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Dalla Sicilia alla Toscana- Alla scoperta del Parco Nazionale delle foreste casentinesi

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“Li ruscelletti, che dè verdi colli del Casentin discendon giuso in Arno, facendo i lor canal e freddi e molli sempre mi stanno innanzi “ ( Dante,Inferno, 30-65)

Casentino, chi è costui? E’ un parco, uno dei più belli d’Italia, una perla dell’Appennino incastonata tra le province di Arezzo e Forlì. E’ un’Italia altra, quella che vi propongono oggi questi appunti di viaggio, una salvifica immersione nella quiete e nella salubrità dei boschi della Toscana settentrionale, lontani dalla confusione e dagli strepiti delle spiagge, dal traffico delle grandi città e da quell’opprimente sindrome da assedio che gli affanni quotidiani procurano a tutti noi per 365 giorni l’anno.
Partenza un lunedì di fine agosto, temperatura da barbecue e frinire di cicale. L’itinerario prescelto è quello di Garibaldi: dalla Sicilia, risalendo l’Aspromonte, la Sila, il Pollino, fino alle pianure della Campania e della Ciociaria.
Dopo Roma ed un pasto rifocillante, cominciano a scorrere veloci dal finestrino le dolci colline, i casolari ed i campi arati dell’Umbria e della Toscana.
Uscita allo svincolo di Arezzo. L’autostrada è ormai un ricordo, già risaliamo la statale 71 umbro-casentinese che ci condurrà alla nostra meta: Badia Prataglia.
Osservando i primi centri attraversati dall’arteria stradale all’inizio rimango un po’ perplesso. Carini sì, con quelle case in pietra bugnata ed un decoro urbanistico da noi del tutto sconosciuto, ma anche zeppi di fabbriche e centri commerciali che, francamente, stridono non poco con l’idea che mi ero fatto delle foreste casentinesi. Per fortuna, dopo Bibbiena e le sue frazioni ( Soci e Partina) iniziano i confini del parco vero e proprio.
E’ difficile descrivere l’emozione che si può provare di fronte a spettacoli simili a quelli offerti dalla natura nel Casentino. Chilometri e chilometri di foreste fittissime:un tappeto di lecci, faggi, pini, abeti, ontani, querce e castagni che stordisce il visitatore e, nel contempo, gli infonde una sensazione di benessere e di serenità che raramente può provare chi è reduce da più di 12 ore di viaggio. La fatica quasi non si avverte più: istintivamente si è portati ad abbassare la velocità di andatura della macchina, un po’ per i tornanti, un po’ perché l’occhio non si vuole perdere neppure uno spicchio di tutto quel ben di Dio.
L’albergo è semplice, ma pulito ed accogliente. Sorge in mezzo ai boschi, è dotato di un ampio giardino e delle attrezzature ludiche per lo svago dei piccoli ( ed il riposo dei genitori ). L’architettura è quella tipica degli hotel di montagna. Dulcis in fundo, si mangia anche bene. Meno male: in ogni soggiorno, la parte riservata all’edificio destinato ad accoglierci per tutta la durata della vacanza riveste un’importanza primaria. Inutile nasconderselo. La cosa che mi sorprende di più è che il centro è una struttura di proprietà dell’Amministrazione cui mi onoro di appartenere, riservata ai dipendenti ed alle loro famiglie.
Uomo di poca fede,mi dico: ti meriteresti una reprimenda in pubblica concione da parte del ministro in persona, con contorno di lazzi, sberleffi ed ortaggi marci lanciati dagli altri villeggianti.
La sera, dopo cena, seduti sulle panchine di legno del giardino, programmiamo la nostra settimana di escursioni ai comuni del parco.
Del Casentino (dal latino Clausentinum, ossia “valle chiusa”), che insieme alla Valtiberina, al Mugello ed alla Garfagnana forma la catena di monti e foreste che delimita l’ Appennino tosco-emiliano e lo separa dalla pianura padana, parla già Polibio nel II secolo a.c. La zona, abitata in origine da tribù di stirpe ligure, fu in seguito colonizzata da etruschi e romani. Possedimento dei conti Guidi e dei vescovi aretini fino al XII secolo d.c. (l’età dell’”incastellamento”), dopo il declino della potente famiglia patrizia seguito alla disfatta di Campaldino (cui prese parte, in campo guelfo, anche il giovane Dante Alighieri), passò nell’orbita della Repubblica di Firenze prima e della Signoria dei Medici dopo.
Il tour inizia, doverosamente, con l’abbazia di Camaldoli e con l’omonimo eremo,che sorgono a poca distanza da Badia. Oggi i monaci camaldolesi sono famosi nel nostro Paese soprattutto per i prodotti sfornati dalla loro antica farmacia: si trovano in tutti i negozi della zona, segno che i buoni frati, oltre che di cura delle anime, s’intendono pure di strategie di vendita. In passato, però, la loro presenza ha svolto una importante funzione nella regione, ove spesso sono stati chiamati a sostituire i poteri civili per la salvaguardia del parco e la sua gestione amministrativa.
Sia l’eremo che il monastero furono fondati nel 1027 da S. Romualdo, di cui visitiamo la cella. Colpisce lo stile della chiesa annessa al complesso dell’eremo: un magniloquente barocco napoletano che non ha nulla in comune con il resto dell’edificio. Anche in passato, evidentemente, non si resisteva alla tentazione di porre rimedio ai disastri causati dall’uomo e dalla natura con interventi poco ortodossi.
