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Trekking sull'Etna e dintorni

di mullirimichele Contatta l'autore

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Prefazione:

E’ la cronaca semiseria del trekking effettuato da 15 rappresentanti del Gruppo Escursionistico “I GATU’”(in dialetto bergamasco significa” i gattoni”) di Torre de’ Roveri(Bergamo) nella meravigliosa terra di Sicilia; una via di mezzo tra racconto e guida turistica.
Partendo da Pitarrone, località montana in provincia di Catania, abbiamo raggiunto, dopo tre giorni di cammino, il cratere sub terminale di nord-est dell’Etna. Natura incontaminata, paesaggi lunari, avverse condizioni climatiche e qualche acciacco fanno da sfondo a questa prima parte del nostro percorso.
La seconda parte del viaggio, più rilassante, riguarda il periplo di quasi tutte le isole dell’arcipelago delle Eolie. Cinque giorni di piacevoli camminate alternate da tonificanti bagni nelle limpide acque della costa tirrenica.
Da montanari quali siamo, tentiamo di improvvisarci marinai, ma resteremo dei mozzi… nel senso di imbranati.
Una esperienza davvero interessante che può essere vissuta da chiunque, con un po’ di spirito d’avventura e buone gambe, voglia seguire le nostre orme…buon viaggio
________________________________________________________________

1° giorno
venerdì - 27.05.2005
da BERGAMO a CATANIA

Poco prima delle ore 20,00 quindici baldanzosi rappresentanti del Gruppo Escursionistico “i Gatù” di Torre de’ Roveri(BG), stracarichi di zaini, sacche e borsoni, si ritrovano nella hall dell’aeroporto di Orio al Serio(BG) pronti per iniziare il programmato trekking di dieci giorni sulle pendici dell’Etna e nell’arcipelago delle Eolie.
La loro presenza non passa inosservata. Tutti i componenti del gruppo indossano la nuova maglietta blu su cui spicca il bianco logo di appartenenza. L’elegante indumento contrasta con gli ingombranti e rozzi bagagli, suscitando la curiosità dei presenti.
Alle ore 21,00, superati senza intoppi i controlli aeroportuali, l’aereo della “Myair” decolla alla volta di Catania. I circa 1.200 Km. vengono coperti in un’ora e 45minuti.
La variazione d’orario della partenza (originariamente prevista per le ore 18,45) ci fa rinunciare alla cena, a base di pesce, che Giorgio, il Vice Presidente della sezione alpina di Catania, aveva organizzato in nostro onore, sul tanto decantato “terrazzo del C.A.I., con vista dello storico centro barocco”
Alle ore 22,45 atterriamo all’aeroporto di Catania dove ad accoglierci troviamo lo stesso Vice Presidente con altro collaboratore il quale, sbrigati i convenevoli, ci fa caricare i numerosi ed ingombranti bagagli su due pulmini del C.A.I.
Oddio! Chiamarli pulmini mi sembra un po’ esagerato. Sarebbe più appropriato parlare di vecchi trabiccoli tenuti insieme dalle insegne del C.A.I. appiccicate sulle fiancate.
Per non parlare poi delle numerose cassette piene di frutta e verdura accatastate nella parte posteriore dell’abitacolo così da far sembrare il veicolo più adatto alle attività di ambulante che al trasporto di persone.
Comunque, dopo aver fatto un breve giro della città, raggiungiamo l’albergo “villa Mater Santità”, sita in via Bottega, zona periferica della città.
Il tempo di sistemarci e via alla disperata ricerca di una pizzeria.
Troviamo aperto il ristorante “Al popolo del mare” a poca distanza dall’albergo. E’ un locale senza pretese ma, considerata l’ora, ci accontentiamo del frugale pasto che il proprietario ci propina con i probabili rimasugli della giornata.
Concludiamo il pasto degustando la mitica “malvasia” siciliana… buona! Che dico buona… ottima se bevuta a fine pasto. Sostituisce degnamente l’amaro o il caffè ma per sopperire al braccino corto del proprietario ed ai minuscoli bicchierini utilizzati per lo scopo si consiglia, per esperienza diretta, fare il bis… il ter… il quater…
L’allegro rientro in albergo è notato da un “primate siculo”(leggi: sclerotica persona anziana spiccatamente avversa verso i propri simili, con particolare indisposizione per il padanico invasore, affetto da nordica idiosincrasia aggravata da patologici problemi d’insonnia e mania di persecuzione) che, a modo suo, ci dà la buona notte, assimilandoci ai “barbari”.
Non ho capito se era rivolto a me, come originario della “Barbagia”, o agli altri, come discendenti dei Longobardi.

