sedie alzate e la macchina del caffè spenta, doveva essere solo il fantasma di estati vivaci.

MILAZZO/4
Anche Milazzo era tutta addobbata a festa ed è ancora vivida l’immagine in me di tutto il lungomare illuminato con decorazioni natalizie, che si riflettevano sul mare. In verità, non saprei dire con certezza se davvero le luminare si specchiassero nell’acqua, ma nella mia memoria è così che le ricordo, o mi piace ricordarle. Ricordo anche un albero di Natale abbastanza grande che svettava proprio nella piazza davanti al duomo. Mi piaceva quel duomo e quella piazza – per il loro poetico rigore sembravano uscite da un film di Tim Burton. Ricordo anche un caffè letterario all’angolo della stessa piazza. Non ci entrammo, ma era bello anche da fuori, perché era caldo, con i divani e i tavolini e la gente attorno a sorseggiare o chiacchierare e le luci soffuse e tanti libri sparsi qua e là.

PALERMO
Il secondo giorno andammo a Palermo. Ci accompagnò in macchina P. Passammo per l’autostrada Messina-Palermo, finita da poco, che è tutta gallerie e senza autogrill per lunghissimi tratti. Ad un certo punto, ricordo, si passava anche una specie di “falso casello”, cioè un casello abbandonato, con le sbarre e tutto il resto, forse appartenuto alla vecchia tratta autostradale. Al primo (ed unico) autogrill ci fermammo. Io presi una spremuta d’arancia, sperando che fosse più buona visto che mi trovavo nella terra delle arance. Ma era uguale (forse poco poco più buona, ma forse è suggestione) a quella di tutti gli altri autogrill in cui ne avevo preso una.

Palermo ci accolse con una foresta di manifesti pubblicitari, tutti natalizi, con qualche divo siciliano (per lo più Nino Frassica, che casualmente avevo incontrato di persona sul traghetto dello Stretto) nella parte di Babbo Natale. Parcheggiamo vicino al Palazzo dei Normanni, in un posto che aveva poco a che fare con l’atmosfera che il palazzo dei Normanni, solo passandoci, mi aveva suggerito. C’erano i bidoni stracolmi di spazzatura e i muri delle palazzine sommersi da scrittacce da stadio. E c’era anche un parcheggiatore abusivo, che P. liquidò pagandolo.
Il palazzo dei Normanni era, invece, il ritratto del potere, con la sua opulenza sfrenata e stupenda: i cortili interni, la Cappella Palatina (una meravigliosa cappella orientaleggiante, purtroppo in restauro), la sede del Parlamento siciliano, tutto di legno intagliato, gli arazzi, le tende, le poltrone foderate di rosso.

La cattedrale, pur lontana dal palazzo dei Normanni e probabilmente di età e stile diverso, mi dette l’impressione di essere un po’ come un’appendice del primo. Anch’essa era enorme e opulenta, lunga e slanciata in mille guglie che grattavano il cielo azzurro intenso. Ciò che è straordinario della cattedrale è il primo impatto visivo, che assolutamente non t’aspetti. Te la ritrovi all’improvviso, dopo l’angolo di corso Emanuele, che è una via larga, ma non abbastanza da farti prevedere lo sterminato spiazzo, recintato da una preziosa inferriata, che è anteposto alla cattedrale. Sembra una cartolina ottocentesca, con i bambini che giocano, le mamme col carrozzino e forse delle suore, vestite di nero, a passi lenti e ritmati, ma non saprei dire se è una suggestione poetica della mia memoria o ci fossero davvero.

A pranzo mangiammo in un ristorantino nella zona delle banche (c’è una via con quattro o cinque sedi bancarie in fila, ma non so se si più chiamare city). Era piccolo e accogliente e si mangiava bene. Assaggiai le cotolette di pesce spada (non sapevo nemmeno esistessero!), ma non mi entusiasmarono.

Dopo, andammo al teatro Massimo, che, in verità, avevamo già visto dall’esterno in un giro espresso della città che avevamo fatto prima di pranzo (e che comprendeva il Politeama – chiuso per sciopero – e alcune vie del centro, tipo via Roma e altre). Solo, ci era piaciuto così tanto dall’esterno da incuriosirci per una visita all’interno. A me, in particolare, era piaciuto molto, ma forse per la suggestione che mi derivava dall’averlo già visto nell’epico finale del Padrino – Parte III. La suggestione era accentuata dal fatto, poi, che lungo le colonne del teatro si inerpicavano edere di lucine natalizie e sulla monumentale scalinata era steso un tappeto di stelle di natale.
L’interno del teatro non deluse le nostre aspettative: era assolutamente splendido e la guida, meticolosa, non mancò di illustrarci curiosità sul teatro e sulla vita della società nel tempo in cui fu costruito – in particolare, la più bizzarra riguardava la “stanza dei segreti”, dove i nobili si riunivano per parlare di politica, senza il rischio di essere ascoltati, in quanto essa era costruita in maniera tale che da un punto all’altro non si sentisse nulla.

