Tre itinerari alternativi
di LEODIUS

Vota per questo racconto / guida turistica!
Scegli la dimensione del testo per visualizzare questa guida:
UN ITINERARIO IDEALE NELLA CITTA’ DI DANTE E SHEKASPEARE
di Uberto Tommasi
Volendo suggerire una via diversa per capire la città, proponiamo al visitatore un itinerario a misura dell’uomo e dei suoi sogni
Immaginiamo di raggiungere con un visitatore ideale la piazza d’armi di Castel San Pietro, sulla collina che sovrasta Verona, dalla quale si gode la vista panoramica della città con il suo fiume, le sue chiese ed i suoi campanili e di scendere con lui i vicoli medievali sorti sopra le rovine retiche e poi romane. Prima di lasciare la gran terrazza sforziamoci di perdonare gli architetti che, durante la dominazione austriaca, coprirono con una caserma, il tempio di Iside, i resti dell’Oppidum romano, la chiesa paleo-cristiana di san Pietro ed il castello di re Teodorico che fu reggia per molti imperatori barbari. Uno di questi fu il leggendario Alboino che proprio lì trovò la morte per mano di Rosmunda che voleva vendicare l’offesa di essere stata costretta a bere nel cranio di suo padre.
La tomba, oltraggiata dai soldati franchi, secondo Dante, si trovava ad una curva della scalinata che stiamo percorrendo. La discesa è facile favorita dai lunghi gradini adattati al passo dei cavalli.
Tutto attorno porticine, cancelletti in ferro battuto e finestrelle misteriose paiono coprire corti sconte e piccoli giardini. La serie di costruzioni delimitate, da un lato, dalla stradina che stiamo percorrendo e, dall’altro, dal quartiere di Santo Stefano fu sede, per lungo tempo, degli artisti che, con Dall’Oca Bianca, contribuirono a far bella la città. Ancora oggi qualche vecchia signora ha memoria dei loro nomi, delle loro chiacchierate modelle, dei loro amori ed abitudini.
Oggi purtroppo di artisti non vi è più traccia, li allontanarono i costi proibitivi degli affitti, anche se tracce delle loro emozioni rimarranno per sempre immortalate nei numerosi quadri che produssero. Proseguendo, improvvisamente a sinistra, si apre la scenografia di gradini ed archi del Teatro Romano, ciò che resta di uno splendido edificio, in cui gli antichi romani ascoltavano, come in ogni angolo dell’impero, attori, coperti da grandi maschere per amplificare la voce, recitare le tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide. Poi la potenza di Roma cadde, e con essa la passione per l’arte, la pulizia e la tolleranza religiosa, ed il teatro in pietra fu usato per secoli come cava di materiale da costruzione. Il recupero del luogo sia come costruzione che come sede di un teatro fu realizzato nel 1800 da illuminati maggiorenti della città. Oggi un visitatore, seduto sui gradini in pietra, può assistere, come un antico romano, ad interpretazioni di commedie e tragedie accompagnate dal fruscìo del fiume e con per scenografia lune bugiarde e cieli stellati.
