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Una Vacanza fuoriporta. (Laguna verde)

di Esottolineose Contatta l'autore

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“Una gita, vorrai dire!”
“Una vacanza.”
“La tua si chiama: gitafuoriporta. Una bella gita, indubbiamente. Ma pur sempre una gi-ta.”
Il fatto è che questa gente se non riempie due valige, non le fa passare sul nastro e non le raccoglie (almeno DUE ore più tardi!) su di un altro nastro (o sarà lo stesso? mi immagino sempre un rullo lunghissimo che attraversa i continenti e gli oceani…), non le raccatta, dicevo, con i manici bell’infiocchettati nei colori della air company, spintonando con discrezione fra la folla che si accalca al tapis roulant; se arrivati a questo punto, costoro, a migliaia di chilometri dalla loro tivù con salotto, non sentono parlare in qualche idioma poco familiare o del tutto sconosciuto, o del tutto conosciuto e familiare perché –non dimentichiamo- le tivù con salotto sono una finestra aperta sul Cielo di Sky, da dove piove il mondo intero; se non si sentono partecipi di questo andirivieni di parabole alate, di questa frenetica palpitazione del globo, allora non si sentono DAVVERO in Vacanza (con la maiuscola). Badate: anche quando cercano luoghi isolati e isole perdute, in realtà stanno battendo le strade del conosciuto. Insomma, se non è certificato, non è neppure Paradiso Terrestre. Così poco importa che a due passi dal nostro ipermercato di fiducia con parcheggio sotterraneo si muova lentamente un mondo incantato e insospettato (sisì, ho detto mondo). È troppo vicino. E comunque fuori dalle rotte patinate delle brochure. Una scampagnata. Una semplice, provincialissima gitafuoriporta.
Ok, come non detto. Spunto anche Giovanni dall’elenco e, poiché era l’ultimo, mi rassegno: ci vado da solo.
Lasciate che vi dica una cosa. Non ho volato sopra la mia casa, sopra il cane pulcioso dei vicini, il mare, le dolomiti e compagnia bella (e non ho scattato la cartolina di inizio viaggio –CLIC-, quella delle nuvole che sembrano chiare montate a neve – lo so, ce l’avete anche voi), ma questa mattina, quando mi sono avviato col motore spento e fresco di braccia – così da non muovere troppe onde e godermi Venezia dalla prospettiva dell’acqua-, bè, mi sono sentito davvero bene! solitario e incompreso, un po’ Cassandra e un po’ Cristoforo. E, dico la verità, mi sono gongolato. Ah, a proposito di grandi esploratori, ecco due bestioni appena alzati dal Marco Polo. Ronzano che è un piacere! Mi sa tanto che ci sono i miei amici lì dentro, organizzati con grandangolo e tele. CLIC CLIC a tutto spiano. Sorrido, non sia mai che esca fuori imbronciato. Giovanni, Andrea, Gigi e tutta la lista a ritroso: ma andate a quel paese!
Insomma ci sono più di cinquanta chilometri di laguna fra il Brenta e il Sile, e fino a dodici di profondità verso il mare. Sì, signori miei, mi sono documentato a dovere. Perché questa non è una gitarella! Comunque, informatevi pure voi sulle misure, fate due conti e quella è la superficie. Pulita. Ma dentro mica è liscio come l’olio! È un labirinto di isolotti, velme, barene, canneti e compagnia bella. Vi sto dicendo che è un mondo a parte (sisì, ho detto mondo), non sono cinquanta chilometri per dodici o quello che è. Quando ci siete dentro le misure si accorciano o si allungano a seconda che la corrente sia a favore o contro, se entra o se esce (perché quando si immette dai porti è più lenta di quando se ne va, a meno che non sia luna piena o luna nuova: allora è il contrario!); a seconda della profondità del fondale… mica è lo stesso se siete in Canal Grande o in un ghebo sperduto. Ok, stop. Sapete cosa sono i ghebi? Sono quei canali che si infilano nel fango delle barene, che se li guardate dal vostro aereo assomigliano a biscioni. Se vi avventurate in uno di quei passaggi, quelli più sperduti e remoti, eh, non sapete mica come va a finire, perché lì la corrente è una grazia di dio se arriva. E se vi incagliate, tanti auguri! Portatevi almeno un paio di stivali. Velme e barene sì, sapete cosa sono. Sennò consultate il…come si chiama? ma sì, quella specie di wikipedia cartaceo…l’ assiduo credente…il Devoto! Ecco, quello lì.
L’avete mica vista la mappa della laguna? È un disegno bellissimo. Ghirigori e dita che si attorcigliano senza mai toccarsi. Arabeschi; come quelli della Basilica. Seguite con gli occhi le lingue bi e tri forcute: non capirete più qual è terra e qual è laguna. E in effetti così è. Argilla ammollata e torbida acqua. Il confine dov’è?
Comunque (quindi!) io sono partito per un VERO VIAGGIO. Entrare in laguna è come rallentare il battito e perdersi nel sogno. Come venire inghiottiti da una bolla, dove il tempo scorre un po’ avanti e un po’ indietro, seguendo flusso e riflusso (savente e dozana –così si dice qui). Sisì, un’altra dimensione, tipo un buco nero o un triangolo delle Bermuda, solo che qui è pieno di colori e le barche fanno ritorno. Però non sarei del tutto sicuro che, vedendo partire la mia mascaréta a remi e motore (sempre dal vostro benedetto aereo), riuscireste a seguirne il tragitto: ad un certo punto, secondo me, sparirei magicamente deglutito dal passato. O dal futuro. Ma tanto non è una cosa che potremmo neppure verificare: sareste voi a dissolvervi in quattro e quattr’otto, incorporati dalla spuma degli albumi. - Cinture, nuvole (CLIC), cinture, Terra. Benarrivati-. Così di fretta, non avreste abbastanza tempo per seguire il miracolo. Boh! Vedete, a immergersi in questo quadro di Escher, uno diventa anche filosofo.