Prima di tornare alla macchina, passammo di nuovo per il centro e ci fermammo in una pasticceria per una cassatina che era la fine del mondo.

E prima di lasciare Palermo facemmo un giro in alcune zone periferiche, alla ricerca di una selleria per A., poi passammo dalla Palazzina Cinese, che dalla guida e da voci, supponevamo esser bellissima. Ma purtroppo era chiusa e ripartimmo.

CATANIA
Questa volta non avevamo la macchina e, per andare a Catania, dovemmo prendere prima un autobus che andava da lì a Messina – e fece ritardo facendoci perdere la coincidenza – e poi da Messina a Catania – e fece ritardo facendoci arrivare praticamente per ora di pranzo, nonostante ci fossimo svegliati quasi all’alba. Ho scoperto che i trasporti in Sicilia, o almeno in quella parte della Sicilia, non sono il massimo e alla fine il mezzo più usato è sicuramente l’autobus.

Arrivati a Catania andammo direttamente a pranzo, in un ristorantino-rosticceria (“L’Etoile d’or”), dietro il duomo, consigliato dalla mia guida. Apprezzai il consiglio, perché il localino era davvero particolare, non si capiva se era un bar da porto o un lussuoso ristorante. I camerieri strillavano in continuazione e c’era un leggerissimo odore di fritto, che solleticava l’appetito. Assaggiai le penne al nero di seppia, che però non apprezzai particolarmente, un po’ perché forse non mi piaceva il nero di seppia, un po’ perché non mi piacevano le penne, eccessivamente scotte per i miei gusti. E poi un tradizionale arancino, questo letteralmente straordinario per via di un ragù polposo come non ne avevo mai mangiati.

Eravamo solo io e la mia ragazza e ci demmo subito da fare per organizzare un giro che fosse veloce, ma esaustivo rispetto al tempo che avevamo a disposizione – non molto.
La prima cosa che vedemmo fu il Giardino Bellini, che tutti mi avevano descritto straordinario, guida compresa, ma purtroppo era chiuso per “ristrutturazione”. Tuttavia, avendo il Giardino come obiettivo, fummo costretti a passare dalla via Etnea, che è il corso commerciale di Catania. Lì, in alcuni istanti, in alcuni tratti, provai la sensazione, di cui molti mi avevano parlato riguardo a Catania, di non trovarmi in Sicilia, ma in una qualunque città del Centro o del Nord. Forse non era esattamente così, il curioso rigore barocco di quella strada non consentiva una tale affermazione, ma sicuramente i nomi dei negozi ospitati erano quelli che incontravo comunemente nelle città in cui vivevo.

Proseguimmo per la Casa Museo di Bellini, e la trovammo chiusa. La guida, questa volta, ci aveva tradito, l’orario lì indicato era sbagliato.
Andammo allora alla Casa Museo Verga, ma, devo essere sincero, non riuscimmo ad entrare. Quando arrivammo nella via S. Anna, al numero 8 trovammo un portone antico, aperto. Accanto, vicino, nessuna indicazione, almeno che io ricordi. Provammo ad entrare e trovammo un cortiletto interno, con un altro portone, questa volta moderno, anch’esso aperto e poi, accanto, un citofono, con su scritto, ad una delle targhette: “Verga”, soltanto Verga. Mi venne da ridere, citofonammo ma Verga non ci rispose. E ce ne andammo, un po’ mesti per aver beccato il secondo museo chiuso.

Fortunatamente il museo Verga e il museo Bellini erano i due punti di un segmento che passava dalla bellissima piazza Mazzini, un curioso scorcio catanese, costruito come un cortiletto con i portici. Sembrava fosse congelata nell’ottocento.

Da lì, passando per una inquietante via in cui tutti i negozi erano in realtà becchini con le casse da morto in vetrina, raggiungemmo il Castello Ursino, imponente dall’esterno, un po’ inutile all’interno (è del tutto spoglio, ospitava in quel momento una mostra gratuita di allievi di Caravaggio).

