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VIAGGIO NEL CUORE DELL’ETNA
di Uberto Tommasi
Salendo si abbatte su di noi la scenografia tragica della muraglia di lava che fiancheggia la strada. La vista del grande cratere nero ci riporta alla memoria gli antichi armeni che, secondo la mitologia, cacciavano i draghi che dimoravano nei vulcani. La lava risparmiò il castello di Federico II
Catania – Il pulmino si destreggia rapido, nel caotico traffico della città, per raggiungere una delle vie che portano al cratere.
La strada si snoda lucente nel deserto bruno dove le lave, come scorie di fonderia, mostrano la loro schiuma biancastra, simile a cenere di sigaretta.
In alto il vulcano, onnipresente come il Fujiama nelle stampe giapponesi, fumiga appena. A destra gruppi di fichi d’India, qualche aloe, e zone coperti da vigneti, colorano una valletta.
Salendo si abbatte su di noi la scenografia tragica di una muraglia, alta alcuni metri, formata dalla lava che costeggia la strada. A sinistra scorgiamo una casa, un tempo ristorante, dai muri percorsi da grandi fenditure, come se un gigante l’avesse per un momento alzata e poi deposta a terra risparmiandola. Ancora più in alto il cielo pare abbassarsi coperto da nuvole simili al fumo del cratere. Ad un tratto, in un piccolo slargo, ci appare una bassa costruzione, dall’aspetto provvisorio, al cui interno degli scalpellini stanno realizzando dei souvenir utilizzando la pietra lavica. Veniamo accolti con simpatia e fatti accomodare nel piccolo ufficio riscaldato da una stufetta a gas. Su delle mensole sono esposte numerose sculture realizzate con il durissimo materiale. Ne acquistiamo alcune pensando come sia quasi una regola che grandi soggetti o oggetti, come i vulcani, difficilmente ispirino la creazione di grandi opere considerato che qualunque cosa gli si aggiunga non farebbe che rimpicciolirli. Esempio classico sono i dipinti di montagne che, estratti dall’ambito della baita alpina e portati in città, assumono un aspetto kitsch.
Riprendiamo l’auto e continuiamo a salire per un’ora, quindi, parcheggiato il mezzo in uno spiazzo, proseguiamo a piedi. Il freddo si fa pungente e l’altitudine ci leva il fiato. A sinistra, nella vallata, scorgiamo un gruppo di alberi dimenticato dal fuoco. Seguiamo uno stretto sentiero e lasciando il cono a sinistra raggiungiamo un poggio, una muraglia formata da una delle innumerevoli colate di lava. E qui il nostro conduttore ci spiega che il resto della scorciatoia presenta dei pericoli. Insistiamo ed il giovane, riprende il cammino scotendo la testa. Dopo un’ora e mezza di salita, arriviamo in un punto dove possiamo scorgere una parte dell’enorme invaso. L’emozione è grande. Il colore è di un nero tetro anche se, in qualche punto, distinguiamo tinte che passano dal violetto al rosso scuro.
Ci tornano alla memoria le poesie armene dove abili cacciatori sfidavano le fiamme dei crateri per rincorrere i draghi abitanti dei vulcani:
Per la nascita del dio Vahakn
Doleva la terra ed il cielo
Il mare era colore dell’albicocca
Dalle canne infiammate zufolando usciva il fuoco
Nelle fiamme correva il giovane
Aveva i capelli di fuoco
Aveva la barba di fuoco
Gli occhi erano dei soli.
Dopo le prime esclamazioni ritroviamo il silenzio, lo stesso che avevamo provato nel deserto, dove sentivamo solo il battito del nostro cuore. Poi un’improvvisa esplosione. Un lapillo sparato da un cono colpisce una parete, non lontano da noi, esplodendo. La guida ci spiega che sono le granate del vulcano. Le stesse che spesso hanno ucciso incauti. L’improvvisa esibizione di violenza ci fa meditare sulla potenza dei fenomeni naturali. Spesso la lava ha mangiato intere città cancellando case e monumenti e la stessa memoria degli abitanti, scritta sulle lapidi dei cimiteri.
Pensiamo alla paura di chi vedeva la lava circondare i villaggi, e gli sforzi per deviare, con barriere improvvisate, la massa rovente, ed immaginiamo la gente portare in processione la statua della Madonna e le reliquie dei santi, per tentare di arrestare l’emanazione infernale.
Infine decidiamo di scendere, prima che l’oscurità ci impedisca la vista del sentiero. Dopo qualche ora raggiungiamo Catania, scura nelle sue piazze e nelle case realizzate con la lava, il grande nemico che quella volta raggiunse il mare risparmiando solo il castello di Federico II°, lo “stupor mundi”.
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