(Non volevo fare il saccente, ma, capitemi, ero preso da tutt’altra discussione. Perciò:
Velme: sono delle secche che si formano ai margini dei canali per via dei detriti trasportati dalla corrente, quella dei fiumi, da un lato, e quella del mare dall’altro. Queste correnti scavano i canali (appunto), ma al contempo accumulano sedimenti. Le velme emergono con la bassa marea.
Barene: quando l’accumulo di detriti supera il livello dell’acqua, le velme si ricoprono di vegetazione erbacea e cespugliosa e diventano barene.)

Ad ogni modo, diario di bordo. Oggi, 13 luglio 2008 h. 9.00, partenza da S. Giuliano. Canale di S. Secondo, diritto come una pista di lancio. Sulla mia destra filano i treni. Il Ponte della Libertà è una diga in mezzo alla laguna. Mi impedisce di vedere Porto Marghera, ma io so che c’è e, al di là della siepe – che tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude-, sedendo e mirando eccetera eccetera, io nel pensier mi fingo, come quando ero piccolo, mi figuro che quello sia un gran Parco Giochi, dove l’attrazione principale è quel viadotto che si inarca come un ponte su chissà quali acque (forse su un fiume di latte con le sponde di marzapane…). Ecco, che mi direbbero i familiari di quelli che se ne sono andati con una corrosione ai polmoni?! Bel Giardino dei Divertimenti, davvero. Vacci!
Ma non intristiamoci.
Avete carta e penna? Perché vi dirò un po’ di nomi, ma, se siete come me, vi usciranno dall’altro orecchio a meno di non fissarli. Siete come me?
Allora: passo il forte S. Secondo, isolotto dalla folta vegetazione, dieci centimetri di spiaggia di sassi, e le immondizie galleggianti che premono ai suoi fianchi; il tutto in pochi metri quadri di superficie (un microcosmo –un giorno scopriranno che è pure abitato! Signor Crouse, come trascorreva le giornate sull’isola? Bè, sa, non c’era da annoiarsi, dovevo procurarmi il cibo: andavo a caccia, pescavo e coltivavo i carciofi). Davanti a me il sogno, Venezia, mi accoglie con l’architettura fuorviante degli archi di S. Girolamo. Un moderno edificio rosa incollato al paesaggio come un fotomontaggio, coi tetti a spiovere, infilzati da una pioggia di comignoli troppo ingombranti, e diviso da tre archi. Bo? Non voglio neppure dire che siano brutti, ma, come biglietto da visita, è ingannevole. Ci passo accanto e non guardo. Punto gli occhi verso sinistra perché…eccola: Murano. Che volete che vi dica? Ho un appuntamento con i frati di S. Lazzaro (ti fanno visitare il monastero solo se ti prenoti), ma io sono in vacanza e (mi è preso così, senza pensarci) ho rivolto la prua dritta sull’isola di vetro. A dire il vero la chiamano “l’isola dei fuochi” per via delle fornaci che furono trasferite qui alla fine del tredicesimo secolo: i maestri vetrai erano sì molto apprezzati, ma succedeva spesso che, ehm… scusate, una scintilla accendesse Rialto che allora era fatta tutta di casette di legno. Dopo l’ennesimo incendio e un breve consulto la Serenissima, serenamente, decise: “Signori, molto belli i vostri cristalli. Tutti a Murano, grazie.”
Ho detto cristalli? Ad essere pignoli, di cristallo a Venezia si può parlare solo dal millesettecentoevattelapesca. Ci fu questo tale che era stato in Boemia e che, tornato a Murano con la formula segreta, aveva iniziato a forgiare lo specialissimo vetro, alla faccia dei maestri di antica tradizione. Bè, le prese di santa ragione. L’invidia, ragazzi, è una brutta cosa. Del resto ho letto da qualche parte che lo spionaggio industriale era già all’ordine del giorno. Per esempio, a un certo punto in tutta Europa imperversava la moda della porcellana. L’avevano inventata i cinesi secoli prima, ma adesso la fabbricava in Germania un alemanno che, chissà come mai, conosceva la “ricetta”, ed era l’unico in tutta Europa. Il solo custode del millenario sapere orientale. Bene, state a sentire. La nostra adorata Serenissima assoldò da tutto il mondo conosciuto alchimisti e chimici, li stipò davanti alle fornaci, fece l’appello, distribuì panini e bibite e assegnò loro il compito: dovevano cavarne una bella teiera bianca. Quanti erano, così come per la Coca-cola, non ci fu verso.
Torniamo sulla mia barca, però. Sapete, io sono un tipo di poche parole in genere, ma, quando mi prende bene, posso blaterare per ore. E, siccome sono in vacanza, mi sta prendendo benissimo.