Purtroppo anche il teatro Bellini era chiuso, e fu un peccato perché l’esterno e la piazza che lo precedeva preannunciavano un interno altrettanto interessante. A maggior ragione per noi che sapevamo che lì dentro ci avevano girato la famosa scena al teatro di Johnny Stecchino, pur essendo questi, nel film, spacciato per il Massimo di Palermo che, all’epoca, invece era chiuso per restauro.

Il Duomo, almeno, era aperto e molto bello. Visitandolo la mia ragazza mi raccontò della festa di Sant’Agata, patrona della città, che, credo, da quella chiesa partisse per la processione.

Arrivò l’ora di tornare. Con tutta la faccenda degli autobus e delle coincidenze, ci avremmo messo più di tre ore per arrivare a Milazzo, e alla fine ce ne mettemmo anche di più perché da Messina prendemmo l’autobus che passava, e si fermava, per tutti i paesini che ci sono fra le due città. Almeno fu curioso vedere, anche solo da un finestrino, quest’altro squarcio di Sicilia che, in ogni dove, gridava Natale.

MILAZZO/5
Tra la gita a Palermo e quella a Catania, eravamo stati fermi un po’ a Milazzo, e ci rimanemmo anche dopo, fino al giorno della mia partenza.

Anche a Milazzo facemmo i turisti, la mia ragazza mi portò su al Borgo Antico e al Castello. Quest’ultimo fu una delle visite più belle che feci in quei giorni. Il castello era estremamente grande (dentro c’era anche una chiesa) e il giro, accompagnato da una guida, durò addirittura un’ora e mezza. L’architettura del castello era estremamente affascinante. Se l’avessi visitato da bambino sarei rimasto estasiato, perché è uno di quei castelli da guerra, con tutti i trabocchetti e le trappole, oltre che un carcere, quasi del tutto distrutto, con le sbarre delle celle ancora aperte, utilizzato fino a pochi anni fa. Dalla terrazza del castello si vedeva tutta Milazzo, raffineria compresa, e le Eolie e il mare, quel giorno splendido, azzurro e luminoso come il cielo. Sembrava una giornata di prima estate, nonostante il Natale fosse alle porte.
Di ritorno, essendo in quel momento gli unici visitatori, avemmo modo di conversare amichevolmente con la guida, una simpatica donna sui quarant’anni, non originaria di Milazzo, ma profondamente innamorata di questa città, di cui ogni giorno raccontava con passione la storia a gente come noi o indomabili scolaresche e in cui era perfettamente integrata. Suo figlio, come praticamente la maggior parte dei milazzesi, lavorava in raffineria.

Anche S. lavora in raffineria. Se dovessi dire che c’è qualcosa che ricordo con maggiore piacere di quei giorni è sicuramente il tempo passato nella casa della mia ragazza, o, in generale, con la sua famiglia.
La sera ci riunivamo tutti a cena, nel salone di casa loro, noi tornati dalle gite, se ne avevamo fatte, e S. e G. tornati dal lavoro. Il loro salone mi era piaciuto un sacco dalla prima volta che ci ero stato, perché è grande e caloroso, pieno di tappeti e divani e un pianoforte a coda dell’inizio del secolo scorso e come colori dominanti il giallo e il rosso rilassanti e l’albero di Natale grande ed elegante e il balcone e le finestre che si affacciano direttamente sul porto, dove io dopo cena fumavo in totale serenità le mie sigarette guardando i traghetti (pochi, perché meno frequenti d’inverno) attraccati in attesa di partire per le isole.
Durante le cene si discorreva, fra un piatto e l’altro di pesce, di un po’ di tutto, per esempio del duro lavoro di S. e della vita in raffineria, quella città dentro la città che, nonostante tutto, mi affascinava terribilmente. A Milazzo, la raffineria la vedi da qualunque parte, con le sue mille luci, ciminiere che svettano verso il cielo, o almeno ne vedi la fiaccola, sempre accesa, che sventola in cima. Molti la ritengono uno scempio, paesaggistico e ambientale, e probabilmente lo è, però a me piace l’idea che continuamente suggerisce di un’Italia che lavora, giorno e notte, di un’infaticabile attività. Mi piace immaginare le storie dei milazzesi, di gente che vuole semplicemente arrivare a fine mese nel modo più dignitoso possibile, e che scorrono nelle strade (perché ci sono le strade e la macchine per muovercisi dentro) della raffineria.
Con S. parlavamo anche di mare e di pesca, che sono le sue passioni più grandi, di cui conosce anche i dettagli più infinitesimali. Con G. parlavamo di cinema, letteratura e pittura, visto che lei dipingeva e le sarebbe piaciuto scrivere qualcosa. Oppure si parlava di cani, i veri protagonisti della loro famiglia, perché ne combinavano una ogni due minuti. La più ricorrente era il tentativo di entrare nel salone per “partecipare” alla cena (sanno aprire le porte). Si cercava di mandarli fuori, A., che ama alla follia quei cani, protestava perché li voleva con sé, ma poi si riusciva a chiuderli, finché si andava in cucina a prendere qualcosa e loro rientravano. Li si rimproverava di nuovo, si cercava di mandarli via, ma alla fine riuscivano a fare una di quelle facce o gesti che t’inteneriscono, perché terribilmente umani, e restavano, accoccolandosi ai piedi del tavolo, sui tappeti orientali rossi, oppure ai piedi del divano se poi ci spostavamo a guardare la tv.
Quando uscivo sul balcone a fumare la sigaretta post-cena, illuminato solo dalla luce bluastra della luna e dai lampioni della strada, a volte mi giravo a guardare dentro, oltre i vetri, dove c’era il calore delle luci artificiali e dell’albero di Natale, ed era bello osservare quella famiglia vivere nella sua quotidianità, tavole sparecchiate, briciole sul tavolo, lattine di chinotto a metà, bollette conteggiate nell’unico angolo senza tovaglia oppure piccoli litigi, battibecchi, risate, dispetti d’affetto, il tutto in quel vivacissimo codice espressivo siciliano, che si avvale di un registro in più, quella di una innata, sincera, teatralità.