Superato il Teatro Romano, ed attraversata senza danni la trafficata strada, che i romani chiamavano Postumia, che provenendo da Parigi finiva a Costantinopoli, c’imbattiamo nel corso del fiume Adige, costretto da alti argini, e attraversato dal Ponte Pietra, quanto resta di due mirabili costruzioni, realizzate dai romani, attraverso le quali si raggiungeva la collina dell’Oppidum, il punto fortificato dove stazionavano le guarnigioni romane, poi gote, longobarde, franche ed infine austriache. Dal parapetto, guardando contro la corrente del fiume, possiamo ammirare Santo Stefano che fu la prima cattedrale di Verona, dove fu sepolto il Gran Maestro Templare Arnoldo Di Torre Rossa reduce da un incontro, avvenuto nel lontano 22 luglio 1184, con Federico Barbarossa, il papa Lucio III, il vescovo di Verona, e l’Ospedaliere, Ruggero di Les Moulins, per pattuire una crociata. Quella riunione non portò fortuna, infatti, poco dopo morirono il Papa, che riposa nel Duomo, il vescovo ed il templare. Il corpo del Gran Maestro, dopo la caduta in disgrazia del misterioso ordine nel 1313, troppo venerato dai veronesi, fu spostato e sepolto sotto falso nome nella chiesa di San Fermo, e la lapide girata. Camminiamo sul ponte decorato da antiche lapidi e da grossi anelli di pietra segnati da solchi scavati, nei secoli, dalle corde di canapa che trainavano e fissavano le imbarcazioni. Per un momento rimaniamo ad osservare lo scorrere dell’acqua immaginando quante cose avrebbe da raccontare il fiume, se potesse parlare. Osserviamo anche come le due rive del fiume appaiano differenti. Una, quella di sinistra, quasi intimidisce chi guarda, con la serie surreale di monumenti sovrapposti. Diversamente quella di destra si pone a dimensione umana, con le sue terrazze decorate con fiori e piante, poggiolini e finestrelle medievali. Attraverso un arco, posto alla base di una torre di guardia medievale, entriamo nella città antica. Cioè nella parte sacra, quella disegnata dai romani, con le vie dritte, i cui confini erano, da tre lati, il fiume Adige, che in quel luogo fa un’ansa, e per il resto da mura che, secondo un ritmo cristiano, dovevano essere munite di 48 torri e quattro porte. Oggi ne sono visibili solo due, anche se la terza si sa dov’è, ma pare che sia stata vittima di un recente restauro occultatore. Questa è la zona dell’Arcivescovado, realizzato sulle antiche terme.
E qui basterebbe il Duomo a trattenere il visitatore per il resto della giornata. Infatti, la sua facciata, eseguita dal Niccolò, pare un libro di pietra sul quale appaiono scolpiti i paladini carolingi. A sinistra per chi guarda vi è Orlando che, protetto da elmo e scudo, brandisce serio una spada, mentre a destra un Oliviero, che pure armato fino ai denti, ha la figura addolcita dai lunghi capelli che scendono a riccioli sulle spalle. Sul protiro, invece si può ammirare la scena della consacrazione del cavaliere che posto di fronte ad un giglio, simbolo di purezza, già vestito di ferro dopo la lunga preghiera notturna recitata sdraiato spoglio nella chiesa, attende che gli venga consegnata la spada. E vicino a questa, mirabilmente scolpite nel marmo bianco e rosso, ornano la facciata anche le materializzazioni di leggende come quella del basilisco, il mitico protagonista delle lunghe notti invernali dei nostri antenati. Ma il tempo è tiranno anche perché è d’obbligo visitare nel comprensorio della cattedrale il chiostro di Sant’Elena ed il battesimale della chiesa dedicata a San Giovanni Battista. Per tradizione il luogo, per i veronesi, è avvolto da un’aura templare. Arrivati al termine della Via Duomo, svoltiamo per dirigersi verso l’antico centro romano.