Non posso non dirvi che, puntando Murano, sulla mia destra fluttua come un miraggio, cullata dalle onde verdi, S. Michele, l’isola dei morti. Il cimitero galleggiante. Io spingo sul remo e guardo avanti. Ma un brivido mi attraversa. Non so, è più forte di me. Non è che stia lì a pensare agli spiriti e al mondo delle tenebre. Voglio dire non sono uno fissato con l’occulto, io. Però l’idea di questa zattera stipata di maceri e carcame, di vite trapassate, di affetti spezzati, che ne so?, mi da una sensazione indefinita di ghiaccio. Forse è il fatto che questo campo di terra smossa sia circoscritto dalle maree a renderlo così magnetico. Tutti i cimiteri sono confinati, e la cosa è importante, davvero. Immaginate di abbattere gli steccati, le mura di cinta dei campisanti. Avreste una sensazione di smarrimento perché sarebbe come togliere il confine tra la vita e la morte, tra il quotidiano e l’ inesplorato. Dentro: il luogo del mistero – la terra qui è sacra e orrenda allo stesso tempo. Ma basta un passo e siamo salvi, fuori, aggrappati al suolo ordinario, polveroso e innocuo. Fin qui ci siete? Riesco a rendere l’idea? Immaginate adesso di scavare intorno al perimetro del cimitero, in profondità, e raccoglierlo in una grande zolla. Ora depositatela lì, umori e vermi, in mezzo a una pozzanghera di laguna, fra le fondamenta nuove e l’isola di vetro. Bè, non vi fa più effetto così? Dentro: il luogo del mistero. Ma per uscire non basta un passo. Dovete aspettare il 41. Capite, non è paura dei fantasmi, per carità!
Stravinskij, non guardarmi, per favore!
Spingo di braccia e passo oltre i cipressi che spuntano ordinati dalle pareti rosa di S. Michele. Entro nel canale che, non a sproposito, si chiama degli angeli. Non mi fermerò a Murano, voglio solo passarci attraverso, violare con il remo il riflesso delle case dentro i canali.
Invece mi sono fermato.

Ho camminato per la fondamenta delle fornaci che ora sono show room (si dice così, no?). Bicchieri, vasi, statuine, gondole, lampadari, putti; tutto in vetro soffiato. Credo che, a ben cercarli, trovereste anche i sette nani. “Seguitemi nel retro” vi dirà il gestore, sottovoce e con fare complice. “Questo lo riservo a pochi intenditori” con gli occhi lucidi di orgoglio.
Che bella mattinata, però.
Colazione.
Una brioches senza cappuccino è come una barca in secca, mi dico, vecchio marinaio che sono! Allora ho varato il cornetto ripieno nella spuma del latte. Niente di che, davvero. Ripieno da certe parti significa svuotato dell’interno. Era meglio se prendevo un zaeto o un bussolà. Zaeto è un biscottone fatto con farina di polenta gialla (appunto). Nell’impasto c’è l’uva sultanina e sopra una spruzzata di zucchero a velo. Il bussolà è di farina di grano tenero, però è più duro. A meno di non prendere quelli da un etto l’uno che allora sono morbidi dentro. Hanno forma circolare con il buco in mezzo, tipo salvagenti. Ne ho visti perfino da un chilo! Non proprio adatti per il the delle cinque. Poi ci sono le esse, il pan del doge. E i baicoli. Comunque, non divaghiamo sulla pasticceria veneziana. Non sarà un cornetto a rovinarmi la giornata.
Riprendo la barca e via. Ci passo in mezzo, all’isola dei fuochi o di vetro o come volete chiamarla.
Se vi capita di venirci, visitate il Museo Vetrario al Palazzo Giustiniani. Potrete seguire l’evoluzione di questa effimera arte a partire da ritrovamenti di scavo fino ai piccoli amici di Biancaneve.
E poi non perdetevi la basilica di Santi Maria e Donato. Vi piace il bizantino? Qui sulle isole, lo sapete, no?, l’ Oriente è di casa. Due parti di Dalmazia, quattro di Bisanzio allungato in uno spruzzo di ellenico, il resto è succo di venetico. Agitate e servite con una foglia di menta. Ed ecco, potete gustarvi la basilica venetobizantina di Murano. Adesso arriva un fulmine... Santa Maria, Santo Donato, chiedo venia.
Per farla breve, la chiesa fu fondata nel VII sec., ma quella che vediamo noi è medievale. Sul pavimento, infatti, è scritto: 1140.
Andate a vedere anche la Chiesa di S. Pietro e Martire. Napoleone, per esempio, lui ci andò. Carino! Disse. E portò via tutto quello che ci stava in portabagagli. Era un vizio per lui. Ognuno ha le sue manie. Io, per dirne una, non riesco ad aspettare gli altri quando arriva il piatto. Magari mi trattengo ma, come minimo, col cucchiaio smusso ai bordi il risotto. Lo so, è maleducazione, ma, come dicevo, ognuno ha le sue. Ad ogni modo, poco più tardi, S. Pietro e Martire fu riarredata con suppellettili recuperati dagli sgombri di altre chiese e monasteri andati distrutti. Giusto per riciclare, al risparmio, qualche Tintoretto, Veronese, Palma il giovane. E due Bellini. Per fortuna il signor Bonaparte non ebbe occasione di ripassare.
Il canale è levigato come la forcola. E io scivolo su questo pattino. Ci passo dentro, all’isola di fuoco. L’accarezzo appena. Come faccio a volte con Lisa. Con lo sguardo. Non oso toccare per paura di rompere quell’attimo di cristallo. Ho detto cristallo? Bè, vi ho già raccontato la storia di quel signore che tornò a Murano dopo un viaggio in Boemia? Mi pare di sì. Io parlo parlo e poi non so più a chi ho detto le cose. Comunque. Ci passo attraverso all’isola di cristallo. Non so perché, mi ricorda Lisa. E mi sento bene.
Un po’ malinconico, forse.

