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SAN LAZZARO DEGLI ARMENI
di Uberto Tommasi
Nelle vetrine climatizzate sono conservati migliaia di messali armeni finemente miniati (IX-XI sec.). In mezzo alle opere spicca una storia di Alessandro il Macedone del XIV secolo, contenente una traduzione in armeno, del V secolo, di un originale greco che venne distrutto nel rogo della biblioteca di Alessandria.
Venezia – Gennaio 2006 -Giunti in piazzale Roma scegliamo di proseguire a piedi fino alla Riva degli Schiavoni, punto di partenza per arrivare all’Isola degli Armeni, la nostra meta.
Abbiamo scelto di percorrere la lunga strada per assaporare ancora una volta lo spirito di Venezia, rifugio ideale, con il suo centinaio di isole, centoquaranta rii e quasi quattrocento ponti, per sognatori, poeti e pittori.
Con noi vi sono due armeni: Garabet Demircian e Sonya Shaghoyan. Il primo pittore di fama e la seconda infaticabile innamorata del proprio popolo e delle sue tradizioni.
Guide ideali per chi desideri visitare l’isola che custodisce tanto tesoro di cultura e mistero.
Camminando Garabet ci spiega che Venezia è differente da altri luoghi antichi infatti, pur essendo nata sulla paura delle orde barbare, che molte volte ne avevano insidiato l’esistenza, non presenta simboli possenti di difese, offrendosi al visitatore fragile e bellissima come se avesse voluto farsi scudo con l’arte delle sue costruzioni.
L’idea del pittore filosofo è suggestiva e la facciamo nostra anche se sappiamo che non è così, infatti la repubblica veneziana a sua difesa aveva la flotta più potente del mondo (il suo arsenale sfornava una nave da battaglia ogni quattro ore) ed il coraggio del suo popolo.
Raggiunta la Riva degli Schiavoni, dopo una breve attesa, saliamo sopra un traghetto. L’isola la raggiungiamo in una ventina di minuti. Sbarcati arriviamo all’entrata del monastero dove ci fermiamo un momento per leggere una lapide posta a memoria di Lord Byron.
Superato il portone ci accoglie il chiostro, una costruzione sobria, ricca di alberi e fiori e decorata da frammenti archeologici incastonati nei muri e da una statua romana.
A sinistra una chiesetta, a tre navate, illuminata da una serie di vetrate colorate, ci accoglie. La costruzione distrutta da un incendio nel 1883 fa ancora intravedere parti antiche. Una serie di finestre basse, sta ad indicare come il livello del pavimento della chiesa sia salito nei secoli di un metro e mezzo. Ci spiegano che, durante le cerimonie religiose, i lebbrosi assistevano, da quelle aperture, al rito rimanendo all’esterno per non contagiare i fedeli.
Usciti dal tempio ed accompagnati da Vahè, uno studioso armeno che passo, passo ci illustra quello che vediamo, raggiungiamo la Scala della Biblioteca ed il Vestibolo dove, incorniciate da stucchi settecenteschi ammiriamo tele preziose come l’Ultima Cena di Pier Antonio Novelli, Il martirio di santa Caterina di Rocco Marconi ed infine, sul soffitto un affresco di Giovan Battista Tiepolo. Nelle sale, protetti dentro delle vetrine, osserviamo oggetti di scavo, egiziani, orientali e romani, porcellane del ‘700, un pettine in filigrana dono di Napoleone alla moglie Maria Luisa ed una sciarpa usata da Daniele Manin. La nostra guida armena paziente ci fa visitare anche la stanza di Lord Bayron dove ammiriamo un suo ritratto. Infine giungiamo nel luogo che da anni abbiamo sognato di visitare, il centro della biblioteca. Questo è un sito dove il tempo sembra essersi fermato. Nelle vetrine climatizzate sono conservati migliaia di messali armeni finemente miniati (IX-XI sec.). In mezzo alle opere spicca una storia di Alessandro il Macedone del XIV secolo, contenente una traduzione in armeno, del V secolo, di un originale greco che venne distrutto nel rogo della biblioteca di Alessandria. Le pagine sono decorate con foglie d’oro zecchino e pennellate di un blu dal tono indescrivibile.
Chi ci accompagna ci racconta che nella biblioteca il libro più prezioso è un Vangelo dell’ottavo secolo.
L’emozione è grande ed il tempo per prendere visione anche solo di una minima parte della mirabile collezione è troppo poco. Così, con negli occhi ancora la vista dei codici miniati, prendiamo un traghetto che ci riporti in terraferma, mentre Venezia, sfodera un tramonto consolatorio dai colori Tizianeschi.
Durante il viaggio di ritorno Sonya e Garabet ci raccontano l’odissea delle loro famiglie e quella del popolo armeno che dovette subire, ad opera dei turchi, il primo olocausto del XX secolo, che cancellò due milioni di vite, memorie e tradizioni di una antica nazione, la cui cultura rappresentò per secoli una luce nella barbarie.
La storia di S.Lazzaro degli Armeni
L’isola, ospizio per pellegrini infermi nel XII secolo, quindi asilo per lebbrosi alle dipendenze dell’abate di sant’Ilario, fu poi abbandonata per alcuni secoli.
Nel 1717 venne assegnata a Manug di Pietro, un nobile armeno di Sebaste (Oggi Sivas, città dell’Anatolia). Il monaco, detto Mechitar (il consolatore) fuggiva davanti ai turchi. In Grecia aveva precedentemente fondato un monastero benedettino dove accoglieva giovani armeni istruendoli e facendoli partecipare alla diffusione della cultura armena nel mondo producendo e traducendo opere ascetiche, letterarie, scientifiche stampate nella tipografia poliglotta, fondata nell’isola nel 1789 ed ancora funzionante. Oggi l’isola continua ad essere asilo severo, romitaggio ideale per chi, dedicato agli studi, cerca rifugio dal caos della vita.
Il luogo fu frequentato da Lord Bayron, il poeta inglese, amico del popolo armeno che perì lottando per l’indipendenza della Grecia.
Il suo studio è ancora conservato con cura dai Padri Armeni. Il grande poeta volle apprendere l’antica lingua e partecipò alla creazione di una grammatica destinata agli studiosi inglesi. Il monastero contiene il più grande archivio Armeno nel mondo, con i suoi 250.000 libri antichi ed i 4.000 manoscritti, dei quali molti miniati e decorati con oro zecchino.
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