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TAORMINA MAGICA

di Uberto Tommasi
Taormina – Entriamo nel centro della città attraversando porta Messina e subito ci troviamo in Piazza Vittorio Emanuele, sul luogo dell’antica agorà, il centro civile e commerciale della polis che profughi greci, provenienti da Naxsos, fondarono nel lontano 358 a.C. dandogli il nome di Tauromenion.
Rimaniamo un po’ ad assaporare quell’aura complessa e misteriosa che caratterizza molte città italiane nate dalla stratificazione di infinite civiltà. Greci, fenici, romani, bizantini, arabi, normanni, spagnoli, sullo speciale luogo, avevano costruito teatri, terme, fontane, templi, basiliche, moschee, chiese, fortificazioni, ascoltato le tragedie di Eschilo, Sofocle, Euripide o le dissertazioni dei sofisti e più tardi udito le grida ed il cozzare delle armi dei gladiatori, ed ancora i cori solenni dei greco-ortodossi, le chiamate alla preghiera del muezzim ed infine il rumore degli zoccoli ferrati dei soldati spagnoli, muniti di alabarde, pettorali di ferro e di quegli archibugi con i quali al di là dell’oceano avevano conquistato spazi immensi, portando al loro re, oltre all’oro, frutta e legumi sconosciuti.
E gli invasori, provenienti a frotte dalle quattro parti del mondo non avevano solo costruito, ma spesso erano accompagnati da avventurieri senza pietà né legami, dediti a predare e spadroneggiare, ciascuno strappando brani della civiltà precedente.
Una piccola città Taormina e per questo facilmente afflitta nei secoli da ruberie e soprusi. Quanti grugni porcini si saranno accampati nelle sue piazze bivaccando fra i monumenti e distruggendo quanto di artistico abili artigiani avevano realizzato, convinti che la posizione geografica e le grandi mura li avrebbero protetti?
E questa stratificazione di costruzioni si può osservare camminando tra vicoli e strade, salite e discese, piazzette e terrazze fiorite, abitazioni accatastate in un disordine armonico. Il percorso richiederebbe una notevole preparazione atletica se il luogo non fosse costellato di punti di ristoro, caffè e ristorantini, pronti a sfornare quelle prelibatezze che hanno fatto della Sicilia una delle regine del mondo della ristorazione, alla faccia della cucina internazionale e delle diete che anche i più irriducibili abbandonano, davanti ad uno spaghetto allo scoglio, accompagnato da vino bianco fresco di cantina. E così continuiamo a camminare, ammaliati, mescolandoci alla moltitudine, dove affermò un poeta: “Invisibili mani rimenano sulle spianatoie dei marciapiedi la pasta dei passanti”. Ed infine il teatro di età ellenistica dalla cavea costituita da nove cunei e ricavata nella cavità naturale di un poggio. Osserviamo dalle sue gradinate, l’Etna dalla cima avvolta da nuvole, la distesa del mare e più vicino i cospicui avanzi della scena, dei locali per gli attori e gli arredi.
Infine decidiamo di raggiungere Castelmola. Il piccolo centro abitato, sorto a difesa delle spalle di Taormina, si trova a 529 metri di altezza, posizione che non aveva impedito che Dionisio la distruggesse nel 392 a.C., che venisse ricostruita nel 350 a.C. ed ancora distrutta dagli arabi nel 904 d.C.. Il panorama che si gode dal parapetto della piccola piazza è incomparabile. Ed è uno dei pochi luoghi dai quali, guardando il mare, si può osservare l’effetto della curvatura terrestre sull’orizzonte.
Surreali le chiese, costruite dagli spagnoli e dedicate a san. Giorgio e san. Nicola di Bari.
Così proiettate verso il cielo e circondate dal mare paiono manifatture chimeriche destinate ad un privilegiato colloquio con l’Onnipotente.
E’ sera quando abbandoniamo la magica piattaforma trasferendoci nuovamente nel centro di Taormina. Le luci dei lampioni conferiscono alla città un nuovo aspetto, se possibile ancor più romantico. E così ci viene spontaneo pensare a quei viaggiatori inglesi, per lo più poeti e pittori, che nell’800 riscoprirono la cittadina trasferendo le immagini della città, fissate in disegni, acquerelli e poesie, a quei turisti di elite che seguirono a breve distanza, facendo la fortuna del luogo.
E’ tardi quando usciamo dalla cittadina siciliana, si fa per dire, perché lo spirito della città difficilmente lascia chi decide di visitarla, non da banale turista, ma lo infatua, ammalia e ghermisce.

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