2° giorno
sabato - 28.05.2005
da CATANIA al rifugio MALETT0

Sono circa le 07,00 quando, riposati e pimpanti, ci ritroviamo al piano terra dell’albergo per la colazione.
Il “primate siculo” ci saluta ricordandoci, ancora una volta, le nostre “barbare” origini.
L’insistenza rafforza l’amletico dubbio: Barbagia o Longobardi? Mah! Rimarrà un mistero.
Facciamo conoscenza con la guida Orazio, singolare e simpatico personaggio che ci scorazzerà per il parco dell’Etna fino alla bocca del cratere sub-terminale di nord-est.
Si dimostra subito un eccellente conoscitore del territorio.
Le sue logorroiche descrizioni, in marcata flessione siciliana, sono in sintonia con l’aspro e stupendo paesaggio naturalistico.
Sono esattamente le ore 08,05 quando, a bordo dei soliti sgangherati pulmini, stracolmi di zaini, pentole, tegami, bottiglie, pomodori, aranci e merce varia, partiamo alla volta della località denominata “caserma Pitarrone”, punto di partenza del nostro trekking.
I “fortunati” che si sono trovati nel pulmino guidato da Orazio, sono stati subito sommersi dalla valanga di informazioni sulla “sua” meravigliosa Sicilia.
L’orgoglio di essere siculo traspare da tutti i pori ed i racconti, da prima pacati e variegati, acquistano sempre maggior calore ed entusiasmo man mano che ci avviciniamo al vulcano tanto che, all’apice dell’eccitamento pronuncia, con aria solenne, la fatidica frase: “Vi presento l’Etna con la stessa passione e lo stesso ardore di un amante che presenta la sua donna”.Mah!
L’arrivo alla località “caserma Pitarrone”(1481) mette fine alla ciarliera tiritera di Orazio.
Gli zaini, già strapieni, sono ulteriormente stipati da bevande e provviste alimentari (saranno il nostro sostentamento per due giorni) e così, sovraccaricati all’inverosimile, iniziamo la nostra marcia. Sono esattamente le 10,45.
Il sentiero è agevole ma costantemente in salita. Raggiungiamo la grotta delle Palombe, la grotta delle Femmine e finalmente la grotta dei Lamponi (1762) dove ci concediamo una piccola sosta.
Tra salite e discese arriviamo al rifugio di Monte Santa Maria (1632), svoltiamo al bivio per il rifugio Saleni (1493), superiamo la colata del 1981, oltrepassiamo la casermetta di Monte Spagnolo (1440) e dopo aver sfilato per un lungo tratto davanti a secolari faggi, betulle e pini larici arriviamo al bivacco di Monte Maletto (1547).
La nostra prima tappa si conclude dopo circa otto ore di marcia.
A causa dell’eccessivo carico e del lungo percorso (e forse anche per l’età), alcuni accusano dolori alla schiena, alle ginocchia, ai piedi e in varie parti del corpo. Brutto segnale e siamo solo all’inizio.
E’ qui che scopriamo le proprietà psico-terapeutiche di Giovanni. Il nostro inaspettato “guru”, con la calma e la serenità di un affermato pranoterapista, dopo aver tranquillizzato il paziente, riesce a lenire il dolore con la sola imposizione delle mani.
Fluido benefico?… Mah!
Suggestione? … Forse!
Di fatto, visti i risultati positivi, oltretutto a costo zero, le richieste d’intervento aumentano con il progredire dei chilometri tanto che alcune “sedute” devono essere praticate in piedi o durante la marcia. Considerate le nostre condizioni generali, non si può sperare di meglio.
Il bivacco, costituito da due fatiscenti locali privi di luce ed acqua, è collocato in mezzo ad un rigoglioso bosco.
Il primo locale, quello più spazioso, è già occupato da altri escursionisti; non ci rimane che l’altro, freddo, sporco e ingombro di ramaglie.
Ciò, ovviamente, non scoraggia gli escursionisti che, oltre alle gambe (sigh!) hanno, all’occorrenza, anche buone braccia e spirito di adattamento.
ll tempo di raccogliere la legna, accendere il fuoco nel camino, pulire il pavimento, sistemare gli zaini ed i circa 20 mq. della stanza vengono trasformati in un idoneo locale multiuso adibito a “dispensa-cucina-mensa-salotto-camera da letto ”.
Ultimate le operazioni logistiche iniziano quelle personali. Le “più” personali vengono sbrigate in mezzo al bosco, le altre nell’area comune.
L’ambiente, affollato, crea inizialmente qualche problema di circolazione:
- gli infreddoliti cercano il giusto calore davanti al caminetto occupato da scarponi impolverati, calzini bagnati ed indumenti inzuppati di sudore;
- i più stremati girano alla disperata ricerca di un tranquillo e caldo angolino dove collocare il proprio giaciglio;
- gli affamati danno un aiuto a Orazio con la speranza di anticipare l’orario della cena,
… e tutto nel ridotto ed angusto spazio della “multisala”.
La stanza è presto invasa da svariati aromi più o meno esotici.
Tra tutti emerge l’odore della salsiccia che sfrigola sul fuoco del caminetto e quello di un indefinito minestrone liofilizzato che sta bollendo nella pentola posta in equilibrio sui sassi in un angolo della stanza.
Gli unici arredi sono costituiti da uno sbilenco ceppo posto davanti al caminetto, da alcuni grossi sassi utilizzati come sedili e da un malconcio tavolino stracolmo di scatole, bottiglie e scorte alimentari.
La mancanza di un piano d’appoggio costringe ad acrobatiche esibizioni d’equilibrio. Non è semplice, infatti, riuscire a tenere con una mano il piatto di plastica contenente il minestrone bollente e con l’altra il bicchiere di vino mentre, con il panino tra i denti, cerchi di sederti nell’unico spazio della pavimentazione rimasto libero.
Più semplice la manovra per procurarsi la salsiccia. Una volta accaparrata, viene bloccata tra due minuscoli pezzi di pane (razionato) e subito addentato per evitare eventuali cadute dello sgusciante e prezioso insaccato.
La serata finisce davanti al grande falò che Bruno, Pierangelo ed i gemelli Beppe e Vanni, fuochisti del gruppo, hanno acceso davanti all’ingresso del bivacco. Orazio accentra l’attenzione del gruppo raccontando, tra una sigaretta e l’altra scroccata a Pierangelo, storie di mafia, di corruzione, di politica ed altre curiosità della “sua” Sicilia.
L’umidità della notte e la stanchezza suggeriscono di rintanarci presto nel proprio giaciglio.
Lo spazio della “multisala” però, non è sufficiente per contenere tutti i sacchi a pelo. Cerchiamo di stringerci, di cambiare posizione, di eliminare gli zaini: nulla da fare, rimangono fuori sempre tre\quattro posti-letto.
La situazione si sblocca solamente quando i quattro “fuochisti” decidono, dopo aver valutato l’ipotesi di chiedere ospitalità agli occupanti del primo locale, di dormire all’aperto.Volevamo un trekking “spartano”…. eccoci accontentati. Buonanotte!