Sapete come si dice: il bello di viaggiare non è la meta, è il cammino. Una cosa del genere. Proseguo, come alla deriva. Mi son detto: echissenefrega, io mi godo la laguna. Il ritmo della fatica sulle spalle; lo sciabordio del remo; i tonfi leggeri della chiglia. In questo modo ho solcato, senza quasi accorgermene, il canale Bisatto, costeggiando – sul fianco destro, che guarda Oriente - la Palude S. Giacomo. Mi sono immesso nel Canale Scomenzera che conduce a Nord: Mazzorbo, Burano, Torcello; e, al di là, quel groviglio di insenature e arzigogoli che è la Laguna Settentrionale, giardino di mille uccelli. A Ovest, il mio fianco mancino, la Palude del Monte. E, sulla linea di gronda, l’aereoporto Marco Polo. Lontano, per me che sono una piccola barca. Piccola e vicina per chi si sta sollevando, in questo istante, forte di propulsione a getto. Voga, rematore, voga! Ma dove sto andando? Echissenefrega! Voga. L’aereoplano è un vettore contro la gravità; e io premo sul legno di leva . Alla mia destra, che guarda Oriente, sguscia l’isola di S. Giacomo. Voga, barcaiolo. Dai, fino allo Scoglio del Rosario. L’aereo è già in quota. Tuffa la pala, fino a Madonna del Monte. Lo sento rombare, ma non lo vedo più, nascosto da una nube.
Basta.
Ho acceso anch’io i miei poveri cavalli.

Madonna del Monte ha un aspetto lugubre. Sinistro sotto il sole di mezzogiorno. Non voglio pensare che effetto faccia al chiarore della luna. Isoletta costituita da due lembi di terra un tempo collegati da una striscia che ormai è del tutto sommersa. È abitata. Pantegane e spettri. Ci giro intorno con il motore al minimo, spossato dallo sforzo, con le vene in rilievo che pulsano sulla fronte. Respiro in affanno. Sono io il fantasma.
I ruderi che torreggiano infausti sono di una polveriera militare costruita all’inizio del secolo scorso. Ma questa, come tutte le isolette, fu sede di ospizi e monasteri. Frati, badesse, appestati… non chiedetemi in quale successione, però. Invece posso dirvi che il nome dell’isola nel tempo cambiò proprio a seconda di quale convento vi era insediato. Il nome più antico che si conosce, per esempio, è S. Nicolò della Cavana. Solo in seguito fu battezzata Madonna del Monte o Scoglio del Rosario. Ma soprattutto, ho letto, qui si trovano tracce dell’Antica Roma (resti di recinzioni o qualcosa del genere). Questo proverebbe che esistono insediamenti anteriori alle invasioni barbariche. Perché Venezia, e tutte le isole, furono colonizzate dalle popolazioni venete che scappavano dagli Unni e dai Longobardi. Erano anni duri, quelli; fra il Quattro e il Seicento. La scuola dell’obbligo non era ancora stata inventata e la maleducazione barbicava. C’era poco da mediare con tipi come Attila. Quanto zucchero, signor barbaro? Un zaeto col caffè? Poche cerimonie, quello lì! Scampemo, Luisa, scampemo! Luisa non so chi fosse, ma c’è una canzone. Parla di lei e di questi che arrivano spaccando tutto. Scampemo, Luisa, dice.
Mi sono ripreso. Stavo per dar di stomaco. Che non è bello da dire, figuratevi da fare.
Si vede il campanile di Burano da qui. Piantato come un giavellotto olimpionico. Obliquo.
Ma faccio retrofront. Perché voglio girare intorno anche a S. Giacomo in Paludo. La sua storia è simile: monaci, suore, lebbrosi. Anche qui non rimane nulla delle antiche costruzioni e, ancora una volta, le mura decrepite sono di un presidio militare del ventesimo secolo. Mattoni rossi spaccati e invasi da piante infestanti che hanno nomi tipo erba vetriola, romice comune, rovo turchino (questo ha un che di magico, sarà per via della fata); oppure ailanto, topinambur; e ancora saeppola candese e cremisina uva-turca, che danno un tocco di internazionalità a quest’isola dimenticata. Ora penserete che sono un esperto di botanica. Nessuno di voi osi insinuare che ho copiato i nomi da un libro! I topinambur, quelli li conosco bene. Sono fiori dal lungo stelo. Se ne mangiano le radici, simili a patate, ma con più protuberanze. Costano l’ira di dio, ma nascono numerosi e selvatici vicino ai fossi. Hanno qualche effetto collaterale. Vi racconto questa. Primo appuntamento a cena con una ragazza. Cucina lei. Mi prepara giustappunto i topinambur. Non li conoscevo ancora. Buoni! Dico. Grazie, fa lei. Dopo un po’ cominciano i problemi… No, ho deciso che non ve la racconto più. Sarebbe una caduta di stile.
A proposito di S. Giacomo, invece, gira questa leggenda. Quando l’isola fu definitivamente abbandonata da ogni genere di consacrati, venne ad abitarvi uno sfaccendato al quale però dobbiamo riconoscere un certo ingegno. Per mendicare alle barche di passaggio aveva escogitato una lunga canna dalla quale penzolava una sacca per le offerte. Un pescatore d’oboli.
Oggi vi sono dei cartelloni pubblicitari tutt’intorno all’isola. La stanno per recuperare. Non so che ci faranno, ma consola sapere che non tutto viene lasciato alle ortiche. Nel vero senso della parola.
Ripercorro i miei passi. Dovevo essere a S. Lazzaro degli Armeni due ore fa. L’isola è dalla parte opposta, oltre Venezia. A volte sono proprio un genio a seguire i miei impulsi! Non ho pianificato nulla sul tragitto perché mi piace così. Selvaggio. Però adesso mi tocca fissare un altro appuntamento. E non ho ancora messo niente sotto i denti.
La solita storia! Dove avrò cacciato il numero, adesso?