MESSINA/4
L’ultima sera andammo a Messina, dove, alla fine, nonostante ci fossi passato molte volte, non ci eravamo mai fermati. Non c’era molta gente in giro, se non nelle macchine o raggruppata alle fermate dei tram. Passammo dal lungomare, in cerca di una pizzeria – G. e S. si ricordavano di aver mangiato lì una volta – ma non ne trovammo. Poi parcheggiamo vicino al duomo e frugammo tra le bancarelle natalizie che avevano lì piazzato, intanto G. e S. mi illustravano i pochi palazzi sopravvissuti al terremoto d’inizio secolo scorso. Comprai, come souvenir per i miei, un piccolo presepe peruviano.
Ci spostammo di nuovo, sempre alla ricerca di una pizzeria, finché non chiedemmo ad un passante che ci consigliò di andare da “Yahd”, che io inizialmente pensavo essere il soprannome di un qualche pizzaiolo siciliano. Invece era egiziano, come dedussi dal suo ritratto sull’insegna (avrei poi visto un altro paio di sue gigantografie all’interno) e da Yahd stesso che si materializzò all’ingresso per organizzare i tavoli fra noi e altri clienti in fila. La pizzeria era piccola e affollatissima, ma gran parte del clamore lo faceva Yahd stesso con i suoi modi spicci, ma simpatici. Per esempio, gli chiesi una lemon soda e mi rispose, con accento siculo-arabo, di non rompere i “cabbasisi”, ché, con tutte le bibite che c’erano, potevo benissimo scegliere tra quelle. C’erano anche dei medici nella saletta e inveì pure contro di loro, accusandoli di essere i peggiori (evidentemente come categoria sociale), insieme agli avvocati, e questi risposero amichevolmente che, invece, i commercianti erano i peggiori. Poi scoprimmo che lui stesso era un medico veterinario. Le pizze erano buonissime e con ingredienti inusuali, in particolare creme (di carciofi, pistacchio, funghi e via dicendo).

Non mi piace pensare a quando salii sull’autobus, e a quando fumai la sigaretta sul pontile del traghetto che tornava, o alla giornata che passai compresso fra gli passeggeri.
In generale, non mi piace la fine dei viaggi, non mi è mai piaciuta, da quando ero piccolo e piangevo e costringevo i miei a fare un’ulteriore, pur breve, tappa da qualche altra parte, tanto che poi divenne un’abitudine.

Mi piace pensarmi ancora a Salina, a fare colazione con granita e brioche dalla baracchina vicino la chiesa, a guardare il mare dalla casa della mia ragazza, a sentire la sera sulla pelle, come solo su quell’isola puoi sentirla, con il cielo vicino che sembra un tetto, o a Milazzo, a girarci in macchina con S. che guidava e sentire fuori dal finestrino tutta la tranquillità di una cittadina di provincia, o a giocare con i cani nel corridoio della casa della mia ragazza, o a conversare liberamente con G. e S. e A. in quel salone dove mi sarebbe piaciuto svernare, o sul balcone a vedere i traghetti partire.

Perché c’è sempre un traghetto che parte, e ti porta via.

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