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Alla scoperta di luoghi che pochi conoscono: ISSOGNE
Sul punto di decidere la nostra vacanza estiva, quest’anno ognuno in famiglia ( siamo in quattro ), diceva la sua.
Andare al mare? La solita Sardegna?
Quella sera a cena, c’erano dei nostri amici di Torino, si parlava proprio di questo. Marco allora propose un luogo che lui e sua moglie avevano già visto: il castello di Issogne, tra Aosta, Ivrea ed il Parco nazionale del Gran Paradiso. Ci ha decantato soprattutto la bellezza degli interni, gli affreschi e comunque valeva la pena andarci.
Così ho voluto documentarmi.
Il castello, immerso nel verde, in posizione isolata, non ha mai subito saccheggi ed è stato sempre curato con restauri mirati da Vittorio Avondo, per cui noi oggi possiamo vedere gli arredi, i colori ed il suo campionario di portali e finestre finemente intagliati. Le torri, anche se private delle merlature, sono intatte e ospitano camere e studioli coi loro arredi originali. Sulle lunette del portico, ci sono dipinti con botteghe di macellai, speziere, fruttivendolo, armaiolo. Sui muri del cortile è raffigurato l’albero genealogico degli Challant, con molti dipinti della casata. Giorgio di Challant , priore della collegiata di Sant’Orso ad Aosta, fu un grande mecenate e costruttore.
Sotto il portico esterno, estremamente interessante dal punto di vista iconografico, affreschi che non sono mai stati ritoccati da quando vennero dipinti alla fine del ‘400 e sembrano fatti ieri. Opera di autore ignoto, rappresentano momenti della vita del borgo di un toccante verismo che sembra tradire il bisogno di popolare il castello con immagini vive, quasi a combattere la solitudine e la nostalgia. Soldati in borghese che giocano a back-gammon, al filetto, ai tarocchi; interni di botteghe; scene di mercato: tutto curato nei minimi dettagli così da costituire un alto valore artistico e documentaristico.
Il castello ha avuto una vita molto movimentata: conobbe il suo massimo splendore con Giorgio di Clallant che lo trasformò nel più nobile palazzo dello stato di Savoia, poi passato al figlio Renato. Questi però non fu fortunato. Sposò una donna bellissima, Bianca Maria, che però ben presto lo abbandonò, per stabilirsi a Pavia, e qui si abbandonò ad una vita dissoluta.
Dopo il castello passò da un nobile ad un altro, finché fu venduta all’asta ed acquistata dall’architetto portoghese Vittorio Avondo, che ne curò il restauro. Con lui vennero riportati alla luce gli affreschi, ripulite le pareti coperte di nero fumo, le stanze riammobiliate. Dal 1948 il castello appartiene alla regione ed è stato aperto al pubblico.
A questo punto abbiamo deciso di prenotare un albergo a Issogne, da lì avremmo fatto un’escursione al castello e al parco nazionale del Gran Paradiso.
Siamo partiti la mattina presto del 1 agosto e siamo arrivati la sera tardi, dopo molte tappe: il piccolo Michele, mio figlio, aveva sempre bisogno di fermarsi, per andare al bagno o al bar. Poi c’era il cane Pegghy, tranquilla, ma fino ad un certo punto.
Il viaggio pertanto è stato parecchio travagliato e lungo.
All’arrivo, la prima cosa che abbiamo fatto è stata quella di perlustrare la zona, per cercare percorsi da fare a piedi.
Due giorni dopo siamo andati al castello, e tutto era come era stato descritto. All’interno abbiamo trovato gli arredi, gli affreschi, di cui ho parlato prima.
Cinepresa alla mano abbiamo ripreso soprattutto gli affreschi che rappresentavano i mestieri: macellaio, droghiere, panettiere, e altri.
Abbiamo ripreso tutti gli ambienti, la luce era buona, unico problema: lasciare il cane in macchina.
Riprendo la descrizione:
Al pianterreno, c’è la sala da pranzo, con un lungo tavolo sempre apparecchiato come in attesa di nobili fantasmi, sotto le bellissime volte a crociera, con il blasone degli Challant.
Nella sala della Giustizia ci sono pitture sulle travi del soffitto: fregi, arabeschi, draghi, animali fantastici, paesaggi, scene mitologiche e di caccia, collegate l’una all’altra da un volo di uccelli e scandite da colonne, a volte trasparenti, come fossero di cristallo.
Al primo piano, la cappella con l’arredo più importante del castello: un altare in legno scolpito, dipinto e dorato con oro zecchino che risale al 1502, anno della nascita del figlio di Challant. Sull’altare infine, una Natività, un vero presepe, fra i più antichi che si conoscano.
I giorni successivi sono stati dedicati a lunghe e salutari passeggiate, in montagna, per viottoli talvolta scoscesi, talvolta comodi, ma con le scarpe adatte il percorso è andato bene.
Seconda tappa del nostro viaggio è stato quello di visitare il Parco del Gran Paradiso. Percorrere i boschi di larici e betulle è stato bellissimo. Pegghy saltava per tutto il bosco, felice e giocosa, Michele la rincorreva e insieme si sono divertiti un mondo. Naturalmente noi siamo arrivati fino al primo rifugio.
Dal piazzale di Pont Valsavarenche, una piccola frazione costituita da poche case e posta al termina della strada carrozzabile, dotata di alcuni alberghi, abbiamo attraversato il torrente Savara e siamo risaliti verso il Rifugio Vittorio Emanuele, su sentiero molto battuto e comodo. Dopo avere costeggiato per un tratto il corso d'acqua di fondovalle, abbiamo attraversato un bosco di larici e poi praterie fino a sbucare su di un piccolo pianoro dove è posto il Rifugio Vittorio Emanuele, costruzione in metallo a forma di mezza botte rovesciata, visibile soltanto all'ultimo.
Al ritorno eravamo veramente stanchi, Pegghy non correva più, Michele si lamentava perché aveva sete e gli dolevano le gambe.
Nei giorni successivi abbiamo camminato nei dintorni di Issogne.
Unica eccezione: “ un salto “ ad Ivrea.
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