“Deve prendere la linea 20 da S. Zaccaria. Se ce la fa, col vaporetto delle 14,45 non serve appuntamento, è l’unico orario libero. Sa dov’è S. Zaccaria, vero? Dalla riva di S. Marco, guardando S. Giorgio, a sinistra verso S. Elena, fa il ponte ed è lì, a S. Zaccaria, linea 20 per S. Servolo e S. Lazzaro” “Arrivo in barca” ho risposto io. Ma avrei voluto chiedere altre indicazioni, così, solo per ripassare tutto il calendario e la sua schiera di beati. Ho riacceso il motore e guidato verso sud. Ho passato S. Servolo, l’ex manicomio che ora ospita la Venice International University. Come lo dico bene! C’è proprio una Fondazione S. Servolo che gestisce le attività culturali dell’isola. Perché fanno un sacco di altre cose. Tipo le Scuole di Arti e Mestieri; oppure il Museo della Follia che raccoglie materiale appartenuto all’ospedale psichiatrico, chiuso a fine anni settanta. Ve le ricordate tutte quelle storie sull’elettroschock? Mi si accappona la pelle. Al solo pensiero.
Finalmente ti approdo a S. Lazzaro degli Armeni. Giusto in tempo. Il battello delle 14,45 ha appena vomitato una ventina di turisti sul piazzale davanti al monastero. All’estremità rivolta verso Venezia c’è una specie di torrione con grande terrazza. Immagino che lì i frati si ritrovino a sgranare lodi, contemplando la laguna. E a prendere il sole. Non so, è permesso loro?
Piccola e dovuta formalità di sei euro e, col biglietto in tasca, tutti dietro alla guida. Che poi è uno dei frati. Ci porta subito nella chiesa e chiede la nazionalità dei presenti. Dice che parlerà in italiano e in inglese. Niente francese. Invece poi: italiano, inglese, francese e armeno. Quest’ultimo a beneficio di una coppia russa, ma, immagino, con particolare soddisfazione personale. Certo, ragazzi, che cultura! Mi sento piccolo piccolo, io che durante l’ora di inglese…bè, cosa facevo? (“B7”. “Affondata!”)
Lui si chiama padre Mesrob e la congregazione di cui fa parte è quella dei frati Mechitaristi, dal nome del loro fondatore, Mechitar che arrivò qui, in fuga dai turchi, all’inizio del Settecento. Mechitar significa il Consolatore.
La chiesa è in stile gotico, precedente alla venuta del frate. Gli Armeni però l’hanno “personalizzata” incollando alle pareti mosaici dorati e dipingendo la volta di turchino. Al soffitto hanno anche incastonato una miriade di stelle a sei punte, cosicché ad alzare gli occhi pare davvero Mille e una notte caucasica.
Poi siamo saliti al piano superiore che ospita un piccolo museo e una biblioteca.
Ci trovate un sacco di cose interessanti compresa una mummia regalata ai frati da non mi ricordo chi, ma che comunque –dice padre Mesrob- è quella conservata meglio in assoluto. Che rarità. Ma che se ne faranno i frati armeni di un egiziano impagliato? Certo che i preti, a regalarli le cose, prendono proprio tutto! Affianco all’ imbalsamato c’è anche un fazzolettino chiuso in quattro dove dentro –dice padre Mesrob- è conservato il cervello dell’amico faraone. Sarà vero? È che è davvero piccolo – e non si è risparmiato la battuta, il frate. Comunque, interessante. In verità la mummia non è un faraone, ma un ministro del. Chiunque fosse, vi giuro: un bel sorriso! Ha conservato intatta tutta la fila di denti a beneficio dei posteri. Uno che guarda al futuro con ottimismo, insomma.
Poi trovate altre cose. Che so, la spada dell’ultimo re armeno che era francese e infatti morì a Parigi nel vattelapesca ; su un soffitto un affresco tondo di Tiepolo che riproduce, in sembianza di due donne, la Pace e la Giustizia sedute sulle nuvolette in mezzo al cielo. Padre Mesrob, a cui piace scherzare, ha detto che, anche ai tempi di Tiepolo, pace e giustizia non erano di questa terra. Io, che volevo rubargli la platea, ho commentato che in effetti la Pace era voltata di spalle e la Giustizia aveva un ghigno triste. Tutto vero, soprattutto l’espressione della signora che tiene in mano una stadera piccola piccola, poco credibile come bilancia per soppesare le gravità del mondo. Il pubblico italiano mi ha premiato con una risatina, ma padre Mesrob non sembrava affatto indispettito. Russi e francesi non hanno capito (Padre, vuole tradurre alla morettina con gli occhi verdi? Per favore! “D8” “Acqua. E tu sei scemo!”)
Ma il vero tesoro di questa congregazione è la biblioteca. Mi pare, ventimila tomi. Parliamo di roba del Cinque-Seicento, no dell’edizioni Paoline! (con tutto rispetto, eh). E infatti la parte più preziosa è custodita in una stanza-cassaforte che è circolare e ha un lucernaio al centro del soffitto da dove partono una serie di assi in legno che arrivano a due metri da terra, cosicché, da sotto, pare quasi un pozzo (“Aiuto! Sono quaggiù…”). Roba degli anni Sessanta. Qui troverete, oltre a codici e preziosi tomi illustrati, il primo libro stampato in caratteri armeni. Ah già, non ve l’ho detto? Ma lo saprete già di sicuro: gli armeni scrivono con segni diversi dai nostri. Il loro alfabeto ha trentotto suoni. Fu un certo San Mesrob (ecco, anche lui) ad inventare questi segni, nel quinto secolo d.C. Lo troverete raffigurato sulla vetrata dell’altare maggiore nella chiesa che vi ho sommariamente descritto prima. Ci sono tre santi. Lui è quello di destra.
E poi c’è il chiostro che è davvero delizioso e ben curato. Invita alla riflessione, alla fratellanza, alla pace e a tutto ciò a cui un chiostro che si rispetti deve invitare. Suggerisce amore. Sorrido alla morettina che parla solo francese, inglese e forse aramaico e swahili. CLIC-CLIC. Mi sento un idiota.