La visita al santuario della Verna ed al letto di S. Francesco riesce ad turbare anche un agnostico convinto come il sottoscritto: il misticismo, il raccoglimento ed il senso di pace che ispirano le sue mura invitano chiunque al silenzio ed alla meditazione. Non per nulla è il luogo prediletto da migliaia di giovani cattolici per i loro ritiri spirituali.
Nell’ampia piazza interna del santuario, di fronte ad uno scenario superbo, sotto una grande e semplice croce in ferro, passo davanti ad un gruppo di essi, seduti in circolo ad ascoltare le parole di giovane frate. La tentazione di unirmi a loro per qualche minuto è stata forte, lo ammetto.
Tappa a Poppi ed a Bagno di Romagna per il secondo giorno. Il celebre castello dei conti Guidi, vanto della cittadina toscana, si erge imponente su di una altura, ben visibile anche da lontano, ed annuncia con le sua lunga torre merlata l’approssimarsi della nostra prima destinazione.
All’interno il maniero medievale, oltre ad una accurata ricostruzione della battaglia di Campaldino del 1290, nella quale i Guidi si schierarono dalla parte dei ghibellini, ospita anche la famosa Biblioteca Rilliana, ricca di preziosi incunaboli e manoscritti. In alcuni dei volumi, dietro le vetrate che li proteggono, si può leggere chiaramente il nome del grande stampatore veneziano del cinquecento Aldo Manuzio, il primo editore italiano delle opere di Erasmo da Rotterdam
Per raggiungere Bagno di Romagna, invece, è necessario superare il passo di Mandrioli e percorrere una stretta strada di montagna, attraversando balze tanto profonde quanto affascinanti.
Bagno è una cittadina gradevolissima, vivace ed animata come solo i borghi romagnoli sanno essere. E’ impressionante, e dovrebbe formare materia di studio per gli esperti, la cesura linguistica che si riscontra in queste zone tra l’idioma toscano ed il romagnolo: un fenomeno unico nel suo genere, peraltro in un territorio dove le due aree glottologiche sono separate soltanto da pochi chilometri e vi sono sempre stati frequenti interscambi tra le rispettive popolazioni, sia culturali che commerciali.
Da segnalare a Bagno, oltre al centro storico, il bosco degli gnomi, all’interno del Parco dell’Armina: un delizioso percorso a tappe che si snoda dentro la pineta, pieno di statuette di gnomi, casette, riproduzioni a grandezza naturale di animali della foresta. Imperdibile per chi ha bambini al seguito.
L’incontro con Arezzo, il terzo giorno, è un ritrovarsi con una vecchia amica. Conosco bene l’incantevole centro storico della città toscana, per averlo girato in lungo ed in largo una decina di anni fa, eppure mi ammalia ancora, mi fa scoprire ancora angoli nascosti o dimenticati, particolari sfuggitimi la prima volta. Passare una delle porte d’ingresso al nucleo antico della città, oltre le mura medicee, è come tornare per magia nell’Italia del 200 e del 300. Tutto sembra rimasto intatto come allora, salvo gli inevitabili interventi di ripristino resi necessari dall’ incuria del tempo.
Sarebbe lungo elencare i monumenti e le strade degni di menzione. Mi limito a segnalare all’attenzione dei lettori la bellissima chiesa di S.Donato, il duomo, con le magnifiche vetrate di Guillaume de Marcillac ( forse le più belle d’Europa), la chiesa di S.Francesco, con le celeberrime Storie della Croce di Piero della Francesca, la Pieve di S.Maria, la casa del Petrarca, cui la città ha dato i natali nell’anno domini 1304, gli stupendi giardini dietro il duomo (il Prato), il palazzo comunale e la piazza Grande, quella dove ogni anno si svolge la Giostra del Saracino.
Stia, il paese dove è stato ambientato il film “il Ciclone”, è la nostra ultima meta. Mancano ancora due giorni al rientro, ma saranno dedicati al riposo ed alle passeggiate nei boschi intorno alla struttura ricettiva che ci ospita, salvo qualche rapida puntata a Badia Prataglia, per gli immancabili acquisti.
Stia (il toponimo,d’origine latina, deriva dal torrente Staggia) è all’altezza della fama guadagnata in questi ultimi anni grazie al cinema: la piazza Tanucci (dedicata all’illuminista Bernardo Tanucci, qui nato nel 1698), con l’originale fontana dei serpenti, lo stupendo parco del Canto alla Rana, attraversato da un Arno giovane e pulito, sgorgato da poco dalle pendici del monte Falterona, il curatissimo giardino delle Terme, ove ci si può dissetare con la rinomata acqua di Calcedonia, il caratteristico lanificio ottocentesco, sono altrettanti buoni motivi per non perdere l’occasione, capitando da queste parti, di recarsi nella cittadina toscana.
Non potevo chiudere il soggiorno in queste meravigliose contrade senza assaggiare una “fiorentina” cucinata come si deve. La carne da quelle parti è buonissima, grazie all’allevamento delle pregiatissime mucche chianine, di sicuro una delle migliori razze bovine da carne oggi presenti sul mercato. Consigliato da alcuni abitanti di Badia, scelgo un ristorante ubicato lungo la statale, all’uscita sud del paese. Scelta che si rivela felice: sono eccellenti sia la cena che il servizio. Davvero ottimo il vino. Solo il prezzo risulta leggermente più alto (10-15 euro in più ) di quanto si paga normalmente in Sicilia per un pranzo del genere. Ma questo è normale.
Il resto è già nostalgia e memoria,mentre la macchina imbocca veloce la via del ritorno.

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