3° giorno
domenica - 29.05.2005
dal rifugio MALETTO al rifugio SAPIENZA

Sono circa le sette del mattino quando i più pigroni, disturbati dai soliti rompipalle mattutini, sgusciano fuori dal bozzolo e, attirati dal profumo del caffè preparato da Bruno e Pierangelo, si spingono fino all’esterno del bivacco.
La giornata grigia e nuvolosa stempera l’entusiasmo di iniziare il nostro secondo giorno di trekking.
Alle otto precise lasciamo il bivacco e, zaino in spalla, riprendiamo l’itinerario che ci porterà al rifugio Sapienza.
Dopo circa un’ora il sentiero è interrotto dalla colata lavica del 1975.
E’ veramente impressionante vedere quest’immenso ammasso disordinato di rocce effusive nere che, invadendo le parti più declive dei rilievi montuosi ha sommerso, nel suo travolgente avanzare, intere zone boschive.
L’attraversiamo con ponderatezza e rispetto. Ci si sente piccoli davanti a tanta irruenza della natura.
Riprendiamo la pista che conduce al bivio per Monte Scavo. Saliamo nuovamente in quota raggiungendo le grotte del Monte Nunziata (1803); ci spingiamo fino al bivacco Monte Palestra (2020), scendiamo gradatamente verso il rifugio Galvarina (1878) per poi arrivare al rifugio della forestale (1740) in prossimità del monte Denza.
Di tanto in tanto la nefasta nuvola fantozziana che ci perseguita da questa mattina, rinfresca il gruppo con sgraditi rovesci.
Sono circa le ore 15,00 quando, stanchi e affamati, arriviamo al “Grande Albergo del Parco” (1736) dove Giorgio ha allestito, in parte alla strada, una specie di area di ristoro.
Non è il massimo della sistemazione ma nemmeno il momento di fare gli schizzinosi visto che le condizioni atmosferiche sembrano peggiorare.
Consumiamo, a tempo di record, il frugale pasto a base di pomodori, tonno e formaggio e poi via verso la meta finale.
Come previsto il tempo peggiora: lampi e tuoni preannunciano l’arrivo di un violento temporale. Il provvidenziale arrivo del pulmino del CAI, anticipa lo scroscio di una violenta grandinata che sta per abbattersi proprio su di noi.
Tutti ne approfittano tranne Michele, Pierangelo e Bruno che, con stoica
caparbietà, (forse solo più masochisti) affrontano il nubifragio.
Arriveranno al rifugio Sapienza verso le ore 17,00, infreddoliti e completamente infradiciati ma strafelici di aver raggiunto la meta alla “gattonesca” maniera.
L’albergo è decisamente confortevole ed accogliente. E’ proprio quello che ci vuole per smaltire la stanchezza e gli acciacchi della lunga camminata.
Finalmente possiamo scrollarci dal groppone il pesantissimo zaino. Non ci sembra vero di muoverci senza quell’ingombrante e pesante appendice che per tre giorni è rimasto aggrappato alla schiena. Sembra di rinascere!
Ma il momento più bello è quando, finalmente, riusciamo a “liberare” i piedi…
- Ahhh…che sollievo, togliersi i fastidiosi calzini, fradici e incrostati di polvere che sembrano essersi fusi con la pelle;
- Uhhh ...che goduria, massaggiarsi i piedi, ormai contratti e della stessa forma dello scarpone;…. le voluttuose espressione goderecce sono d’obbligo perché ti accorgi, quasi con orgoglio, che i tuoi “eroici” piedini, nonostante i rigonfiamenti, le vesciche ed indolenzimenti vari, sono in grado di continuare il viaggio …e di chilometri da macinare c’è ne sono ancora tanti.
Verso le ore 19,00 ci ritroviamo nella hall dell’albergo per il previsto documentario sulle attività eruttive del vulcano.
Subito dopo, la cena in compagnia di Giorgio e della guida Orazio. Quest’ultimo sembra accusare la stanchezza. Le sue discussioni sono meno logorroiche ed il sui incedere più claudicante.Scopriamo che le sigarette da lui fumate sono marca “scrocus” introvabili nelle tabaccheria ma solamente presso “distributori” privati. Chiedere conferma a Pierangelo ed Anna, suoi fornitori ufficiali!
Il discreto pasto serale si conclude con il “fuoco di Sicilia”. Specie di grappa locale, di colore rosso-vermiglio, che viene servita alla fiamma: molto coreografica ma meglio la grappa nostrana.
Poco dopo la mezzanotte tutti a nanna. Domani il programma prevede una bella sgambata fino al cratere sub-terminale di nord-est (3.330). Buona notte!

