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UMBRIA: ORVIETO
Il Duomo di Orvieto: la sua facciata, i tesori che conserva,
il senso del divino che ispira.
Orvieto è un’antica cittadina che sorge su una piattaforma di tufo immersa nel verde che tinge la campagna a primavera, e su tutto si eleva il Duomo, quasi sproporzionato e come posto da una mano gigante tra le strette vie e piazze medievali a unico, vero ornamento della città.
La straordinaria complessità strutturale e decorativa del duomo, celebrata da un turista d’eccezione quale Donatello, è il risultato di un’attività di cantiere protrattasi per circa tre secoli.
Il Duomo venne costruito per rendere grazie al Signore dopo il miracolo di Bolsena. Un prete boemo aveva forti dubbi sul valore dell’eucarestia, affermando che non era possibile che il Salvatore scendesse ogni volta nelle ostie consacrate. Un giorno mentre celebrava la messa a Bolsena, presso la tomba di santa Cristina, all’improvviso la particola stillò sangue, anche abbondante. Il prete allora corse a Orvieto da papa Urbano IV.
La reliquia così entrò solenne a Orvieto dando inizio alla festa del Corpus Domini. Dopo alcuni anni fu posta la prima pietra del Duomo.
La cerimonia d’inizio dei lavori è datata per il 1290, con la posa della prima pietra da parte di Niccolò IV. Le trattative per la costruzione erano state lunghe e laboriose: alla fine si decise che la nuova cattedrale dovesse sorgere dall’unione delle parrocchie confinanti, che quindi comportava la demolizione delle abitazione dei canonici. La direzione dell’opera fu affidata a Fra Bevignate, uomo di fiducia del vescovo. Il clero reagì abbandonando la città, i lavori allora passarono a maestranze comunali.
Quando il clero si sposta ad Avignone, una profonda crisi economica spinge il Comune che cercò di incamerare le rendite provenienti dal monastero di Santa Maria in Silva, donato da Bonifacio VIII al vescovo di Orvieto. A peggiorare la situazione, c’è la minaccia del crollo della zona del transetto, alla quale si pone rimedio con la costruzione di contrafforti e archi rampanti. Operai e lavoranti però lasciano la fabbrica per cui vengono assoldati i prigionieri.
Il nuovo edificio viene concepito in maestose forme basilicali: tre navate - di cui la centrale è larga il doppio delle altre due – transetto sporgente e abside, possenti piloni cilindrici a sostegno di archi a tutto sesto. Come il duomo di Siena, un paratro bicromo riveste le superfici murarie.
Particolare curioso: di una quarantina di operai citati in documenti del tempo, non compare nessun cittadino di Orvieto. Sono presenti invece numerosi francesi, tedeschi e persino scozzesi.
La facciata è suddivisa in due ordini tricuspidati da una larga galleria traforata. Sui pilastri dei portali sono collocate le Storie della Genesi e del Nuovo Testamento tra le maggiori testimonianze di scultura italiana trecentesca, realizzate in tempi diversi da più maestranze.
Il rosone del ‘300, capolavoro del fiorentino Andrea del Cione e l’aquila di San Giovanni, posta insieme ai simboli degli altri evangelisti sulla facciata.
Per guardare il Duomo nella sua interezza e osservare i dettagli ( colonne ritorte dei portali, fregi come merletti, statue di pietra e bronzo, le basi dei quattro pilastri a fascio culminanti in guglie aeree ), occorre sedersi su una lunga panca di cemento di fronte al Duomo e guardarlo dal basso verso l’alto.
La facciata, iniziata nel 1308, danneggiata da alcuni fulmini, fu in parte ricostruita nell’800. I mosaici, nella maggioranza sono copie settecentesche degli originali, portati in dono a Roma a papa Pio VI. Le tre grandi porte , che nel 1970 hanno sostituito quelle in legno, sono di bronzo e firmate Emilio Greco.
Gli affreschi più belli sono quelli della cappella di San Brizio, dove hanno lavorato tra gli altri Signorelli e Beato Angelico. Qui uno degli affreschi Le pene dell’inferno, hanno ispirato Michelangelo nella Cappella Sistina.
Sulla cuspide c’è un mosaico su sfondo d’oro, databile al primo ‘800.
Sulla lunetta del portale una Madonna col bambino di Andrea Pisano.
La Cappella del caporale ,tutta affrescata da artisti locali, contiene un semplice ed elegante tabernacolo gotico di Niccolò da Siena, ed il reliquario d’argento dorato del peso di 200 chili circa, che incastona 12 miniature smaltate con episodi del miracolo di Bolsena.
Poi c’è un grande coro ligneo, a cui lavorarono vari artisti, tutto intagli, intarsi e rilievi con santi e scene sacre.
Infine una Pietà, di Ippolito Scalza, non paragonabile a quella di Michelangelo, ma le si avvicina molto, per movimento plastico delle figure, l’espressività e drammaticità dei volti, la luce che emana, la finezza dei lineamenti.
E infine, chi viene ad Orvieto, non può non fare capolino in una delle tante enoteche, dove si può acquistare dell’ottimo vino. Quale souvenir migliore?
Pia Granieri
Perugia 05 – 03 - 2008
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