Sulla guida consigliavano di fare un giro nei giardini che circondano il monastero. I mechitaristi vi coltivano rose. Pare che con i petali profumati facciano una marmellata strepitosa. Ma quando esco dall’edificio rosso, dopo aver salutato e ringraziato l’istruito e gentile prete , trovo tutto chiuso. Allora mi accontento di salire sulla torre-terrazza. Tolgo la maglietta –si potrà? Guardo il bacino e mi scaldo al sole. Le barche increspano la laguna e disegnano onde. Appoggio il mento e le seguo, le onde, mentre piano si allungano e quasi si spengono. Mi perdo nei miei pensieri. E… rimango così, appeso a questo miraggio di beatitudine.
Ho fame.

Ci sarebbero questi francescani che abitano una falda alberata fra Burano e la punta nord di S. Erasmo. È l’isola di S. Francesco del deserto. Non c’è modo di arrivarvi coi mezzi pubblici. Per me non è un problema ovviamente, ma, se ci voleste andare un giorno, e non avete un mezzo proprio, sappiate che li dovete chiamare al telefono e loro, voga voga fraticello, vi vengono a prendere. A Burano o a S. Erasmo. Volevo vedere la loro isola che dicono bellissima, ma mi frulla questa mezza idea di chiedere anche ospitalità per la notte. Non li ho avvertiti però. Non so. Se ci si ferma bisogna seguire i loro orari. Compresi quelli di preghiera. Non mi spaventa alzarmi all’alba, ma, in verità, questa vacanza per me è sì una sorta di ritiro spirituale, di diversa natura però. E poi resta il fatto che non li ho chiamati. Dormire, per quello sono a posto comunque. Ho prenotato a S. Erasmo. E, a dirla tutta, non mi va neppure di scialacquare le mie finanze inutilmente. È che ho letto solo adesso che il convento è chiuso alle visite il lunedì. Domani. Poi, martedì mi piaceva scendere verso la Laguna Sud. Le valli intorno a Chioggia. Bo?
Se un giorno farete una vacanza in laguna, simile alla mia, pianificate. Bel suggerimento! È ovvio! Per la gente che ha un po’ di buon senso. Non per avventurieri come me.
Faccio così: adesso ci vado e vedo che succede. Ma il motore non risponde. Grande! Ci riprovo. Nessun esito. Dal cuore sgorgano due paroline che, adesso, su due piedi, non ricordo bene. Ok, sangue freddo. Conto fino a dieci e ricomincio. Tutto da capo, comprese le trivialità. Poi faccio l’unica cosa che posso: sgomito di remo. Come se non avessi sbracciato abbastanza per oggi…
Via, di nuovo verso Nord. Stesso percorso, stessi canali, segnati dalle stesse briccole. Idiota disorganizzato più che avventuriero.
Però è bello il tragitto. Davanti a me, ore dieci, la Giudecca. Ore undici, S. Giorgio. E al di là c’è il canale di S. Marco e vedo il campanile. A destra c’è il Lido, il confine orientale di questo mondo (sisì, ho detto mondo). È la barriera contro il mare. Entro nel Canale delle Navi costeggiando la coda della città impossibile (sapete, Venezia è un pesce). Ore quindici, la Certosa. Poi, sempre a destra, le Vignole. E via, ancora nel Canale Scomenzera.
Sono ripassato accanto ai fantasmi di S. Giacomo e Madonna del Monte. Sulla destra la palude e la grande striscia di S. Erasmo. A sinistra l’altra palude e la terraferma. Ancora aerei, su e giù a scolare gente. Dietro di me l’isola dei fuochi e, oltre, nascosto, il cimitero galleggiante. Ancora più indietro, il fianco curvo e regale di Venezia. Di fronte vedo Mazzorbo e Burano. Ma viro a destra nel Canale di S. Francesco che conduce all’omonima isola.
Hei, di casa, c’è nessuno? Niente. Fraticelli, soccorrete un pellegrino sfiancato e affamato! Saranno a dir messa? Bo.
Ci sono alberi ovunque qui. Pini e cipressi. Uno di questi lo piantò S. Francesco in persona. Così si dice. Ma dove sono finiti i frati?! Cioè, si racconta che, sbarcato qui per mettersi al riparo da una tempesta, Francesco abbia piantato in terra il suo bastone. Il quale germogliò. Sapete, il giocoliere di Dio… Che fame! Potrei scendere lo stesso. Non è casa mia, però. Che ci facesse il frate d’Assisi qui in laguna, è un mistero. Bhà, tornava dall’Oriente su una nave veneziana. Sarebbe da verificare. Se siete a casa, date un occhio in rete. Eh, mi stona l’idea di Internet se mi guardo attorno. Però… Ho bisogno di zuccheri, Santo Cielo! Però so di certo che questo luogo così appartato dal mondo, per sua natura di isola e per sua natura di convento, ha un proprio Sito Internet. Sissignori. Con tanto di homepage e links a portata di mouse. Non dico sia sbagliato. Mi diverte, però. Sorella Pagina e Fratello Web. Non sono blasfemo. Penso ai tempi. Che cambiano. Finirà, la messa! Altro che pace qui! Non c’è segno di vita. Che faccio? Me ne vado? Ci riprovo col motore. E quello, ma tu guarda!, si risveglia. Grazie, dio. Mi allontano (visiterò il portale, promesso; ché qui c’è un chiostro trecentesco e io adoro i chiostri trecenteschi!). Mi allontano perché non sono più dell’umore (la carne langue). Pazienza.
Sorella Pazienza.