4° giorno
lunedì - 30.05.2005
dal rifugio SAPIENZA al rifugio SAPIENZA

Si profila una giornata uggiosa e le nuvole basse e nere non fanno sperare al meglio. Se ne rendono subito conto i cinque strani figuri che, verso le sette di mattina, intabarrati e con i visi ancora assonnati, s‘inerpicano lungo il sentiero
che sale verso i crateri summitali .
Si tratta di Giovanni, Pierangelo, Bruno e dei soliti “gemelli” che, rifiutando la comoda funivia, hanno deciso di raggiungere a piedi il “Piccolo Rifugio”(2.504), prima tappa del trekking odierno.
Verso le otto il resto della comitiva si ritrova al bar sottostante il rifugio per una energetica colazione e per definire gli ultimi dettagli del percorso.
Nel frattempo arriva anche Giorgio con le solite derrate alimentari: acqua, pane, salami, pomodori e arance.
Lungo il percorso non è possibile fare rifornimento, perciò raccomanda di portare almeno quattro litri d’acqua a testa. La mancanza d’acqua lungo il faticoso e desolato percorso potrebbe crearci qualche problema… sarà, ma guardando le nuvolaglie che si addensano sempre più sulle nostre teste, ci viene da pensare che il vero problema sarà l’opposto.
Poco dopo le nove, approfittando del servizio offerto dal progresso, partiamo con la funivia alla volta del “Piccolo Rifugio” dove i Gatù veri ci stanno aspettando. Il peso dello zaino è accettabile: portiamo appresso solo l’indispensabile per la giornata.
Riunita la compagnia si parte… con la benedizione del cielo; infatti una grondante benedizione, caratterizzata da un improvviso scroscio di pioggia, ci investe proprio all’inizio della nostra scarpinata.
Il tempo di equipaggiarsi alla bisogna e via di nuovo in cammino.
Con le mantelle indossate sembriamo un disordinato branco di dromedari colorati dispersi nella nebbia.La visione davanti a noi è irreale.
Alture, spianate, sentieri, nevai tutto è di un monocromatico colore nero. Persino il cielo è di un offuscato colore grigio scuro. Il panorama dantesco è completato dall’acre odore di zolfo che fuoriesce dalle fenditure del terreno e dalla nebbia che, a folate, arriva dalla valle.
Sembra di trovarci nel girone dei dannati…e come tanti dannati che procedono a fatica appariamo, probabilmente, alla vista di quei turisti che, a bordo di speciali fuoristrada, salgono comodamente fino alla “Torre del Filosofo”.
Il percorso diventa sempre più impervio e ripido, mentre le condizioni atmosferiche tendono a peggiorare.
Il largo sentiero, serpeggiando tra infinte alture, ci porta in prossimità della “Bocca superiore del 1792” dove, attraversato il “Piano del lago”, raggiungiamo la località “I Montarelli”(2.718).
Qualcuno zoppica, altri arrancano e Orazio, per camuffare la spossatezza, improvvisa una lezione sui fenomeni eruttivi del vulcano. In un altro momento sarebbe stato interessante ma adesso ci preme solo di arrivare in cima al cratere prima che le pessime condizioni climatiche ce lo impediscano. Si riprende la marcia di avvicinamento.
Accorciamo il percorso inoltrandoci per una desolata e scura vallata sabbiosa che ci porta fino al rifugio “Torre del Filosofo”(2.919).
Il nostro arrivo al rifugio, coincide con una tregua delle condizioni atmosferiche.
Finalmente abbiamo la possibilità di spaziare con lo sguardo: da una parte il cratere fumante della “Torre del Filosofo”, meta obbligata per tutti i “normali”turisti, dall’altra l’imponente sagoma del “Cratere Centrale” che con i suoi 3.247 mtr. sovrasta ogni cosa.
La nebbia, che per il momento ristagna nella vallata, da al paesaggio un’atmosfera fiabesca. Ripartiamo quasi subito. Ci aspetta la parte più faticosa e scoscesa del trekking. Seguendo l’andatura leggermente claudicante di Orazio, ci inerpichiamo sulle ripide alture di sabbia nera e rocce che costeggiano il “Cratere Centrale”.
Il cattivo tempo, che da questa mattina ci perseguita, peggiora ulteriormente.
Nuvole nere e basse si mescolano alla fitta nebbia che il vento gelido spinge dalla valle cancellando ogni punto di riferimento.
Procediamo quasi in fila indiana guidati da Orazio che, a dire il vero, non ci appare tanto sicuro. L’andatura, resa più lenta dal terreno arenoso e dalla pioggia, non piace ai “gemelli” i quali, fidandosi del loro senso di orientamento e delle loro capacità alpine, si mettono in testa alla comitiva.
In coda, una coppia di tedeschi che, senza dire nulla, si è aggregata sperando di arrivare alla meta… lo speriamo anche noi!
La briosa voglia di sollecitare l’andatura viene subito smorzata da una violenta grandinata che ci costringerà a rallentare nuovamente.
A quota 3.314 mtr. raggiungiamo un ampio nevaio. Lo attraversiamo seguendo un vecchio camminamento che porta lungo la ripida fiancata di una montagna. Lo scosceso dislivello e la fitta nebbia sembrano mettere in difficoltà Orazio. Ne approfittano i “gemelli” che, inerpicandosi lungo un improvvisato sentiero, riprendono la guida della comitiva.La marcia, particolarmente difficoltosa a causa del continuo cedimento dello stretto percorso sabbioso, è resa più critica da una seconda grandinata.
Questa volta è un vero e proprio nubifragio e non poteva capitare in un momento peggiore! Da sotto i nostri cappucci assistiamo alla cromatica metamorfosi del territorio: da ottenebrata zona lunare a innevato paesaggio alpino. “Otto”, il nostro cameraman, nonostante le difficoltà oggettive del momento, è impegnato ad immortalare, con la telecamera, uno dei momenti più suggestivi del nostro trekking.
La tempesta si placa e noi procediamo più spediti: ormai manca poco alla meta. L’Alby cerca di galvanizzare il gruppo urlando il moto atalantino “crediAmoci” (marcando la lettera “A”, proprio come allo stadio per sottolineare la voglia di tornare nella massima serie del campionato) …ognuno, a suo modo, contribuisce allo scopo.