Percorriamo le vie Garibaldi e Rosa che corrono sopra la via romana che proveniva dal ponte Garibaldi sul quale nell’antichità correva l’acquedotto che dalle colline della Valpolicella portava l’acqua fino ai primi piani delle abitazioni della città. Verso la fine della via, fiancheggiata da nobili palazzi, appare Vicolo Raggiri, una viuzza medievale dal nome inquietante sul fondo del quale era posizionata un tempo una pensione frequentata da artisti in bolletta. Un punto della città che rende pienamente quella che doveva essere l’atmosfera dei tempi passati, inclusa l’insicurezza che dettava la strategia difensiva delle vie strette. Infine, a sinistra si entra nel vero e proprio Forum romano. La vera anima della città. Anzi il punto d’inizio, segnato da una sfera, d’ogni distanza cittadina. E qui, in Piazza delle Erbe, o nell’adiacente Piazza Dante, è d’obbligo sedersi in un caffè e ricordare che in quel luogo, molto prima dell’arrivo dei romani, era nata l’Agorà, la piazza del mercato ed infine, approfittando delle leggi di neutralità assoluta che regolavano gli antichi mercati, la città vera e propria. E questo appare anche il punto più adatto per scoprire che le lastre di pietra su cui oggi si svolge la vita cittadina corrispondono a quello che un tempo era il primo piano, e che la piazza è sospesa su degli archi che il turista fortunato, fatta amicizia con qualche ristoratore, potrebbe anche riuscire a visitare. In pratica all’arrivo dei barbari, parte della popolazione spariva sottoterra. Il luogo è privilegiato anche per osservare i resti degli affreschi dipinti sugli alti edifici che lo racchiudono. Grazie a questi la città, chiamata marmorea, perché ricca di marmi era soprannominata anche “Picta”, cioè dipinta. Indescrivibili sono i simboli scolpiti nel marmo, veri messaggi criptici, sulle Arche di pietra degli Scaligeri, i signori di un piccolo regno che per duecento anni si pose al centro di ogni cultura e al livello di trattare con i potenti. A riprova vi sono i trattati fra Venezia e Bisanzio, Verona era alleata di quest’ultima, nei quali s’implora di fermare il pirata veronese Licario che aveva conquistato Negroponte cacciandone i veneziani. Ci fermiamo un momento anche in Santa Maria Antica la chiesetta legata strutturalmente alle Arche.
Qui pregava Dante, almeno così narra la leggenda. Passiamo sotto uno degli archi della piazza, detta dei Signori, e prendiamo la Via Santa Anastasia, quella degli antiquari. La percorriamo ammirando dalle vetrine gioielli dei secoli passati e mobili antichi, ognuno con una storia che qualche volta il negoziante ha il tempo di raccontare, ed arriviamo nella Piazza Santa Anastasia nel cui centro troneggia una gran chiesa la cui storia si perde nella notte dei tempi. Relativamente più recenti sono le due costruzioni che completano la U della piazza. Da un lato sorge l’albergo Due Torri, incluso nella cinta muraria dell’antica casa dei cavalieri di Brandenburgo, nobili guerrieri che combattevano al servizio dei signori di Verona. Dall’altro la chiesa di San Giorgeto, da loro voluta, che racchiude tesori d’arte ed un misterioso affresco del Falconetto nel quale enigmatici unicorni ed altri animali fantastici fanno da corona ad una Madonna al centro di un “Ortus Conclusus”. Usciamo dalla piazzetta prendendo la via che ci riporta al ponte Pietra ed alla piazza d’armi di Re Teodorico sapendo di aver visitato solo una piccola parte di Verona la città retica che fu resa bella dai romani e poi dal desiderio d’armonia e bellezza dei suoi abitanti. Risalendo la china qualcuno chiede cosa significhi il nome della città ed un turista tedesco con gli occhiali spessi e la lunga barba racconta che Verona in verità era Berona, con la stessa radice di Berna, infatti, la V e la B spesso erano scambiate. Lo proverebbe il fatto che i tedeschi chiamano Teodorico di Verona, Dietrich Von Bern, e che quindi visto che Bern sta per Orso, Verona sarebbe la città degli orsi, proprio come Berna.
Arriviamo alla macchina e riprendiamo la via di casa pensando agli orsi, ai Reti, ai romani, ai cavalieri templari, ma soprattutto alla fortuna di chi abita in questi luoghi.
Disclaimer: i contenuti di questa pagina sono immessi direttamente dagli utenti che se ne dichiarano autori assumendone piena responsabilità; 7mates.com acconsente alla loro pubblicazione, declinando qualsiasi responsabilità in merito.Se pensi che le informazioni riportate in questa guida non siano conformi alle norme di regolamento,
segnalaci un'abuso. 7mates declina ogni responsabilità per imprecisioni o errori nei contenuti.
* I voti di questa guida vengono aggiornati ogni 24 ore
Visualizza le guide delle stesso autore: