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Caro lettore, questo racconto che leggerai è abbastanza lungo, rasenta le 5000 parole.
E’ sentimentale, oltre la facciata di racconto di esplorazione geografica vedrai gli accenti e le metafore girare intorno a questioni di cuore e faccende interiori.
E’ anche ambizioso perché cerca di chiudere un anno di vita in un pugno di pagine. L’ho diviso in parti perché possa leggerlo e tirare il fiato di tanto in tanto.
Sei invitato a salire sulla mia moto con il mio orsacchiotto e navigare sulle onde del testo.
Ti auguro un buon contatto con il “mio” Messico.
Entrai in Messico alla frontiera di Tijuana, chiamata anche “la grande cicatrice”. Il luogo dove decine di migliaia di messicani cercano di catapultarsi dal terzo al primo mondo al prezzo di una notte di paura nel deserto.Cercano in 20.000 ogni anno di attraversare un confine, uno dei pochi al mondo, che mette faccia a faccia il ricco e il povero, con le loro lingue e filosofie diverse.
La città di Tijuana, dà il benvenuto nella povertà e nella magia dell’America Latina. Un contrappeso ideale alla bellezza patinata di San Josè, la sua gemella al di là del confine, dove palme dalle chiome svolazzanti salutano i viandanti americana regalando senso di tranquillità e relax. Un clima californiano un po’ edonistico che ti mette voglia di aprire la sdraio e guardare il mare.
E poi c’è Tijuana. Ci entrai il giorno prima del mio compleanno, di sera e in motocicletta.
Le paure, redivive nei ricordi di storie di turisti finite male, presero vita lentamente mentre cercavo la casa di un amico per trascorrere qualche giorno come ospite.
Nelle quattro notti che passai a Tijuana sentivo dei botti e una mattina chiesi a Juan: “Che festeggiano?”, Juan allora accendeva la tv e il notiziario diceva che anche quel giorno ne avevano ammazzati 9 o 10. Erano spari. I morti del narcotraffico erano la notizia del mattino. Il conteggio sfiorava regolarmente la decina, la media che calcolai sui 4 giorni di permanenza era di 9. Lasciai Tijuana intatto, imparando che anche nelle realtà pericolose il buon senso guida meglio delle propagande terrorizzanti che ammorbano la reputazione di alcuni luoghi. Iniziai così la mia discesa quasi perpendicolare, in motocicletta, lungo tutta la Bassa California: la penisola di deserti stretta nell’abbraccio del mar di Cortes e dell’Oceano Atlantico, e non di meno la terra che ispirò Steinbeck e gli Eagles che qui scrissero Hotel California. Biodiversità pazzesca, cactus pendenti come lampioni spaccati sulla linea dell’orizzonte e tramonti che spengono il sole affondandolo nel mare in una coltre di nuvole scarlatte. E io in tenda, sempre sbattuto in una spiaggia a cercare la prima fila davanti allo spettacolo dell’Oceano che non vedevo da mesi, sempre a schiacciarmi le zanzare cannibali con sberle fragorose, sempre a leggermi nei pensieri perchè l’ultimo libro era finito con il Canada mesi prima. 1700 km a incedere con la fissa di arrivare, prima o poi, a quel punto in cui il Mare di Cortes si unisce all’Atlantico con schiaffi, tuffi, maree e risacche da far tremare la terra. E quel punto è Cabo San Lucas, che sembra abbia subito più il fascino dei ricchi turisti statunitensi che quello delle forze della natura che lì si danno convegno generando giornate di sole con acque tranquille o giornate con fragori di tempesta e onde alte come torri. I deserti della Baja mi hanno messo alla prova del sole, del calore, della pazienza. Ricordo un volta i 320 infiniti km che c’erano tra una pompa di benzina e l’altra, arrivai al rifornimento successivo quasi “soffiando dietro” per guadagnare strada con il serbatoio ormai secco, avvinghiandomi infine al maledetto bocchettone di gasolina come un naufrago alla scialuppa. Poi c’erano i decolli indesiderati provocati dai rompivelocità infidi e nascosti che mi tempravano l’attenzione sino a farne una lama di bisturi; raramente, da allora, mi sfugge qualche dettaglio del manto stradale.