Sono da poco passate le 13,45 quando, finalmente, raggiungiamo la “bocca sub-terminale di nord\est” (3.330)
Si sperava in una gratificante visione a 360 gradi o almeno in una appagante sbirciatina all’interno del cratere ed invece niente! … non è stato possibile fare assolutamente niente, nemmeno una foto ricordo a causa della fitta nebbia e delle dense nubi che, quasi a dispetto, in quel momento si sono concentrate in cima al vulcano.
Dopo tanti preparativi e ripetuti cambiamenti logistici neanche la soddisfazione di immortalare il momento più importante del nostro tanto sospirato trekking…che sconforto!
L’ostinazione di alcuni che, nonostante il reale pericolo, vogliono “calcare” il bordo del cratere si contrappone al più pacato suggerimento di altri che consigliano di aspettare il diradarsi della nebbia.
Orazio, preoccupato per le condizioni climatiche, vorrebbe scendere immediatamente ma nessuno, per il momento, lo ascolta e come tanti evanescenti fantasmi offuscati dalla nebbia e dai vapori, continuiamo a girare tra gli spuntoni di rocce sperando in una miracolosa schiarita.Temporeggiamo per una ventina di minuti poi, infreddoliti e delusi, decidiamo di scendere.
Ci accodiamo alla sfumata e malferma sagoma di Orazio che, intrapreso il percorso a ritroso, sta dileguandosi nella nebbia. La discesa è decisamente più facile e veloce ed in poco tempo raggiungiamo il nevaio.
Prima di attraversarlo, diamo un ultimo sguardo al cratere ancora coperto di nuvole e poi giù fino alla “Torre del Filosofo”.
Qui ci confondiamo con i “normali” turisti (quasi tutti stranieri) che, trasportati in quota a bordo di speciali pulmini, si aggirano numerosi tra i ruderi del rifugio e lungo il bordo del cratere omonimo.
La stanchezza e l’orario consigliano di trovare, al più presto, un tranquillo angolino dove poter riprender fiato e consumare il frugale desinare preparatoci dall’organizzazione C.A.I.
Lo troviamo proprio di fronte al vulcano, tra i ruderi del rifugio e un avallamento di rocce laviche lasciate dall’ultima eruzione. La sistemazione è perfetta: siamo riparati dal vento, gli invadenti gitanti ci stanno alla larga e, soprattutto, abbiamo il sole in fronte. Possiamo dare inizio alla frugale libagione. Verso le 16,00 rifocillati e riposati, riprendiamo la pista che ci riporterà al rifugio Sapienza.
Con cronometrica precisione, la ripresa della marcia coincide con il riapparire delle avverse condizioni climatiche: il cielo riprende il suo opprimente grigiore e fitti banchi di nebbia, spinti da gelide raffiche di vento, ci creano nuovamente qualche problema di orientamento.
Poco prima di raggiungere il “Piccolo rifugio”arriverà anche la pioggia…. e così, anche per questa volta, non ci siamo fatti mancare nulla! Il persistere del maltempo ci costringe ad una imprevista sosta al rifugio. Le bevande calde ritemprano gli “etnei” avventurieri e mettono di buon umore la comitiva.
Facendo una rapida valutazione delle condizioni fisiche del gruppo sembra che le donne, almeno dal vociare, siano quelle meno provate dalla fatica, al contrario degli uomini che appaiono più silenziosi e abbacchiati. Orazio, poi, è addirittura depresso; se ne sta tutto solo in disparte fumando l’ennesima sigaretta scroccata. Cerchiano di sostenerlo offrendogli un te caldo, qualche pasticcino e…mettendogli a disposizione i nostri telefonini. Il suo cellulare, vedi caso, è scarico ma con i nostri non bada a spese. A conclusione delle ripetute telefonate ci comunica che non sta bene e vuole scendere a valle approfittando degli ultimi pulmini disponibili. Attraverso i vetri sgocciolanti e appannati delle finestre vediamo la sua sagoma piegata e zoppicante sgattaiolare all’interno dell’automezzo.
Verso le cinque, a causa dell’orario di chiusura, dobbiamo lasciare il comodo riparo e riprendere la marcia nonostante il persistere del maltempo.
Fortunatamente, man mano che si scende, le condizioni atmosferiche sembrano migliorare. Il sole finalmente riesce a far capolino da dietro le nuvole, dando all’umido paesaggio una panorama meno desolato.
La scarpinata, a questo punto, diventa una passeggiata di tutto relax anche se le ginocchia, a causa del ripido e costante pendio, incominciano a “crocchiare”.
Sono circa le diciotto quando lo scomposto corteo dei cammelli colorati fa il suo ingresso al “Sapienza”. E’ la conclusione della parte “vera” del trekking.
Senza preamboli ci si fionda nella propria camera dove ci aspetta una doccia tonificante ed un comodo letto per distendere le nostre acciaccate membra.
Verso le venti, attirati da un irresistibile profumo, ci ritroviamo tutti al ristorante dove Giorgio e Orazio ci aspettano per la cena.
Questa volta la scarpinata la facciamo intorno all’ampio tavolo del buffet posto al centro del salone su cui fanno bella mostra tegami di maccheroni, teglie di pasta al forno, casseruole di carne al sugo e stoviglie varie contenente insalata, frutta e dolci. Dopo i primi timidi passaggi di ricognizione, con finta noncuranza, diamo inizio alla grande abbuffata. Tra una assalto e l’altro la serata scorre in modo piacevole allietata da una discreto vino rosso che contribuisce a dare il giusto “spirito” alla comitiva.
Il brindisi di fine cena è un pretesto per salutare Orazio, giunto a termine del suo mandato di guida e ringraziare Giorgio per il supporto logistico. Il saluto ufficiale con quest’ultimo sarà tra cinque giorni sull’ormai famoso terrazzo, “con vista del barocco”, della sezione C.A.I. di Catania.
E’ quasi l’una di notte quando gli ultimi ritardatari decidono di rintanarsi nelle proprie camere.
Domani il programma prevede il trasferimento dal rifugio Sapienza al porto di Milazzo, dove ci imbarcheremo per l’isola di Lipari.