A S. Erasmo c’è un unico albergo. Non è propriamente un albergo, ma, insomma, è un posto dove puoi prendere una camera. Te la danno singola, doppia, tripla. O quadrupla. Non è neppure propriamente un ostello. Si chiama “Il Lato Azzurro”. Lo posso dire perché tanto non c’è concorrenza sull’isola. Si trova sulla sponda meridionale, verso la punta, nei pressi della Torre Massimiliana che è la sola testimonianza muraria del passato degna di nota. Cominciarono a costruirla i francesi di Napoleone, ma la completarono gli austriaci. Ricordate qualcosa? In quegli anni si litigavano l’osso e se lo strapparono di bocca più volte. Ma poi c’era anche questo vento di idee liberali. Nella torre si rifugiò Massimiliano D’Asburgo durante un’insurrezione. Il Risorgimento. Ne so poco nulla, dico la verità. Recentemente la torre è stata restaurata e la usano per esposizioni d’arte.
S. Erasmo è famosa per gli orti. Su questa terra umida di laguna crescono carciofi eccezionali. Sono piccoli, ma squisiti. Li chiamano castrare e maturano a fine aprile, giusto per la festa di S. Marco.
L’isola in epoca romana era oasi di villeggiatura per l’aristocrazia di Altino. Se eri ricco, a quei tempi, come minimo ti facevi la villa a S. Erasmo. Tipo Porto Rotondo o quei posti là. Oggi non rimane traccia di queste residenze estive. Il fatto è che smantellarono tutto, pezzo pezzo, per riutilizzare i materiali nella costruzione di Venezia. Del resto così fu per Altino: riciclarono ogni pietra quando (scampemo, Luisa!) se la diedero a gambe. Si rifugiarono prima a Torcello e la edificarono con i sassi di Altino. Poi si stava stretti, tutti ammassati lì. Figuriamoci, veneziani gran signori, si dice da queste parti. La malaria e chissà cosa e allora tutti a migrare sugli arcipelaghi del “Nuovo Mondo”. Di rivendite edili neppure l’ombra. Quindi giù a depredare Torcello delle pietre. Costruiamo Venezia! Eh, i materiali erano buoni. Rocce d’Istria e tronchi del bellunese. Mica come oggi che ti indebiti fino al collo per una casa fresca di malta e dopo un anno hai le infiltrazioni fino al soffitto! Comunque, i muri di queste ricche case romane di S. Erasmo ora li trovate, un mattone qui, un laterizio lì, fra le calli di Venezia. Chissà se un giorno costruiranno una città con il solaio di Briatore.
Ad accogliermi al Lato Azzurro c’è una ragazza spagnola. Fa l’insegnante di filosofia al suo paese. Ma l’estate viene qui e lavora con i suoi amici che sono di ogni nazionalità. Ha studiato in Italia per un periodo. E ha lasciato il cuore su quest’isola. Così, ogni volta che può, lo ricongiunge a sé. È gentile e simpatica. Ti fa venir voglia del mondo. È un dono che hanno alcune persone. Io non so se ce l’ ho, per esempio, ma vorrei tanto. Metto giù lo zaino e poi mi incammino, sebbene sia stanco, verso l’unico ristorante. Non è così vicino. Il sole all’orizzonte chiude il suo arco e pare disfarsi nell’acqua ed evaporare con fumi rossi nel cielo trafficato di Tessera.
CLIC. Tramonto porpora con briccole e sfondo di aviogetti.
S. Erasmo è lunga circa quattro chilometri. Non so quanti ne faccio per arrivare, ma comunque… passi che è dalla parte opposta, il punto è che pullula di persone. Vengono qui anche dalla terraferma. “Ha prenotato?” mi chiede qualcuno. Certo! Ma il mio nome non risulta. Che strano! Faccio io. Niente, non se la beve. Magnifico! Quanti erano? Non so, ma li cammino tutti a ritroso. C’è l’Osteria ai Tedeschi, mi dicono. È solo un bar, ma il fine settimana fanno la pizza. È giusto lì, dopo la Torre, a due passi dal Lato Azzurro. Che dire? Sono più stanco che affamato ormai. Però, prima di stramazzare sulla branda, non posso non accorgermi dello spettacolo che questo giorno che muore mi sta regalando. Mi viene in mente che oggi è il mio onomastico, per quello che vale. In laguna si specchiano tutte le luci. Quelle del cosmo e quelle degli uomini. Mi sono fermato a contemplare il Mondo e il Cielo in questa pozzanghera. E ho visto cose che non saprei descrivere. Vi giuro, sembrava di galleggiare in una bolla spaziotemporalmente sospesa. Non mi sarei meravigliato se si fossero avvicinati i Longobardi o i Templari (ohiohiohi). Oppure i marziani. Infatti li ho sognati. O meglio: ho sognato un essere che li incarnava tutti e tre, con capelli lunghi e puzzolenti, una bocca mezza sdentata e mezza cariata; brandiva uno scudo con una croce. Però era verde e aveva le antenne. Bha…poi dice che il digiuno fa bene.

Stamane ho acceso il cellulare. Si sa mai che possa intercettare segnali provenienti dal medioevo o dal futuro o da un’altra galassia. Invece, meglio ancora. Ma che fine hai fatto?Ho preso qualche giorno, sto arrivando a Mestre. È Lisa! Lisa dall’occhio blu. L’altro è grigio. Non mi credete? Sul serio: ha un occhio blu e uno grigio. Se le guardi il destro ti perdi nell’abisso del mare, ma se sposti l’attenzione di pochi gradi a sinistra, quel che basta per incrociare l’altra pupilla, allora ti ritrovi nel bel mezzo di una bufera invernale. Lisa. Voi non la conoscete, ma, vi ho già parlato di lei? È una donna fantastica! Non c’è niente fra di noi. Voglio dire, non è mai successo niente. È che lei…che ne so? Benedico tutti gli amici della lista per aver preferito qualunque altra cosa alla mia compagnia e avermi lasciato campo aperto. Ok, torno indietro a prenderti. A che ora arrivi?porta l’autan… La comunicazione via sms è un’epitome.

“Tu sei matto!” mi ha detto. Ma, visto che sorrideva, era un bellissimo complimento. “Comunque non posso partire così. Lasciami qualche ora che mi organizzo.” Aspettare te, Lisa, non è mai tempo perso.
Ne approfitto per ripassare un po’ di storia sulla mia guida. Per esempio, ve lo avevo detto che l’isola di S. Lazzaro era un lazzaretto? Bella! Direte voi. Roba da parole crociate. Va bene, ma io non c’ero mai arrivato che quello è il santo protettore dei lebbrosi. E comunque adesso vi stupirò. Perché secondo qualcuno pare che la parola abbia un’altra derivazione. Il primo lazzaretto al mondo sorse proprio a Venezia, nel 1423, con un decreto del Senato che adibiva l’isola di Santa Maria di Nazareth a ricovero dei contagiati. Il triste luogo, che ora si chiama Lazzaretto Vecchio, e che è vicinissimo a S. Lazzaro degli Armeni, fu battezzato Nazaretum da cui poi Lazzareto. Tiè.
Altre pillole?
Ok. Ne ho una sui viaggi organizzati.
Erano gli anni delle Crociate. Tutti eccitati da fervore religioso volevano baciare la Terra Santa e rotolarvisi sopra. C’era da scommetterci: i veneziani ci videro una montagna di soldi. I legami commerciali della città con l’Oriente giocavano a favore, così come la sua posizione. Insomma, Venezia era un ottimo punto di partenza per i pellegrini. Che qui trovavano tutto organizzato: alloggio, cena a lume di candela (bè, nel 1200 c’era poco da scegliere), biglietto d’imbarco e rifornimento di tutto l’ occorrente per affrontare il mare, compresi i cachet contro il vomito. Dovevano solo scegliere a chi affidarsi. Decisione tutt’altro che irrilevante visto che si rese necessario l’intervento del Maggior Consiglio a regolamentare la materia. Pare che qualcuno ogni tanto venisse caricato, con tanto di raccomandazioni e auguri di buon viaggio, su una bastimento che fermava a Pola (dico per dire). Buon sangue non mente.
Ad ogni modo questo ardore cristiano produceva tanta di quella ricchezza che non ne avete idea. In città avevano messo le tende anche tutti quegli ordini cavallereschi…ma sì, sapete, come i … Templari. Ohiohiohi! A sentirli nominare mi si chiude sempre la bocca dello stomaco (grazie, grazie davvero, Dawn Brown!)
Leggo: il prezzo per la crociera in Terra Santa poteva arrivare anche a 50 ducati (sistemazione in coperta, piscina- sdraio, pianobbar -ndr). Bha, chissà quanto fa in euro…

Quando è arrivata Lisa, dritti a S. Erasmo. Al Lato Azzurro noleggiano le bici. A saperlo ieri sera… Quattro euro l’ora, si può fare. Passiamo vicini alla Torre e arriviamo all’Osteria ai Tedeschi che è giusto dietro la punta e guarda la laguna dal lato est. Da qui si vede la costa del Lido, quella di Punta Sabbioni e il mare che ci passa in mezzo. Il bar scende direttamente sulla seca del bacan, una vera spiaggia, con gli ombrelloni, la sabbia e i bambini che la plasmano nei secchielli e nelle sagome. La Rimini dei veneziani.
L’aria è salmastra e mette voglia di pedalare. Mi viene in mente Giovanni. Avrebbe ragione, in questo caso, a parlare di scampagnata. Tutti in bici a seguire il periplo dell’isolotto, circondati dalle coltivazioni. Grano, girasoli, castraure, asparagi, pomodori; e, lungo i fossati in parte alla strada, fichi. Neri e bianchi. Peccato non sia stagione ancora. E mentre correte pigiando sui pedali, se alzate lo sguardo al di là dei casolari, vedete luccicare la laguna e sul filo dell’orizzonte stagliarsi inconfondibile, e per niente lontano, il campanile più famoso al mondo. Da non credere! Pannocchie con vista su S. Marco.
Ci siamo spinti a nord, collaudando le bici nelle buche dello sterrato che corre sul fianco est dove la laguna si addensa nel fango. È la zona più selvaggia. Poche case, milioni di moscerini.
Poi sull’asfalto abbiamo incrociato le api. Quelle a tre ruote. Ce ne sono tantissime a S. Erasmo. Abbiamo fatto a gara. Abbiamo parlato. Abbiamo dormito all’ombra delle foglie. Abbiamo riso di qualsiasi cosa. Siamo stati in silenzio. Ma, anche a stare zitti, eravamo insieme.

Oggi è lunedì. L’unico ristorante dell’isola è chiuso. Anche Ai Tedeschi non fanno pizze il lunedì. E poi chi la vuole, la pizza? Cena alle Vignole.
“Ma santiddio! Sei capace di aspettare?” mi rimprovera Lisa. E io rimango col cucchiaio a mezz’aria, colto in flagranza di appetito. “Scusa”, ma sta già parlando d’altro, la gioia del mio cuore.
È tutto perfetto, stasera. Il risotto di pesce, la pergola, il bianco della casa (sincero e asprigno), il tramonto. E questa donna. Che non è la mia donna. Credo… Ha un occhio blu come il mare. E uno grigio come il cielo in Irlanda. Io in Irlanda non ci sono stato, ma me lo immagino così, il cielo. Oppure, se preferite, grigio come la bufera. C