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La seguo ovunque, improvvisato segugio, sotto un sole giallo come uranio grezzo che preme invitto sul tufo della rupe di Orvieto, beffardo e fiero al tempo stesso, innaffiando di luce e calore questo scorcio di fine maggio. La seguo d’istinto, accaldato eppure indomito, mentre i miei sandali di cuoio marrone scalpicciano inquieti sul pavé che riveste la lunga lingua piastrellata di corso Cavour. Il mio giorno le appartiene da quando l’ho intravista, così bella ed estiva, accedere alla funicolare che dallo scalo s’inerpica fino a Piazza Cahen. Le porte mi si sono chiuse in faccia un attimo prima che riuscissi anch’io a salire in carrozza. L’ho vista ascendere, angelica eppur terrena, mentre un groppo secco mi si fermava in gola, e un vago senso di nostalgia di già prendeva forma. Inconsapevoli, le mie labbra hanno scandito una promessa: l’avrei rivista. La seguo perché indossa una canottiera a righe orizzontali nere e bianche, basalto e travertino, zebrata come le pareti laterali del duomo; perché ha lunghi capelli scuri e ricci che si stagliano sullo sfondo come i bassorilievi del maestoso edificio, e perché i suoi occhi, così neri e fondi, chiedono solo di gettarvi una monetina dentro, proprio come ho fatto al termine della scalinata che conduce al pozzo di San Patrizio, esprimendo un desiderio. Non l’ho trovata lì, e nemmeno alla fortezza dell’Albornoz, così garbatamente imponente, dove branchi di fiori meschini, disseminati per i giardini, hanno scherzato con le mie narici nascondendo loro l’unico odore di cui ora m’importa: quello della mia bella. La seguo fiducioso, anche se il suo itinerario sconosciuto ha una funicolare di vantaggio sul mio. Dieci minuti destinati ad incrementare, inesorabilmente, ogni volta che fallisco destinazione. Orvieto si è vestita a festa, una festa antica, medievale, che ogni anno porta in strada signori e cortigiane, musici e dame, divisi dai colori dell’appartenenza rionale ma uniti dal destino di un percorso comune. E’ il Corpus Domini, bellezza. Corso Cavour, punteggiato dai vessilli, riempito dal corteo e dai curiosi schiacciati ai suoi lati, ribolle del suono fondo e ritmato dei tamburi. La seguo comunque, testardo come un venditore d’enciclopedie, impassibile al fascino del passato che s’insinua nel presente, ai piccioni che si lanciano in volo dalle altane, al vociare sommesso della moltitudine, al calore immane che m’imperla la fronte di sudore. Il mio cuore è in tumulto, impossibile negarlo; mi chiedo se sia vittima di un folle innamoramento o se sia invece confuso dal radon, gas tossico sprigionato dal tufo che fa impazzire coloro che ne aspirino troppo per troppo tempo. Solo uno scroscio di campane festanti che celebrano all’unisono il mezzogiorno riesce a rapirimi dal pensiero bislacco. Il tempo di volgere lo sguardo verso uno dei grandi orologi che abitano la sommità della Torre del Moro, per avere conferma del dì che si è assestato nel mezzo del suo viaggio, e sono di nuovo pronto a riprendere il mio, di viaggio. La piazza del mercato mi si schiude davanti come il bocciolo di un fiore. Inizio a correre, accecato da una premonizione. Salgo i gradini esterni al Palazzo del Capitano del Popolo a due a due, agilmente, giungendone a capo, finalmente, per scoprire che in verità, ad attendermi, ci sono solo stirpi di piccioni tubanti. Mi appoggio alla balaustra, stanco ed in preda a uno sconforto senza fondo. Ed è qui che, per la prima volta dall’inizio della mia folle rincorsa, saggio nel palato il retrogusto amaro della sconfitta, e contemplo la resa dipinta sulla mia faccia riflessa dai finestroni dell’hotel Royal. Un forte senso di vertigine mi si insinua nelle ossa. Guardo in basso e una scossa mi attraversa; non è forse la sua formidabile chioma quella che ricade divinamente abboccolata su una maglia zebrata e attillata come una carezza, perfettamente aderente al corpo da favola che l’indossa? La seguo con lo sguardo sino a che il buio di un vicolo non me la nasconde. Scendo le scale, trepidante. E ancora corro, nel ripercorrere a ritroso lo stesso tratto, col cuore al galoppo che mi guida fino a uno sbocco sul corso dove il corteo non è ancora giunto. Mi guardo intorno, con occhi febbrili. Come un forsennato mi faccio largo tra plotoni di turisti, diretto al duomo, come mille altre volte, lasciandomi alle spalle i negozietti di ceramiche. E ancora i sensi mi si confondono di fronte a quest’opera mirabolante: la facciata quasi mi schiaffeggia, per la sua impareggiabile bellezza gotica. Il magnifico rosone, i mosaici e le sculture, il portone rivestito di lastre bronzee, tutto concorre a darmi febbre. Ma lei ancora mi sfugge, acquartierata in un dove differente. E se fosse proprio sotto di me, persa nel dedalo di grotte e cisterne che fanno di Orvieto una città a doppio strato? Possibile, mi dico. Non c’è tempo da perdere: devo prendere un biglietto per Orvieto Underground. La seguo perché la devo salvare. Farò come Orfeo per Euridice: scenderò nel sottosuolo per riemergere in superficie insieme alla mia amata indebitamente trattenuta. E non rischierò uno sguardo fugace, per il terrore di vederla scomparire, proprio come successe allo sfortunato eroe. Aspetterò dunque di risalire, per intingere le mie pupille nelle sue, fin quando il vento che schiaffeggia la Rupe non si posi pure sulle nostre guancie. Ma non la trovo nei cunicoli scavati dagli etruschi e dai loro pronipoti, nè al Campo della Fiera, dove recenti scavi archeologici hanno portato alla luce il Fanum Voltumnae, il cosiddetto Vaticano degli Etruschi. La seguo perché in mano aveva una guida turistica, e vorrei raccontarle di tutte le cose che lì non troverà insegnate; spiegarle cosa significa passeggiare sul viale alberato Giosué Carducci, mano nella mano, per sussurrarsi segretamente l’amore; o nascondersi di notte nei vicoli che costeggiano le casupole affastellate nel quartiere medievale per lasciarsi andare alla dolcezza di una romantica effusione; dirle che a volte, a guardar giù dalla Rupe, viene voglia di volare; che alcuni lo hanno fatto, ma che è finita male; che una volta al bar del tennis si stava bene ma che adesso nessuno ci mette più piede; che la carbonara di Averino è più caratteristica della chiesa di San Giovenale; che abbiamo un casermone vuoto che tale sembra rimanere, segno che l’immaginazione qui non sta al potere; che il gelato di Pasqualetti è un’istituzione, e la pizza di Moscatelli pure. Vorrei dirle che a volte, a camminare per queste strade ricche di storia e di fascino monumentale, ci si può anche innamorare di una visione senza nome.

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