5° giorno
martedì - 31.05.2005
dal rifugio SAPIENZA a LIPARI

Verso le 08,30 ci riuniamo davanti il rifugio Sapienza pronti per caricare sugli sconquassati pulmini, già ingombri di prodotti alimentari e cianfrusaglie varie, i nostri voluminosi zaini.
Un ultimo sguardo all’imponente profilo dell’Etna, ancora incappucciato dalle solite nuvolaglie e poi via alla volta di Milazzo.
La strada è scorrevole e in poco tempo raggiungiamo Acireale dove, imboccata l’autostrada risaliamo verso nord, in direzione di Messina. La bella giornata e l’andatura tranquilla ci permettono di ammirare il territorio costiero.
Facciamo una breve sosta in un punto panoramico dal quale è possibile avere l’intera visione dello Stretto di Messina.La domanda nasce spontanea: il ponte “s’ha da fa’ o no?” …s’ha da fa’… s’ha da fa’… ‘sto ponte s’ha da fa’… parola di Giorgio. A nulla valgono le nostre obiezioni sull’impatto ambientale e quant’altro ... ‘sto ponte s’ha da fa’ e basta!!!
Arriviamo al porto di Milazzo verso le dodici.
Per non essere trascinati nella generale confusione cerchiamo di raggrupparci sotto la pensilina del molo di attracco, delimitando la “nostra zona” con gli ingombranti zaini.
Dal molo si intravede la lontana linea costiera dell’isola di Lipari che, secondo le nostre valutazioni, dovremmo raggiungere dopo circa un’ora di navigazione.
Nell’avvicinarci, ci rendiamo conto della maestosità dell’isola: con i suoi 37,6 Kmq. è la più grande dell’arcipelago.
Durante la navigazione, si contatta Bartolo, l’affittacamere. Con lui abbiamo avuto solo scambi telefonici quindi, per facilitare riconoscimento, consigliamo di preparare al nostro arrivo un bel cartellone con scritto un vistoso “ GATU’”. L’interlocutore, con spiccata inflessione siciliana, risponde che non ci sono problemi, ci sta’ già aspettando sulla banchina.
Mentre la nave attracca cerchiamo di localizzare il nostro cartellone. “Otto”, in posizione strategica, è pronto, con la sua inseparabile videocamera, ad immortalare la scritta. Sarebbe simpatico riprendere il cartellone con la dicitura “GATU’ ” che svetta tra una marea di gente. Ma del cartellone nemmeno l’ombra.
Scendiamo con la speranza di immortalare almeno un decente cartello: nulla!
Impacciati dagli zaini giriamo tra la folla alla ricerca di almeno uno straccio di cartellino che identifichi il nostro uomo. Niente, non c’è nessun segnale. Finalmente un curioso figuro, con borsino a tracolla e pantaloni alla “zompa fosso”, mostrando uno sgualcito e microscopico taccuino dove si legge un indecifrabile “gattu“ (con due “t” e senza accento) scritto a caratteri infantili, si presenta sorridendo dicendo: sono Bartolo.Bartolo è un tipo allegro, pronto al sorriso e alle battute, ma questo suo modo apparentemente sbarazzino nasconde uno spiccato senso degli affari. Lo constateremo in questi cinque giorni di permanenza nell’isola.
Con i nostri inseparabili zaini ci dirigiamo verso le abitazioni a noi destinate che per fortuna si trovano raggruppate in un vicoletto non lontano dal porto.
Ci accompagna il figlio di Bartolo, credo che si chiami Mirco, tipo taciturno e scostante, che guardandoti alla “picciotta” maniera sembra dire: “che mmminchia sei venuto a fare qui, brutto fetuso!”
Giunti a destinazione ci organizziamo per l’assegnazione delle abitazioni. Siamo incappati bene: gli alloggi, sufficientemente ariosi e puliti, si affacciano in uno stretto e caratteristico vicoletto. A dire il vero, più che vicoletto sembra un angusto corridoio condominiale ingombro di vasi di fiori e cianfrusaglie varie nel quale la distanza tra le due pareti è talmente irrisoria che per far visita al dirimpettaio è sufficiente affacciarsi al balcone.
Nel primo pomeriggio ci sguinzagliamo per il paese alla ricerca di ristoranti economici, di informazioni per le escursione alle altre isole e quant’altro di utile per la nostra breve permanenza a Lipari.
Le indicazioni acquisite non soddisfano le esigenze di tutti. Sarà Bartolo,con il suo immancabile taccuino, a risolverci i problemi contattando il proprio (e credo vasto) parentado. Un rapido giro di telefonate e, voilà, la soluzione:
- un suo cugino, nostromo della marina mercantile, è disposto a traghettarci nelle varie isole dell’arcipelago;
- un altro parente, ristoratore, ci tratterebbe con un occhio di riguardo sui menù a base di pesce;
- altro familiare ci organizzerebbe delle interessanti escursioni sullo Stromboli.
Ovviamente i costi, grazie all’intercessione del parente, dovrebbero essere congrui e le prestazioni eccellenti.
Così, nell’immediato, sembra tutto risolto ma l’atavica diffidenza di noi montanari consiglia di valutare una cosa per volta: incominciamo con il ristorante.
“Sottomonastero”, così si chiama il locale consigliato da Bartolo posto lungo il corso Vittorio Emanuele, a poca distanza dal porto. Il proprietario, già informato del nostro arrivo, ha predisposto la tavolata in un angolo tranquillo, all’esterno del ristorante.
Facendo una valutazione, “qualità-prezzo-servizio”, il giudizio è unanimemente positivo, a parte il vino che ci sembra un po’ scadente.
Si potrebbe soprassedere ma l’abbeveraggio, si sa’, è di vitale importanza specie per i montanari… senza il “carburante” giusto non si va lontani e siccome di strada noi ne dobbiamo fare parecchia e bene che il proprietario cambi miscela.
E così è stato. Nelle successive cene ci riserverà un vinello D.O.C. di tutto rispetto. La prima prova è superata. La seconda, è prevista per il giorno successivo quando il cugino-nocchiero ci traghetterà all’isola di Vulcano.

