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Carrara
di LEODIUS
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CARRARA: VISITA ALLA PRESTIGIOSA ACCADEMIA D’ARTE
Di Uberto Tommasi

Tre donne favorirono la nascita ed il successo dell’Accademia di Carrara. Il racconto dello scultore Renato Carozzi. Se il Michelangelo fosse nato nelle Alpi austriache?

“Ancor oggi, ogni notte, le figure diafane di Maria Teresa Cybo, principessa di Carrara, di Elisa Bonaparte, sorella maggiore di Napoleone e granduchessa di Toscana e di Maria Beatrice, moglie dell’Arciduca d’Austria Ferdinando, s’incontrano per tornare a visitare le sale dell’Accademia d’Arte di Carrara, dialogando fra loro e passando le mani trasparenti sui visi delle sculture antiche, ritratti in pietra di amici e parenti, o dissertando, sedute sulle sedie di legno della cattedra severa dell’aula magna, delle opere degli allievi di oggi…”
Così ci piace pensare che le immaginino i carraresi, grati alle donne che, convinte che lo sviluppo delle arti servisse anche a sostenere l’industria ed il commercio del marmo, favorirono la nascita di una delle più antiche accademie d'Europa. In quei tempi molti scultori, come il Canova, attratti dalla qualità del marmo statuario carrarese e dalla fama dell’Accademia frequentarono la corte toscana, popolata da pittori come il francese Desmarais, scultori come Lorenzo Bartolini e poeti come Giovanni Fantoni e Lorenzo Papi, donando calchi e gessi che oggi ne impreziosiscono l’imponente collezione.
Ed è così che noi, come molti altri attratti dalla fama delle tre illustri protettrici, e grazie ad un illuminato invito fattoci dai dirigenti della CarraraMarmotec, oggi ci troviamo a percorrere, guidati dallo scultore Renato Carozzi, le sale della prestigiosa Accademia.
Renato ci fa aprire vecchie sale chiuse e magazzini nei quali si accalcano centinaia di personaggi di gesso e marmo di cui cerca, compito impossibile, di raccontare la storia. L’impressione è grande, le opere di perfezione classica paiono solo in attesa che un primaverile calore le incapricci donando loro sospiri amanteschi e la capacità di muovere un primo passo.
L’insieme ricorda i magazzini reali della Praga di Rodolfo I, nei quali si accatastavano secondo le cronache d’epoca: “…innumerevoli voragini di angeli in pietra, fusioni di Athenore d’oro e scrigni di marmo, riuniti insieme fanno sembrare che nella sala il tempo non passi.”
Dalle stanzette si passa a giardini racchiusi fra le alte ali del castello, ingentilite da volti e soffitti decorati, in cui una concentrazione espressiva di sculture sembra riunita in assemblea, impermeabile allo stupore dei visitatori ed impegnata a discutere, in un linguaggio che noi non possiamo sentire, (come quello dei delfini) dell’ordine mitologico dell’universo Accademia. Forse eleggendo un re come Napoleone Bonaparte, la cui testa staccata dal tronco giace imperturbabile agli affronti del popolo che, alla sua caduta, distrusse le statue dei napoleonici a conferma del detto: “…il rozzo popolaccio animalesco maledice chi va e plaude chi resta…” Oppure organizzando un matrimonio principesco.
Intimoriti e silenziosi passiamo accanto alla massa di mimi in pietra, ognuno assorto nel suo racconto di equilibri plastici, continuando a scoprire angoli del castello in cui a sculture nuove si assommano bassorilievi romani e scritte che denunciano l’origine antica dell’arte nel luogo.
Il Carozzi, facendoci sfilare nelle stanzette anguste, ci racconta di Michelagelo Buonarroti e dei suoi segreti, da tempo entrati a far parte della mitologia del mondo degli scultori, che gli attribuì la capacità di saper vedere all’interno dei blocchi di marmo, capendo se era possibile estrarre da esso un’opera insigne oppure se una crepa invisibile avrebbe vanificato ogni sforzo.
Ascoltandolo un pensiero dissacrante ci fa immaginare che sarebbe accaduto se il maestro fiorentino, invece di nascere in una regione toccata dalle muse, come quella toscana, avesse visto la luce in qualche paesetto delle alpi austriache. L’immagine del Michelangelo, in pantaloni corti di stile tirolese, e stelle alpine sul berretto, i panni del tipico onesto intagliatore di crocifissi in pietra, ci fa sorridere facendoci meditare sui meriti dell’ambiente e sul fatto che scultura, poesia letteratura e filosofia non possano mai camminare disgiunte.
Quasi rispondesse a questi pensieri la nostra insigne guida ci spiega come tutta la piccola città che circonda il castello, anche nell’architettura, risentisse dell’influenza artistica del mondo accademico che era sorto a Carrara. Il racconto dello scultore termina nei piani alti del castello dove, tracciando con le dita le linee di fili immaginari, ci descrive la fatica che doveva compiere chi tentava di raffigurare in pietra un corpo, per riprodurne le proporzioni. E’ mezzogiorno quando termina la visita ed è a malincuore che riprendiamo la via di casa sfidando la neve che cade sui passi appenninici.


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CARRARA, ITALIA

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