A LaPaz, più internamente affacciata sul mare di Cortes, riposai togliendomi la sabbia e quei cinque giorni di guida inframmezzati da accampamenti randagi nel deserto o in spiaggia. Qui incontrai Sander, l’olandese volante 38enne, simpatico e abbottonato da tipico nordico, con lui continuai il viaggio per il mese successivo. Eravamo la strana coppia italo-olandese, incrocio atipico di stili diversi: io il terrone d’Europa, basso con la moto caricata male e spesso con l’inessenziale e il voluttuario e poi lui, il Vichingo ordinato, svettante e occhio azzurro, un poco uomo-ikea, con una borsa per ogni oggetto e con ogni oggetto l’ordine e la pulizia di una sala operatoria. La sua moto giapponese snella e agile come un’antilope: 160 kg di maneggevolezza. La mia Guzzi invece con i suoi 270 kg ha la destrezza di una vacca incinta in equilibrio su un pallone da calcio. Sopra la moto c’è poi il carico supplementare di zaino tenda libri computer macchina fotografica sacco a pelo stuoia ecc.. Eppure non potrei mai cambiarla con un'altra, la mia Guzzi, questione di stile e di idiosincrasia, anche se c’è chi sostiene semplicemente di idiozia.
Tra me e Sander ci fu una bella amicizia trans-europea. Amicizia che ha traghettato da LaPaz sino alla parte continentale del Messico, dove andavamo allegri su e giù per le stradine che dalle coste arrampicano sulle schiene montuose della Sierra sino a farti perdere sugli altipiani centrali. Negli altipiani del Messico sei tu e il vento che fischia, persino il cactus si rassegna a quel nulla fatto di steppa e silenzio e preferisce crescere sulle coste.
In quel luogo c'è stata l’avventura insana dentro la Barranca Del Cobre: il complesso di gran canyon più esteso d’America. Iniziammo con il cercare i panorami mozzafiato delle pareti di roccia. Dopo due giorni passati a saltare, sbatacchiati come pupazzi, nelle sassose strade miniere, finimmo in una fuga disperata domandandoci dove fosse la via d’uscita.
PARTE 2
Lasciati i canyon ci attendeva la citta di Creel. Piccola, montana e con il suo freddo clima, guardavo il fumo di pino delle stufe accese uscire dai comignoli come fiato condensato. Tutte le sue cascine, rigorosamente a un piano, stavano appiccicate le une alle altre come soldati che si scaldavano in trincea.. Da li proseguimmo verso climi più amichevoli passando per Durango dove ci aspettava l’incontro con la storia rivoluzionaria zapatista le cui traccie sono nei musei della città. Lasciammo Durango, tra posti di blocco anti-narco e mitragliatori lunghi una gamba e mezza, raggiungemmo i picchi più alti della Sierra Madre, che nel parco giochi di un bambino corrispondono all’inizio dello scivolo dal quale ci si butta giù.
Imboccando la Schiena del Diavolo, già il nome mi inquietava, mi buttai nel toboga di tornanti e spirali fino a raggiungere la bella Matzatlan, calda di sole marittimo e di ragazze notevoli, ma prima di arrivare alla costa mi accampai su strada, come spesso mi succedeva. Scendeva la sera e saliva un nebbia che m’imprigionava costringendomi a desistere dalla guida. E lì nella mia casina di tela precaria, montata sul bordo della strada incontrai un altro elemento della messicanità moderna: il camionista smarmittato che corre fendendo il buio della notte con fari da stadio. Con il suo motore urlante rompe il silenzio come un jet rompe il muro del suono. E dura tutta la notte.
A Matzatlan invece “sole mare amore”... senza dipanare la matassa di dettagli. Fatto sta che dopo 4 giorni ci fu la nuova partenza: cinghiando zaino e orsacchiotto la moto era pronta e pronto era anche il congedo che diedi a una dolce compagna incontrata e battezzata “la Signora dei Delfini” per via del suo lavoro da biologa marina.
Con l’idea del marinaio che ne trova una in ogni porto non mi rendevo conto che prima o poi mi sarei inguaiato con i sentimenti sino al punto di gettarli sulla bilancia per vedere se pesavano di più quelli per una donna o quelli per il viaggio.
E oggi sono ancora dubbioso sul verdetto.
Arrivai a Guadalajara, in una giungla urbana così fitta che pregai di essere trasformato in una saponetta per poter schizzare tra le macchine. Ero nella seconda città più grande del Messico dopo il “Districto Federal”. La città non toccava le mie corde. Mi fermai un paio di giorni a bighellonare per il centro con la guida turistica in mano per scovare e fare incetta di musei e arte. Qui il muralista Orozco dipinse padre Hidalgo, il prete che diede inizio alla guerra d’Indipendenza del 16 settembre 1810. Nota strana: il dipinto è stato fatto in una tromba delle scale. E’ realizzato con colori fortissimi, un rosso che pare sangue d’arteria e che dà la giusta forza all’immagine di quel religioso spagnolo che con la spada in mano e la rabbia negli occhi fomentava il popolo contro i suoi stessi padroni. Il murales all’epoca era ottimo strumento per raccontare la storia vincendo l'analfabetismo imperante. E questa era di certo una storia da raccontare, quella storia con la S maiuscola che mette i brividi. Quella storia, così frequente in America Latina, che racconta i popoli spezzare dell’imperialismo e diventare liberi, circoscritti nei loro confini, nelle loro leggi e identità, nelle loro bandiere e idiomi. Storie di gloria e vittoria, non c’è dubbio. Ma spesso storia di temporaneo trionfo nel passaggio da una schiavitù vecchia a una nuova e più intestina, dalla Spagna prima ai successivi regimi dispotici dei vari “Cesari” autoproclamatisi presidenti che hanno messo al muro il popolo sino a provocarne la rivoluzione. E di questa si occupò, tra gli altri, un altro noto rivoluzionario: Emilio Zapata.
Partimmo da Guadalajara e con le luci della sera arrivammo a Guanajuato, città meravigliosa quanto sconosciuta al nostro turismo che cerca sempre nelle spiagge di Cancun il suo specchietto per le allodole.
Altresì nominata “città delle rane” Guanajuato riposa sul letto di un fiume deviato per far spazio ai tunnel sotterranei con tante belle volte in pietra sotto le quali passa il traffico. Fondamenta a gruviera bucate da tunnel, macchine e bus che circolano sotto terra mentre la città sopra è libera di districarsi in tante piazze e isole pedonali dove passeggiare mano nella mano... (la tua mano sinistra nella tua destra se sei single). Ci sono Cattedrali gialle e teatri illuminati di notte, panchine dove attaccare bottone, siepi tagliate con millimetrica precisione, università in marmi di cantera con guglie sui tetti, mine abbandonate e vicoli nascosti pieni di leggende. Il gioco dei colori ha un che di pazzesco: l’America Latina abiura il grigio e santifica il colore, lo mette dappertutto: nei mantelli delle donne indigene, nei templi antichi e sulle case moderne che quando ci passeggi a fianco ti sembrano arcobaleni. Qui a Guanajuato non ho viaggiato ma ho vissuto, anzi ancora ci vivo, ora che scrivo. E’ diventato il quartier generale dal quale parto con la mia cavalcatura meccanica ed esploro le regioni circostanti. In questo luogo il mio viaggio motociclistico è mutato nella geometria passando dalla linea retta che taglia le tre Americhe, nord, centro, sud, a una circonferenza di raggio variabile che però ha sempre tenuto come punto centrale questa ridente città. Un baricentro logistico diventato tale grazie a uno sbilanciamento di cuore... Un incontro “en rose”, capace di mettere in ginocchio anche le più indefesse pulsioni del viaggiatore.
E così da Lancillotto in corsa verso l’America Latina sono diventato un moscone che con il sorriso dell’innamorato ha fatto le sue pazze traiettorie tornando sempre al punto d’origine. Se poi ci aggiungiamo che Guanajuato tra l’altro è anche l’esatto centro geografico del Messico e che in nauatl Messico significa “l’ombelico”, il centro, della luna non mi rimaneva che tornarci. Sono però sicuro che questa città me la ricorderò più come il centro del cuore.
Sander se ne andò e io rimasi per un tempo felice che si estese nei mesi.
PARTE 3
Rapidamente arrivai al punto in cui il passaporto diventò la clessidra del tempo rimasto e i giorni rimanenti caddero come petali uno dopo l’altro. Fu il momento di andarsene prima di diventare un immigrato clandestino.
Feci rotta sul confine Guatemalteco, rassegnato alle pratiche legali di uscita e rientro nel Paese con l’intenzione di ottenere un nuovo permesso. Dopo aver tentato manovre burocratiche improprie, occhiolini e frasi a doppio senso capii che per me non si sarebbero aperte le magiche porte che si aprono invece ai Messicani allungando qualche buona banconota sottobanco. Presi la moto e mi diressi al confine, facile a dirsi ma erano almeno 1600 km. C’era una intera Italia (più 300km) di distanza e soltanto pochi giorni, prima di diventare, ufficialmente, illegale nel Paese. Nella mia rotta cercai di allontanarmi aggirando Città del Messico, ma non sarebbe stato uno scherzo visto che è una metropoli di 20 milioni di abitanti e mi costò due giorni farlo. Una notte mi accampai nella rimessa di uno sfasciacarrozze piena di camion cannibalizzati. Piantai la minuscola tenda tra carcasse enormi di automezzi spiaggiate come balene. Avevo ansia ma la notte con le sue stelle meravigliose stese la pace ovunque, sui camion morti, sulla strada rumorosa di fianco e sui pensieri che ero accampato clandestinamente e che qualcuno sarebbe venuto a scacciarmi nel bel mezzo della notte. La mattina dopo, senza portarmi la colazione a letto, il figlio del padrone si avvicinò alla tenda e mi guardò perplesso. Non ebbe molto da ridire quando gli chiarii la situazione e l’esigenza che avevo di fermarmi la sera prima, pena un incidente per stanchezza. Si ostinava a parlarmi in un inglese scombinato anche se io gli parlavo in spagnolo fluentemente, ma capivo perché e provavo tenerezza, lo faceva per mostrarsi capace e colto. Lo vedevo come un piccolo uomo che voleva mettere la sua pietra in un mondo cosmopolita, ma in realtà quel che stava ereditando dal padre era, probabilmente, solo cimitero di automezzi dove mi trovavo: tonnellate di ciarpame e ruggine. Lo ringraziai per l’accoglienza e partii.
Puebla la passai di sfuggita e cercai in un dedalo di viuzze l’imbocco della strada “libera” per Oaxaca. Ora, se a Durango c’era l’unica e irripetibile strada chiamata “Spina del Diavolo”, questa che mi toccò fare partendo da Puebla non era del diavolo ma era comunque abbastanza anticristo da mettermi per due giorni in un valzer dannato di curve e controcurve prima di entrare distrutto nello Stato di Oaxaca. Era una scelta di portafoglio come tante altre, la “libera” spesso fa schifo ma non costa cara come la “autopista”, eppure quella volta più che del risparmio godevo del piacere clandestino della natura selvaggia, il piacere dello slalom tra le montagne e dell’accampamento serale in chissà quale posto. “Mai il posto di ieri e mai il posto di domani: questa la dura legge dell’uomo randagio”, mi dicevo ridendo e fumando una sigaretta che si spegneva insieme alla luce al tramonto. Quella notte mi toccò una locanda dove un signore senza un occhio scacciò a pedate cani e galline per regalarmi qualche metro quadro dove piazzare la tenda. Benedicevo quella accoglienza, la terra del Messico mi nutriva, con un mano mi toglieva, come in un furto di attrezzi subito a Guanajuato mesi prima, e con due mani mi dava, come i nuovi attrezzi arrivati in regalo per sostituire quelli rubati o come in tutte le occasioni dove non mi veniva mai negato rifugio per piantare la tenda alla sera.
A Oaxaca incontrai un uomo alto quasi due metri che arrembò il mio tavolino dove stavo seduto bevendo un caffé e lo fece tremare. Voleva chiacchierare con un “guero”, ovvero uno con la carnagione bianca come la sua. Era un gringo che aveva cambiato vita scegliendo di fare il missionario, in incognito, nella vicina selva d'Oaxaca. In incognito perchè il missionario “non si dice ma si fa” se invece lo dici alzi un polverone di aspettative nella gente, se ti attieni solo al farlo aiuti e dai il buon esempio. Così mi spiegò lui e aggiunse che se avessi incontrato difficoltà nel viaggio avrei sempre potuto “consultare Dio” perchè “He is the Rock the Doesn’t Roll”: Lui è la pietra che non rotola mai.
Mike Jagger si sentirebbe forse offeso ma io ero felice di aver incontrato quei 100 kg di uomo al servizio del bene e che mi dava consigli religiosi sebbene la mia spiritualità sia sempre stata una radiolina con difficoltà di sintonizzazione. Forse per una legge omeopatica del “simillimum” dove il simile attira il suo simile, attirai tante altre persone nel viaggio. Persone che avevano fatto le loro dovute e particolari virate nella vita. Io ero una di quelle, nella fattispecie della categoria “un giorno prendi e parti”, ma ce n’erano altri, come il gigante buono, che erano di quella “un giorno incontri Dio e parti” e poi anche di quelli “un giorno ti sei macchiato col sangue e parti”. Apparteneva a quest’ultima categoria l’ uomo che mi aveva ospitato a Tijuana. Una notte del ‘79 per autodifesa uccise un altro uomo, poi con il carcere cambiò vita, uscito da questo partì anche lui.
L’incontro successivo fu con un gringo nel Chiapas. Anche in questo caso fu lui ad avvicinarsi attirato dall’orsacchiotto legato alla moto. E dalla stessa particolare moto - che alla frontiera messicana risultava sconosciuta agli archivi e al frontaliero che smanettando al computer mi diceva: “Como se llama? Motogusi?”. Era basicamente un uomo che potremmo dire “ex”, era ex-guardia del corpo di un narco, era ex-militare, era ex-carcerato, era ex-viaggiatore. Reprobo di una vita insudiciata dalla violenza a 30 anni si disse: “E' il caso che faccia qualcosa di buono”. Iniziò così a viaggiare, e poi anche a dipingere e intarsiare facendo un’arte d’improvvisazione col semplice bastone trovato in spiaggia o magari con la tela del sacco di iuta delle patate. E le piccole opere venivano fuori da sole come tanti piccoli David di Michelangelo; mi spiegava che lui pensava solo a liberarle dalla scorza che le ricopriva confondendole tra gli oggetti qualunque. Quando l’opera era finita la regalava, non teneva niente: tutto scompariva come un Mandala orientale nel passaggio dalle sue mani alle mani di chi li riceveva in dono. Continuò a viaggiare sino Oriente dove studiò le religioni e si tatuò il corpo con ago e inchiostro, da solo. Ultimò la sua opera definitiva, la sua pelle, in quattro anni. Si scrisse nella carne, con i simboli sacri delle religioni che studiava, il registro di un cambiamento di vita. Dirottò la sua esistenza dall’ombra alla luce, ma senza mai credere in Dio. “Dio non esiste ma io sono grato tutti i giorni di avere un nuovo giorno da vivere” mi disse. Ci salutammo dandici appuntamento a cena per l’indomani, dove non venne mai.
PARTE 4
Entrando in Guatemala passai dal terzo mondo al quarto (se esiste): peripezie alla guida, cardiopalma da videogame, tentativi di schivare i torpedoni mangiaolio per il trasporto persone. Ricordo la sporcizia e la povertà ma anche i paesini sulle rive del lago Atitlan, così allegri e così magazzini di memorie atroci della guerra civile trasferite nei colori saturi fiammeggianti dei dipinti e il dolore intrinseco alle stesse storie di morte che raffiguravano. Anche oggi i cancelli di quella storia sembrano chiusi e non ci sono molti rigurgiti di ricordi dolorosi nella gente che sembra aver archiviato ed essere passata oltre. Forse con l’anno 1996 e con il premio Nobel a Rigoberta Menchù le ferite si sono rimarginate. In realtà le cicatrici fanno ancora male per qualcuno e le memorie vengono a galla con le lacrime, come successe all’autista di un pulmino turistico che conobbi e mi raccontò la sua storia di fuggiasco. Scampò per un pelo all’esecuzione capitale che era pronta per lui al rientro a casa nel 1992, quello stesso anno fuggì, senza voltarsi indietro per mezza decade.
La natura con le sue sfilate di meraviglie addolcisce la pillola amara di una storia che non si dovrà mai dimenticare. Lo fa con panorami e spettacoli da mille e una notte. Un esempio? La moto parcheggiata a Santiago de Atitlan, il tramonto e i tre vulcani seduti come giganti con i piedi nell’acqua. Uno di questi, El San Pedro credo, boccheggia ancora fumo. Le cime vulcaniche si specchiano nel lago e il sole calante mette tutto a riposare spegnendo nell’acqua luci fievoli e rosate. Rimane il piccolo paese che si fa luce con lanterne, vicoli che sembrano illuminati da una pioggia di braci ardenti. Distese di punti luminosi sino a dove il paese si perde nella notte tra le creste boscose delle montagne. Ci sono mille vicoli e pavimenti di porfido che invitano al cammino, invitano a perdersi vagando tra la bancarella di braccialetti, quella di vasellame e quella di tessuti che anche di notte riesce a scoppiare di colori. Parlando di colori e di mercati il borgo di Chichicastenango ne è stato l’apoteosi, almeno nei miei viaggi latinoamericani, qui il colore e il folclore raggiungono il loro zenith il giovedì e il venerdì: giorni in cui il paesino si anima come un formicaio con il compito di costruire un mercato all’alba e smontarlo al tramonto. La gente corre, le vecchie camminano con ceste sulla schiena fissate da fasce che tengono con la fronte, alcuni uomini tirano carretti strabordanti di spezie e verdure, i teloni per riparare dal sole e dalla pioggia vengono tirarti sopra le merci che si ammucchiano per la vendita. Ogni bancarella nasce come una celletta di un alveare accanto ad un’altra.
Dal canto del gallo al canto del grillo c’è movimento e vita. Ero lì pochi mesi fa.
E proprio lì decisi di fare dietrofront, ovvero di rientrare in Messico arrendendomi ai ricordi felici della mia ragazza che mentre io ero lì a bighellonare con la macchina fotografica tra le bancarelle lei stava a Guanajuato, triste, senza sapere se sarei tornato, curva come un chiodo piantato storto dietro il bancone del bar per servire. Decisi di tornare, volevo stare con lei ancora un po’.
Ma il rientro me lo inventai tracciando sentieri immaginari sulla mappa che tenevo nella borsa della moto. Quel pezzo di carta era in scala troppo grande per suggerire itinerari nel fitto della selva dove si nascondeva un confine di Stato. Mi dissero che una frontiera c’era sicuramente, ma per raggiungerla era meglio non passare da Guatemala City per evitare di essere derubati. C’era una strada alternativa, questa era la convinzione dei cinque poliziotti che ridacchiavano in cerchio intorno a me mentre armeggiavo con la mappa girandola da tutte le parti come un volante. Accettando la proposta “alternativa” firmai implicitamente anche la condanna a centinaia di km di sterrati forzati e strade dissestate. Iniziai così a separarmi da alcuni pezzi della moto pezzi come le frecce di segnalazione che ballavano tarantelle sui sassi sino a cedere e spezzarsi. Una volta per giunta finì quasi ammazzato grazie ad un fosso a sorpresa nel bel mezzo della strada. Su incidenti di viabilità iniziarono anche quelli burocratici. Alcuni malavitosi si adoperarono per un bel tentativo di estorsione, riuscito peraltro, ai miei danni, seguito dalla mia invettiva canalizzata alla polizia che portò a nient’altro che una seconda estorsione. La matrioska di malefatte, una dentro l’altra, aveva come epicentro il solo semplice fatto di attraversare un fiumiciattolo di 20 metri... che era poi l'agognata frontiera che divideva Messico da Guatemala, sguarnita di qualsiasi ponte o mezzo per attraversarla. E proprio grazie all’assenza strategica di un ponte i piccoli malavitosi inventavano le loro tasse idiote, come i 100 quetzal per accedere alla spiaggia, i costi assurdi per caricare la moto, i tanti litri di benzina necessari a far fare alla barca meno di due tiri di sputo ...ecc. Tutto questo alle spese giustamente dei turisti, rari, che passavano da quelle parti; se poi c’era anche una moto, rarissimo, si poteva rubare anche di più. Insomma 5 ore sotto il sole a contrattare, litigare e denunciare. Arrivai dall’altra parte in stato post-bellico, scaricai la moto sull’altra riva e mi s'inchiodò nella sabbia: davo di gas e alzavo colonne di polvere.. l’ultima freccia posteriore, penzolante ma ancora attaccata, venne captata dai raggi e sparata chissà dove, provai ad alzare la moto ma il prodotto degli sforzi era solo un minimo sollevamento delle sospensioni e la bava alla bocca. I messicani accorsero per soccorrermi perchè dopo aver urlato in preda allo sconforto e lanciato il casco mi abbandonai in ginocchio come un moccolo di cera bruciato e inerte. Non davo una bella impressione. Mi aiutarono a togliermi dalla sabbia, li salutai e mi infilai nella selva subtropicale per passare una notte nel concerto di scimmie urlanti e chissà quali altri animali esotici. Fini per vomitare quattro volte, un nottata allucinante al ritmo di “sonno-vomito-sonno-vomito”. Il giorno dopo, rianimato solo nei sentimenti, perché il corpo aveva dato la stura a ogni umore, mi misi in cammino sino a incontrare l’angelo custode, nelle sembianze di un altro motociclista, anch’esso attratto dall’orsacchiotto e dalla targa, che mi ospitò a casa sua quattro giorni. Ogni sera mi mostrava come un trofeo ai suoi amici motociclisti. La lunghezza guadagnata sino a quel momento con il mio, quasi, anno di viaggio, mi faceva diventare una sorta di attrazione per i centauri piuttosto stanziali dei motoclub locali.
Era tempo di ritornare dalla mia bella messicana, mi congedai con gratitudine e puntai deciso a nord, nel controsenso netto di un viaggio che era invece stato pensato per portare solo all’estremo Sud. Questioni di cuore.
Nella discesa verso il “basso” dell’America questo ritorno fu duro come un arrampicata in parete: i caldi pazzeschi della costa, città grandi intasate che si sfrondano di colpo in palmeti vista oceano, piogge martellanti che colpiscono con imboscate nei passi montani. E salendo verso Puebla, sul tragitto montano che partiva dalla costa atlantica, le cose volsero al peggio. Dopo la prova della pioggia arrivò quella della nebbia fitta che acceca, poi quella del vento che dalle pianure centrali soffiava trasversalmente facendomi aggrappare al manubrio come al boma di una tavola di windsurf. La prova del fuoco non c’è stata per fortuna ma in compenso tutti gli altri elementi finirono sulla mia faccia con meticolosa costanza e per diversi km. L’ultima prova, l’elemento alchemico mancante, furono la terra e le polveri delle miniere che venivano sollevate dai forti venti in mulinelli vorticosi che volavano rasoterra. Rientrai finalmente nello Stato di Guanajuato, le nubi erano aperte, il vento assente e le distese ondulate della sierra stavano già preparandosi a inverdire cacciando fuori i primi cespugli.
Tornai felice e con un bastimento di racconti da scrivere, articoli da redigere, foto da sistemare. C’era anche una persona con la quale tornare a passeggiare mano nella mano. Avevo fatto la mia circonferenza, il mio volo impreciso di mosca, ero tornato perché si dice che per i viaggiatori avere un ritorno è sempre importante. Io non lo so, so solo che la ricerca della felicità non si fa tracciando rette con il righello ma curve improvvise sui colpi di cuore. La “rettitudine” verrà poi col tempo.
Ad ogni modo Guanajuato era il quartier generale degli spagnoli nel 1800 e divenne il mio nel 2009 per pianificare le future partenze, che sono state 3, anzi 4 contando quella alla “città fantasma” di Real de Catorce. Viaggiavo e ritornavo alla mia Guanajuato, con conseguente scrittura di articoli al tavolino del caffè, da dove vedevo il suo sorriso. Scrittura piacevole quanto necessaria visto che il carburante economico del mio viaggio proviene principalmente da questo.
PARTE 5
Una delle recenti ricognizioni per scrivere reportage è stato il Michoacan, visitato per ben due volte, e l’ultima con caduta in curva, rottura del parabrezza, sbucciatura multipla del pilota e ricovero coatto a casa del buon samaritano che si trovava in zona.
Michoacan è tutto tranne che uno stato anonimo, è esplosivo sul piano politico (in tutte le accezioni del termine) e naturale. Del secondo aspetto si menziona una natura meravigliosa, montana, alpina quasi, e dentro di essa le tracce delle antiche culture precolombiane dei purepechas. Sul piano politico l’esplosività è anche delle bombe a mano e dei colpi che si scambiano Governo e narco con incredibile durezza. E in questa passata estate gli scontri sono ancora più duri per via del tentativo di “sostituzione del governo attuale” che sta operando un nuovo cartello dei narco che nacque e si annunciò nel 2006 comprando addirittura spazi sui giornali. Si fa chiamare “la familia” e il suo capo predica bene la pace e l’ordine sociale, quasi con fervore profetico, ma poi razzola male quando le retate governative interrompono i traffici di droga che dipartono da Lazaro Cardenas, centro di smistamento. Allora si scatenano attentati di gran violenza. Il fatto di aver scoperto di dormire in tenda a 10 minuti di strada da Artenaga, il quartier generale sede della “famiglia”, non mi mise tranquillo quella notte di luglio.
E così è passato più di un anno di viaggio, (trascuro i racconti del Canada e Usa) e quasi un anno soltanto di Messico. Quando lasciai l’Italia mi davano del pazzo, adesso dopo aver superato la tentazione di giustificare la scelta fatta ogni volta, mi sento a mio agio in questa terra dove la pazzia ha più cittadinanza.
Terra dove i cani stanno sui tetti e non nei giardini, terra che esporta il riso e lo vende ai cinesi, terra che se avesse la neve la venderebbe agli eschimesi, terra con i politici più pagati di quelli statunitensi, terra dove metà della polizia ha a che fare con i narco e l’altra metà, non lo sapeva; terra che quando senti scoppi nella notte possono essere colpi di pistola o petardi per festeggiare i santi, terra dove puoi denunciare legalmente la tua fidanzata se non ti sposa dopo tre anni che ci stai insieme, terra dove i narco predicano di non offendere il prossimo, terra che è più di quattro volte l’Italia ma con un quarto della sua densità per km quadrato, terra dove la morte la si può beffeggiare con battute e feste, terra di città antiche disseppellite solo nel 5 -10 % della loro grandezza, terra dei sorrisi e delle porte aperte, terra che cercò di avvalersi delle competenze di uno specialista in sequestri di fama internazionale... ma lo sequestrarono all’aeroporto, terra dei manghi grandi come noci di cocco e della cucina più grassa di tutto il continente, terra di ragazze con pelle caffelatte e grandi occhi mandorlati, terra dei rifugiati degli anni 70 e delle spiagge di borotalco lisce come piste da sci.
Lo posso dire che è un po’ terra di pazzi e che io ci sono stato bene?
Oggi sono ancora qui a Guanajuato, pianifico degli itinerari futuri e scrivo di quelli vecchi. Tra un sogno e un progetto c’è anche una “mano con la quale passeggiare” e l’impietoso conto alla rovescia, immancabile, che riduce i giorni di permesso fino a ottobre. Quello sarà il momento di far su tenda e lacrime e mettermi di nuovo sul mio cammino originario per il Sud America. Sarà poi il viaggio a darmi l’antidoto alla solitudine e una mano che mi accompagni di nuovo.
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