6° giorno
mercoledì – 01.06.2005
da LIPARI a VULCANO

L’appuntamento è per le 8,30 sul molo “Marina corta” di fronte alla chiesa dedicata alle Anime del purgatorio.
Il cugino è già lì che ci aspetta con il suo “Gozzo” di 12 metri: un barcone entrobordo in legno, con la tolda completamente scoperta e la cambusa in sottocoperta.
E’ il tipico “lupo di mare”: pelle scura, viso solcato da numerose rughe e fisico atletico nonostante la non più giovane età. Ci accoglie nella sua barca con il classico sorriso di circostanza riservato ai turisti. Uno sforzo maggiore lo riserva per le donne: è proprio vero che il lupo, anche se di mare, non perde mai il vizio.
Dalla nostra maldestra salita a bordo capisce subito che siamo una ciurma poco affidabile. Da buon nostromo distribuisce l’improvvisato equipaggio a prua, a poppa e sui bordi delle paratie. In questo modo la barca è sufficientemente bilanciata: non saremo bravi marinai ma come zavorra…
Possiamo sganciare la trappa e mollare gli ormeggi, si salpa. Il nocchiero, barcamenandosi tra gli altri natanti, esce lentamente dal porto virando, contrariamente alle nostre aspettativa, a babordo anziché a dritta.
Di sua iniziativa ci vuole far cabotare l’isola di Pantelleria prima di approdare a Vulcano. Abbiamo modo così di ammirare dal mare, nonostante la giornata uggiosa, la roccaforte dell’antica cittadella, la baia di Marina Lunga, il promontorio “Monterosa”, il lungo litorale di “Cannetto”, le cave di pomice di “Porticello”, lo sperone di “punta Castagna”e tutta la fascia costiera di Nord-Ovest fino ad arrivare a “Pietra del Bagno” dove viriamo a dritta in direzione di Vulcano, isola che, con i suoi 21 Kmq. è tra le più grandi dell’arcipelago. Superato il breve tratto di mare aperto, raggiungiamo l’isola attraccando al porto di Levante.
Lo sbarco non è proprio da bucanieri, ma stiamo migliorando.
Una volta approdati, il comandante ci lascia con l’intesa di tornare a riprenderci verso le 17,00 al porto di Ponente. Noi prendiamo la direzione sud, verso il centro dell’isola, dove dovremmo trovare il sentiero che porta al “Grande Cratere”.
Le indicazioni poco chiare degli autoctoni ci fanno deviare il percorso, ma alla fine imbrocchiamo il sentiero giusto. All’inizio è un comodo tracciato in terra battuta che si addentra in una spettacolare distesa di erica fiorita poi l’inevitabile salita che porta in cima ai rilievi vulcanici.
Ad un certo punto la sorpresa: il sentiero è sbarrato. Un omino, affacciandosi dall’interno di un baracchino ci dice, con fare sornione, che se vogliamo continuare bisogna pagare. Che fare? A questo punto, è ovvio, paghiamo anche se ci sembra una furberia quella di imporre il pedaggio a metà percorso. Riprendiamo la marcia brontolando contro i soliti approfittatori ma alla fine ci rendiamo conto che il contesto paesaggistico vale molto di più dei due Euro richiesti. Ci vuole ancora un’oretta di cammino prima che il ripido sentiero, intagliato sul fianco di una montagna lavica, ci porti in quota: finalmente, siamo alla presenza del “Grande Cratere”.
Questa volta non solo sbirciamo all’interno ma compiamo l’intero percorso sul crinale del cratere incuranti delle intense folate di fumo e dell’acre odore di zolfo che a tratti toglie il respiro. Da quassù si gode uno scenario unico.
Abbiamo l’intera visione di quasi tutta isola. Riusciamo a scorgere, nonostante la giornata poco limpida, le lontane coste di Lipari, quelle di Salina e finanche la parte apicale dello Stromboli e dell’Etna. Spettacolare! Il paesaggio meriterebbe una sosta più lunga ma l’isola offre altre imperdibili attrazioni come, ad esempio, la zona della baia di Levante interessata da manifestazioni fumaroliche.
Sono quasi le tredici quando arriviamo nella zona termale. La curiosità è tutta per quell’unica e maleodorante pozza di fango posta in un avallamento recintato a pochi metri dal mare dove sguazzano allegramente diversi turisti.
A guardarli, non si può fare a meno di assimilarli a quei bei porcelloni rosati che, emettendo grugniti di soddisfazione, si crogiolano beatamente nella melma.
La visione poco idilliaca ha scomposto il gruppo. La maggioranza preferisce sollazzarsi nelle fresche acque del mare gli altri, spinti dalla curiosità, si immergono nella calda e puzzolente fanghiglia. Per diretta esperienza posso confermare l’immediata sensazione di benessere ed il piacevole effetto del massaggio naturale prodotto da una miriade di calde bollicine provenienti dal sottosuolo.Davvero una soddisfacente e rilassante abluzione, tant’è che i previsti 20 minuti consigliati dalla direzione sono slittati abbondantemente oltre gli 80.
Provare per credere! La godereccia esperienza è completata con il “risciacquo” nelle attigue sorgenti termali marine.
Così, tra un bagno caldo ed una distensiva sosta sulla spiaggia, abbiamo trascorso la nostra prima giornata di trekking sull’arcipelago.
Arriviamo all’appuntamento col barcaiolo in perfetto orario. L’imbarco è veloce e, da bravi mozzi, diamo una mano a mollare gli ormeggi. Con motore “avanti tutta” ci dirigiamo verso “Pietra del Bagna”, riprendendo il periplo dell’isola dal punto in cui l’avevamo interrotto.
Nel tratto tra punta “la Graticelle” e punta “Jacopo” ci fermiamo in una baia per ammirare uno dei tanti angoli suggestivi della costa.
Ne approfittiamo per un estemporaneo bagno che, in quel tratto di mare, è reso ancora più incantevole dai riflessi del tramonto.
Nel doppiare punta “Crapazza” il panorama è ulteriormente esaltato dal controluce dei faraglioni di “pietra Lunga”e di “pietra Menala”.
Sono circa le diciannove quando attracchiamo al molo del porto di “Marina corta”. Cerchiamo di collaborare alle operazioni di ormeggio ma il comandante preferisce fare da se. Ci considera ancora mozzi… nel senso di imbranati.
Comunque, il cugino-nostromo ci va’ a genio e, visto che domani non ha particolari impegni, sarà lui a traghettarci all’isola di Salina.
Ora non ci rimane che “collaudare” il parente-agente di viaggio che dovrebbe organizzarci l’escursione all’isola di Stromboli con la relativa salita notturna al cratere.
Ne abbiamo discusso a cena con Bartolo (scortato come sempre dal truce e taciturno figlio). Il programma che ci propone è interessante ma spendere cinquanta Euro a testa solo per trasportarci nell’isola e farci accompagnare da una guida, ci sembra un’esagerazione.
Secondo noi Bartolo sta assicurando il lavoro a tutto il suo parentado. E poi, che sarà mai sto’ Stromboli per esigere la presenza di una guida; no, noi montanari veri, possiamo farcela da soli. Dopo la recente esperienza sull’Etna, ogni altro vulcano può essere considerato una bazzecola.
Purtroppo questo errore di valutazione ci farà perdere la possibilità di vedere da vicino lo spettacolare fenomeno eruttivo dell’unico vulcano costantemente attivo del Mediterraneo, pazienza!…. ma ne parleremo tra due giorni.

7° giorno
giovedì – 02.06.2005
da LIPARI a SALINA

Come d’intesa, alle ore 8,30 ci ritroviamo al solito molo di “marina corta”. L’imbarco è veloce e altrettanto rapide sono le manovre per uscire dal porto.
Per il “vecchio lupo” il mare non ha segreti. Dalla sua posizione di comando, posta al centro della tolda, riesce a controllare l’intera ciurma appollaiata nei posti\zavorra e contemporaneamente, governare la barca evitando, con calcolati movimenti del timone, gli spruzzi delle onde trasversali.
Ripercorriamo il tratto nord-est della costa poi, all’altezza di punta “Legno Nero”, viriamo a babordo puntando la prua verso il piccolo porto di Rinella, a sud di Salina, isoletta di 28,8 Kmq.
Appena sbarcati ci approvvigioniamo nell’unico negozietto del paese. Dalla flemma della proprietaria e dalla scarsità della merce, deduciamo che forse siamo i primi turisti della stagione estiva. Con il nostro frugale rifornimento fatto di panini, pomodori prosciutto e formaggi intraprendiamo il percorso che ci porterà in cima al monte “Fossa delle Felci”, punto panoramico posto al centro dell’isola.
Le condizioni atmosferiche non sono buone e le nuvole che ristagnano in cima alla montagna non fanno sperare al meglio.
Percorrendo una stretta stradina che si inerpica tra graziose casette in stile mediterraneo, raggiungiamo la località “Leni”. Non ci sono indicazioni e quelle fornite dai contadini in lingua autoctona non sono molto chiare. Meglio fare per conto nostro. Decidiamo di dirigerci verso nord, imboccando un sentiero che ci sembra puntare nella direzione giusta, ma dopo aver marciato per circa mezzora, ci troviamo in mezzo ad una boscaglia di sterpi e rovi. Dovremo sudare le fatidiche sette camicie per riuscire a venirne fuori. Arrivati in cima ad una radura ci accorgiamo che la strada giusta è più a Ovest rispetto alla nostra posizione. Il problema, adesso, è come raggiungerla visto che ci divide una profonda vallata coltivata ad orti e vigneti i cui confini sono delimitate da siepi e filo spinato.
I soliti “gemelli” coadiuvati da Bruno e Pierangelo, incuranti delle proprietà e delle recinzioni, portano la comitiva sul giusto sentiero. Adesso si marcia spediti e sicuri sull’unico percorso che conduce in località “Valdichiesa”. Il nome è quanto mai azzeccato. Si tratta, infatti, di un piccolo borgo sparso in una verdeggiante vallata dominata da una vecchia chiesa e da un grande edificio ristrutturato che si affacciano in un ampio piazzale, molto curato ma tristemente silenzioso. Scopriremo in seguito che si tratta di una casa per anziani gestito da monache.
Stiamo percorrendo un ripido sentiero che, zigzagando, si addentra in una fitta e lussureggiante vegetazione mediterranea.… quando, ad un certo punto, il silenzio della boscaglia è interrotta dagli ordine perentori del comandante “Bruno” che allerta il sergente “Pero” di una possibile imboscata; disposizioni che vengono trasmessi, con secchi e marziale comandi, al soldato “Otto” mentre il telegrafista “Alby” lancia disperati “mayday – mayday” verso la truppa che, coinvolta nell’improvvisa azione bellica, se la spassa allegramente.
E intanto il sentiero continua a salire… su… sempre più su, senza un attimo di respiro.
La sfacchinata incomincia a selezionare la comitiva. Qualcuno, in coda, accusa la fatica e vorrebbe un aiuto del pranoterapista Giovanni che purtroppo, non è a portata di mano. L’attuale posizione delle retroguardia è molto arretrata rispetto al gruppo e deve c