Straordinario viaggio nella terra di mezzo
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Viaggio effettuato nel 2005, dal 10 novembre al 4 dicembre.
Partecipanti tre amiche. Itinerario completamente autogestito ed organizzato a tavolino in Italia. Volo aereo da Roma a Auckland, via Singapore, con la Singapore Airline. Autonoleggio: Acerentals, prenotato dall’Italia con tariffe decisamente inferiori a quelle delle grandi compagnie. Prenotate inoltre dall’Italia solo le prime due notti ad Auckland.
INFORMAZIONI GENERALI
La Nuova Zelanda è un'isola (anzi, due isole) con una superficie di poco inferiore a quella dell'Italia e conta circa quattro milioni di abitanti, quindi circa una cinquantina di milioni in meno di quelli che risiedono nella nostra Penisola. Se poi prendiamo la densità di abitanti per Kmq, quella italiana è pari 187 mentre l'isola del sud della Nuova Zelanda ne conta circa 6. Credo bastino queste fredde cifre per rendersi conto di quanto sia remota, solitaria e tranquilla questa nazione.
Aggiungiamovi un grado di civilizzazione molto elevato, una quasi totale assenza di povertà e degrado, un livello di violenza bassissimo e ne viene fuori un mondo dove la qualità della vita non può che essere eccellente.
A farla da padrona è la natura, inevitabile. Non ci sono certo luoghi dove cercare tracce di città sepolte, storia, resti archeologici o civiltà antichissime. E neanche città ricche d'arte o musei o comunque vestigia di una passato anche recente; neppure popolazioni che vantino culture millenarie (in fondo i maori non sono nativi della Nuova Zelanda e vi sono giunti anche piuttosto - storicamente parlando - recentemente). Niente di tutto questo, "solo" natura, in tutte le sue più svariate, smaglianti, vistose manifestazioni. Ed allora, se la natura può bastare, allacciamoci le cinture e partiamo insieme per questo straordinario viaggio nella più pura bellezza.
TERRA
La rete stradale è buona, permette di muoversi agevolmente all'interno del Paese. Ci sono tangenziali (anche parecchio trafficate) intorno alla maggiori città, lunghe ed ampie superstrade che l'attraversano tutta, strette strade solitarie che si inerpicano in salita o che corrono lunga la costa, tratti sterrati comunque molto ben tenuti. L'unica attenzione, guidando (perché sì, per girare bene la Nuova Zelanda è essenziale procurarsi un'auto), è non dimenticare mai di tenere la sinistra e.... attivare le frecce direzionali per segnalare le svolte e non i tergicristalli (i comandi sono tutti invertiti rispetto ai nostri). Ed è percorrendo le sue strade che ci si rende conto quasi improvvisamente, una volta allontanatisi dai grandi centri, che tutti i parametri, i punti di riferimento, le consolidate certezze che ci appartengono sono da abbandonare, immergendoci - per tutto il tempo che si trascorrerà nella Terra di Mezzo - in un'atmosfera diversa ed impalpabile, in un mondo che purtroppo non ci appartiene ma dal quale è bello farsi travolgere. Un esempio. Stiamo attraversando una stretta strada nell'interno dell'isola del Sud, stiamo passando dalla costa est alla costa ovest. Abbiamo già percorso svariati chilometri ma non abbiamo ancora incrociato alcun mezzo. La giornata è splendida, un cielo azzurro e terso allieta lo spirito. Non si può certo andare veloci, la strada è piuttosto tortuosa anche se poi alla fine non è che salga più di tanto. All'orizzonte più prossimo dolci colline verdi, più in là qualche monte scosceso. Qualche leprotto attraversa velocemente la strada, purtroppo costellata da parecchi corpi senza vita di opussum investiti (ma da chi?). Ai lati della strada prati verdi a perdita d'occhio, punteggiati da infinite macchioline bianche. Margherite? No, pecore. Centinaia e centinaia di pecore, sono tantissime ma si disperdono quasi in tutto quello spazio (in Nuova Zelanda pare se ne contino circa 40 milioni). Affrontiamo un paio di curve e qualcosa cambia: non più pecore ma una quantità incredibile di mucche, spesso a brucare in compagnia degli immancabili ovini. Ma queste immagini così bucoliche non hanno niente a che vedere con quelle che vengono alle mente magari pensando ai pascoli svizzeri o alle campagne irlandesi; no, qui è veramente tutta un'altra storia. Non ci si abitua a questa visione da cartolina, ogni chilometro percorso, ogni curva regala sensazioni nuove ed un senso indicibile di pace. Non ci si stanca, ci si vorrebbe continuamente fermare per fotografare prati, animali, colori. Poi ci si rende conto che quello che si vorrebbe fotografare non sono immagini, ma emozioni. Guardi quei pascoli e quelle pecore ed una morsa ti stringe il petto: sai che quei pascoli e quelle pecore ti mancheranno tantissimo una volta tornato nel tuo mondo e abbassi la macchina fotografica, tanto sai che è inutile. Basta?
E che dire di quelle straordinarie strade che attraversano boschi completamente dissimili da quelli ai quali siamo abituati, boschi che sono un misto di conifere, felci (il simbolo della Nazione) che sembrano palme, vegetazione da foresta pluviale, alberi nativi come i quasi estinti e giganteschi kauri e la flora tipica della zona australe del mondo.
La terra di Nuova Zelanda l'attraversi, la fai scorrere fra le dita, l'accarezzi e la odori ma soprattutto la senti lì attorno come una dolce, rassicurante presenza.
ARIA
Certo, l'aria non è tangibile e non si può descrivere ma ovviamente la si sente attorno, la si respira. Quasi ovvia l'affermazione di quanto essa sia pura e priva di smog da queste parti. Non c'è inquinamento, non ci sono quasi fabbriche che possano ammorbarla, le auto sono talmente poche che i gas di scarico non si sentono proprio.... insomma l'aria in Nuova Zelanda è respirabilissima.
FUOCO
Geologicamente la Nuova Zelanda è un paese giovane e lo dimostra: vulcani estinti e non, vaste zone geotermali, fanghi ribollenti, geyser, fumarole, pozze dei più disparati colori per le sostanze minerali disciolte, attività sismica. L'elemento fuoco (inteso come espressione della natura più travolgente) ha lasciato il segno più evidente circa 1800 anni fa quando il Taupo si esibì nella più violenta esplosione vulcanica degli ultimi 5000 anni nel mondo intero. Allora, fortunatamente, in quest'area che ora ospita circa 200.000 persone, non viveva ancora nessuno, l'isola era del tutto disabitata. I segni comunque sono rimasti, creando appunto una zona geotermica di vaste proporzioni. Molte aree sono aperte al pubblico e attirano un gran numero di visitatori proprio per le straordinarie manifestazioni naturali che richiamano alla mente immagini metafisiche, infernali. Il Wai-o-tapu è sicuramente il luogo più sorprendente in questo senso ma a livello di vedute incomparabili la zona che maggiormente regala visioni senza eguali è quella del Tongariro National Park. Non per nulla le riprese più scenografiche del "Signore degli Anelli" sono state girate qui, qui dove apparentemente i panorami non appartengono a questo mondo, per lo meno il mondo che più o meno tutti conosciamo. Ed invece questa può essere la più travolgente espressione di un mondo che nasce, con crateri vulcanici rossi, laghi smeraldini, rocce laviche, fumarole; tutto questo ci ricorda quanto il fuoco, nelle viscere della terra, sia il padrone assoluto della vita e della morte del nostro pianeta.
ACQUA
Chiaro che in un'isola (seppure di grandi dimensioni) il mare e quindi l'acqua sia elemento preponderante ma qui, in Nuova Zelanda non è solo il mare a farla da padrone come elemento liquido ma anche fiumi, laghi, cascate. Si sa che questo è stato eletto il Paese degli sport estremi e molti di questi - accanto a sport più tradizionali - si svolgono in acqua. Ma non è solo sport. Visitando questa Nazione è difficile che passi giorno senza ritrovarsi in qualche modo in questo elemento: per andare alla scoperta di baie e spiagge strepitose, per visitare porti o rade, per gettarsi alla ricerca di foche, pinguini, orche, delfini o altri animali marini, per riuscire a ghermire il volo di un albatro. Oppure giù per un fiume impetuoso a fare rafting, a "volare" a pelo d'acqua con i divertentissimi "jet-boat", a partecipare a qualche battuta di pesca alla trota nei tranquilli laghi, a restare con il naso per aria ammirando possenti cascate attraversando un fiordo. O ancora essere sballottati brutalmente - rischiando un forte mal di mare e relative spiacevoli conseguenze - su piccole imbarcazioni che si avventurano in pieno oceano per avvistare i grossi cetacei, balene e capidogli. E restare sgomenti, a bocca aperta come bimbi innocenti, con il cuore che si riempie di gioia e la bocca che si apre in un sorriso spontaneo, quasi inconscio, alla vista dell'enorme pinna caudale di un capodoglio che si innalza maestosa prima di immergersi nelle profondità marine.
EMOZIONI
Tantissime.
IL VIAGGIO
Logisticamente quasi inevitabile e psicologicamente pressoché perfetto arrivare e cominciare il tour neozelandese da Auckland, almeno dal mio punto di vista.
Chiarisco. Logisticamente perché in Nuova Zelanda gli aeroporti internazionali sono due: ad Auckland nell'isola del nord e a a Christchurch nell'isola del sud. In genere, se si ha intenzione di visitare tutto il Paese, si arriva in uno e si parte dall'altro; la scelta ovviamente dipende da come si è organizzato il programma. Nel nostro caso (e qui si evidenzia anche la componente psicologica) c'era un tacito intento di inquadrare il nostro viaggio in una prospettiva quasi iniziatica verso un mondo di natura primaria, dove le città avrebbero avuto un ruolo secondario. Immaginavamo che, se avessimo lasciato questa - che è l'unica "metropoli" della Nazione - per ultima, non l'avremmo goduta perché ormai "cariche" di silenzi, serene visioni, appaganti solitudini. E allora meglio cominciare per gradi, con lo stress della grande città all'inizio e quindi con lo spirito adatto per apprezzarla, per poi abbandonarsi completamente a quelle sensazioni di pace e tranquillità a cui ambivamo e che ottimisticamente eravamo certe di provare.
Inutile nascondere che dopo due giorni di viaggio (24 ore effettive di volo totale più un lunghissimo scalo nella bellissima Singapore) la stanchezza è tanta ma l'eccitazione di quanto ci aspetta è tale da regalarci ancora la forza e lo spirito per affrontare - se non altro - le piccole questioni pratiche che ci attendono all'arrivo.
Ma contattare l'autonoleggio prenotato dall'Italia e cimentarsi subito dopo con la guida a sinistra su di un'auto con i comandi a destra ed il cambio automatico, si rivelano - alla fine - impegni meno gravosi di quanto potevamo temere, così come destreggiarsi nel centro città per trovare l'albergo prescelto, l'unico di tutto il viaggio preventivamente fissato da casa con internet.
Auckland non è la capitale della Nuova Zelanda ma è la città più densamente popolata (circa 1.200.000 abitanti, praticamente un quarto di tutta la nazione), ma soprattutto è la più vivace e sicuramente la più conosciuta, grazie anche alla America's Cup, la più prestigiosa gara velica del mondo, che l'ha consacrata come "City of Sails" (città delle vele), appellativo quanto mai appropriato visto che la città conta la più alta percentuale barca/abitante del mondo. La vocazione marinara di Auckland è giustificata anche dalla sua splendida posizione, in una stretta lingua di terra fra due porti panoramici. Il clima temperato, splendide spiagge sabbiose a due passi dal centro, isole naturalistiche e vulcaniche nei pressi, parchi, vigneti, foreste e altro, hanno contribuito a farne quel centro cosmopolita e di grande richiamo turistico quale è.
Il primo impatto con questa città è però per noi molto - per così dire - familiare, procurato da una febbrile ricerca di un posteggio, tanto difficile da trovare quanto economicamente oneroso. Ma a pomeriggio inoltrato del primo giorno di vacanza a queste cose non ci si fa caso più di tanto e quindi via, a visitare tutto ciò che la stanchezza ormai pressante ci consente di ammirare. Niente di meglio, quindi, dopo un paio di notti insonni, che un pigro passeggiare per la via più commerciale della città, la lunga Queen Street che attraversa il centro di Auckland. Le vetrine dei numerosi negozi regalano un assaggio dello stile di vita, dei gusti, della moda dei neozelandesi. Tra i tanti negozi rivolti invece ai turisti spicca l'esclusivo rivenditore del marchio degli "All Blacks" - la famosissima squadra di rugby locale - che offre abbigliamento sportivo, gadgets e articoli vari a prezzi però decisamente alti.
Ma il tardo pomeriggio ormai consiglia una sosta, quella sosta così particolare che avevamo posto come punto fondamentale della visita della città quando, a tavolino in Italia formulando il programma di viaggio, una birra sorseggiata dall'alto della Sky Tower ci appariva come il simbolo benaugurante della meta raggiunta. Ed effettivamente la Sky Tower era già da un po' che ci occhieggiava ammiccante, mostrandosi da ogni prospettiva con i suoi 328 mt., altezza che la rende la struttura più elevata dell'emisfero meridionale. Già l'ascesa con l'ascensore procura un brivido andrenalinico, vista la velocità ed il pavimento in vetro non certo consigliato a chi soffre di vertigini. La sosta principale è sulla terrazza panoramica, in realtà strutturata su quattro livelli, due adibiti ad aree di ristoro - un bar e due ristoranti - e gli altri, uno per l'osservatorio a 194 mt. (da dove è possibile lanciarsi per un bungee jumping di ben 16 secondi di durata e da un'altezza che lo rende il più ardito della Nuova Zelanda) e l'altro per la terrazza panoramica vera e propria. Da quest'ultima la veduta mozzafiato a 360 gradi sulla città è qualcosa di assolutamente imperdibile, come imperdibile è l'emozione di camminare sulla passatoia di vetro che provoca l'inquietante sensazione di camminare nel vuoto, sospesi ad un'altezza spaventosa. Inutile dire che la visione dei porti, della baia percorsa da barche a vela, delle isole sullo sfondo, dei coni vulcanici estinti, dei parchi, dei ponti, del centro città a ridosso con i suoi grattacieli e tutto il resto, in una splendida giornata di sole, sia quanto mai evocativa, qualcosa di assolutamente grandioso e spettacolare, il degno aperitivo per un viaggio memorabile. L'insolito brindisi che avevamo lungamente sognato, con tre boccali di birra, sancisce degnamente, così come doveva essere, il buon inizio della nostra avventura in terra neozelandese.
Ma un comodo letto ed un buon sonno ristoratore non possono però essere sufficienti a recuperare completamente 12 ore di fuso e la mattina successiva necessitiamo ancora di qualcosa di rilassante. La tranquilla e pittoresca Devonport fa al caso nostro. Questo piccolo centro, situato all'estremità della penisola del North Shore, deve il suo richiamo turistico al fatto di essere stato il primo centro d'insediamento degli europei in questa zona, nonché di mantenere immutata un'atmosfera ottocentesca grazie ai suoi edifici d'epoca. Essa è raggiungibile sia con un breve tragitto in traghetto sia con l'auto, percorrendo il lungo Harbour Bridge. Grandioso il panorama di Auckland vista di fronte ma anche curioso riscontrare come, in un Paese che non può certo vantare monumenti storici ed artistici, case o costruzioni un po' più datati rientrino nei depliant distribuiti dall'ufficio del turismo come elementi di richiamo e citazione.
Da Devonport facile e breve raggiungere i due coni vulcanici estinti di Mt.Victoria e North Head, entrambi con vecchie postazioni d'artiglieria sulla sommità e dai quali la visione di Auckland nonché di splendide baie e spiagge è alquanto suggestiva.
Immancabile poi, in una giornata votata a visite rilassanti, una bella ed interessante crociera nel porto per ammirare ancora una volta penisole, isole, nonché la stessa Auckland da una prospettiva nuovamente diversa, cioè dal mare, sfiorando baie e porticcioli e ammirando dal basso lo stesso Harbour Bridge dove un cartello avverte di porre attenzione in quanto anche da lì, naturalmente, viene praticato il "solito" bungee jumping.
Per terminare in bellezza la giornata niente di meglio che la Tamaki Drive fino a Mission Bay, lunga strada costiera fiancheggiata dagli alberi pohutukawa, che la Lonely Planet consiglia di percorrere anche per godere della bellissima colorazione rossa che queste piante assumono durante il periodo natalizio; anche se manca più di un mese al Natale la curiosità ci porta comunque a passare da quelle parti con la speranza magari di assistere ad una prematura fioritura... ma anche senza fiori rossi la strada è molto bella, con spiagge sabbiose da un lato e deliziose villette dall'altro.
Per concludere è bene ricordare che Auckland offre anche molte alternative per quello che riguarda musei o simili; fra questi l'Auckland Museum con collezioni che riguardano la cultura maori, il National Maritime Museum che illustra la storia della navigazione in Nuova Zelanda dalle canoe dei maori ai modernissimi jet-boat e l'Auckland Art Gallery con dipinti d'arte locale ed opere contemporanee. Degno di menzione anche l'Acquario, con la ricostruzione di ambienti antartici del passato, presente e futuro.
So già che Auckland mi resterà nel cuore proprio perché rappresenta il primo impatto, l'incontro ravvicinato con la superba terra di Nuova Zelanda e perché sorseggiando quell'anonima birra a quasi duecento metri d'altezza provo un brivido di felicità; solo il primo di una lunga serie però, una serie che inizia già il giorno successivo.
E' piacevole ma anche abbastanza impegnativo scrivere di luoghi così remoti come alcune regioni della Nuova Zelanda di cui forse mai si è sentito parlare prima; in fondo si tratta di uno Stato che è agli antipodi rispetto all'Italia e bene o male esso è praticamente un illustre sconosciuto per molti. Io stessa, non solo prima di metterci piede ma ancora prima di "studiarmi" la Lonely Planet, non ne sapevo praticamente niente e un nome come Bay of Islands nella regione denominata Northland, non mi diceva assolutamente nulla.
E invece eccoci qua. Dopo i due giorni passati ad Auckland utili anche per recuperare sul fuso orario, finalmente il vero e proprio viaggio "on the road" ha inizio, viaggio che nelle intenzioni dovrà condurci dall'estremo nord all'estremo sud, con tutte le varianti del caso lungo il percorso. Da Auckland il nord è tutto sommato vicino e verso esso puntiamo, attraversando appunto la regione denominata Northland che così tanto ha da offrire a chi la percorre e che ha il suo punto di forza nella Bay of Islands, una delle principali mete turistiche dell'intera Nuova Zelanda.
La prima tappa in programma è però nella Waipoua Kauri Forest per ammirare quello che resta delle sterminate foreste di kauri che ricoprivano un tempo questa regione. Il kauri è un albero nativo dell'Isola del Nord e in fatto di maestosità può competere tranquillamente con le sequoie nordamericane in quanto raggiunge i 50 metri di altezza senza contare il largo diametro del tronco. L'indiscriminato abbattimento di questi alberi per ricavarne legname, durante il periodo coloniale, ne ha ridotto drasticamente il numero e gli esemplari che si possono ammirare oggi sono solo una pallida testimonianza di quello che doveva essere quest'area in passato. Nella Waipoua Forest se ne trovano circa trequarti del numero dei sopravvissuti e questa è, fortunatamente, dal 1952 zona protetta. La strada statale attraversa per circa 18 km. questa foresta ed è senza dubbio in assoluto una delle più belle strade di tutte quelle percorse nel paese. Non solo kauri ma una grandissima varietà di vegetazione, prime fra tutte le incredibili felci che, date le dimensioni, vengono da noi confuse in un primo momento con delle improbabili palme! In effetti questi felci sono talmente grandi che paiono alberi e la veduta d'insieme è qualcosa di assolutamente fantastico, così come fantastico è percorrere quei 18 km. di strada avvolte da un'atmosfera fiabesca. Da essa si raggiunge il vistors centre del parco (qui abbiamo incontrato il primo dei cinque - ripeto solo cinque - italiani incrociati durante tutto il viaggio) dove si possono avere utili informazioni sui kauri e su brevi itinerari a piedi per raggiungere ed ammirarne alcuni. Tra questi il "Ta Matua Ngahere" (padre della foresta) che è quello che ha la maggior circonferenza (più di 5 metri di diametro) ed è anche il più vecchio, con un'età stimata di circa 2000 anni. Altri kauri visibili, le "Four Sister"- quattro alberi raggruppati insieme - e il Tane-mahuta (il nome della divinità maori della foresta) che è più alto ma meno imponente del fratello maggiore. Quasi scontato aggiungere che passeggiare tra questa vegetazione avvolgente, al cospetto sia di piante secolari che incutono un certo rispetto sia di germogli di felce la cui forma sorprende e incuriosisce, provoca un gran senso di benessere e serenità, emozioni quanto mai piacevoli e benaccette.
Superata la foresta e ripresa la strada, dopo aver preso possesso della nostra camera in un lodge a Kaitaia, puntiamo decisamente ancora verso nord, verso Cape Reinga. Dobbiamo però fare i conti per la prima volta con quello che sarà il nostro unico nemico, che non ci abbandonerà quasi mai: il tempo. Sia ben inteso, non il tempo meteorologico, ma quello che passa inesorabile e che spesso non consente di fare tutto quello che si vorrebbe fare. In questo caso, se avessimo avuto un giorno in più a disposizione da spendere da queste parti, non saremmo andate con i nostri mezzi ma ci saremmo appoggiate a qualche agenzia locale specializzata per raggiungere il Capo ma soprattutto per ridiscenderlo. Un itinerario piuttosto battuto (e sicuramente molto bello) prevede infatti il ritorno da Cape Reinga non percorrendo la stessa strada utilizzata per l'andata - non asfaltata per un lungo tratto, tra l'altro - ma bensì quella denominata "Ninety mile beach" (che a dispetto del nome non è di 90 miglia ma di 90 km.) che corre diritta sulla sabbia della spiaggia e che viene affrontata solo da mezzi adeguati (i più sono bus turistici) in quanto le auto sono destinate nel migliore dei casi a rimanere insabbiate quando non addirittura ad essere inghiottite dalle maree; ovviamente nessuna società di autonoleggio copre eventuali danni subiti percorrendo questa strada e naturalmente ci rinunciamo. Partecipare ad un tour organizzato sarebbe stato in questo caso sicuramente un'esperienza gradevolissima ma ne facciamo forzatamente a meno per mancanza, appunto, di tempo. Questo però non ci impedisce di raggiungere comunque quello che è il punto più a nord di tutta la Nuova Zelanda, quel Cape Reinga dove il Mare di Tasman e l'Oceano Pacifico s'incontrano creando, in caso di burrasca, onde di anche 10 metri d'altezza. Quassù, in questo luogo dove pare veramente di essere in capo al mondo, si trova un faro, tuttora attivo, ma soprattutto si respira quell'aria magica che le tradizioni maori gli hanno attribuito, trovandosi qui l'ingresso per la loro oltretomba, nascosto tra le radici di un solitario albero pohutukawa. E' infatti qui a Te Rerenga Wairua - nome maori di Cape Reinga - che l'anima del defunto, scivolando appunto sulle radici dell'albero, lascia la terra e si riunisce agli spiriti degli antenati. Luogo più che mai sacro ed inviolabile quindi, la cui solennità è sottolineata da una natura superba ed incontaminata. La stupenda e tiepida giornata di sole ci regala un panorama indimenticabile, cui si aggiungono i caldi colori di un tramonto ormai prossimo e tutto ciò è capace di allontanare la stanchezza accumulata in questo lungo e pieno giorno di viaggio, senza contare quei 120 km. che ancora ci attendono per rientrare a Kaitaia.
Il giorno successivo ci aspetta un'inevitabile levataccia (la seconda ormai di una lunghissima serie) per sfruttare le ore di chiaro e per raggiungere il prima possibile Pahia, base ideale per tutte le escursioni e attività nella Bay of Islands. Nonostante sia venerdì riusciamo a trovare con facilità una camera in uno degli innumerevoli lodge del paese, probabilmente anche grazie al fatto che è ancora mattina presto. Da lì prenotiamo anche la crociera del primo pomeriggio nella baia, una delle varie e concorrenziali proposte che le tante, tantissime agenzie e operatori del settore, offrono.
La Bay of Islands è formata da circa 150 tra isole, isolette e scogli e le attività marine alle quali ci si può dedicare sono veramente infinite. A parte le crociere si può praticare la vela, uscire in kayak, immergersi con le bombole, fare surf, volare sull'acqua con i jet-boat, nuotare coi delfini. Quest'ultima attività era quella alla quale tenevo di più, ma per una serie di circostanze ho dovuto rinunciarci e questo è uno dei pochi rimpianti che questo viaggio mi ha lasciato.
La crociera che abbiamo scelto, di circa tre ore e mezza, permette di usufruire il più possibile delle varie opportunità offerte dalla navigazione nella baia. Si passa in mezzo ad un numero incredibile di isole, costeggiando spiagge e cale favolose, fino a raggiungere il faro di Cape Brett, al limite della baia. Qui si trova anche il famoso "Hole in the Rock" che come dice il nome è un gigantesco buco nella roccia che, tempo permettendo, viene attraversato dalle varie imbarcazioni. Questo è un po' il simbolo della Bay of Islands ed immancabile punto di riferimento di ogni crociera. Ma la parte più emozionante di questa escursione nelle calme acque della baia, favorita anche dalle ottime condizioni atmosferiche, è l'incontro con le orche prima ed i delfini poi. Vedere entrambi questi animali può essere difficile, visto che le orche sono predatrici dei delfini e questi ultimi, ovviamente, cercano di starci il più lontano possibile. Ma siamo fortunate: gli abili marinai delle piccole imbarcazioni sanno bene dove trovare sia le une che gli altri e quindi possiamo godere di tutti e due gli incontri, ravvicinati quanto gioiosi. Posso sembrare noiosa, ma per una come me che ama moltissimo gli animali, di qualsiasi specie, poterli incontrare o meglio ancora poterli ammirare nel loro habitat naturale, è sempre un'emozione grandissima. In questo caso, poi, era la prima volta in assoluto che vedevo le orche e per quanto riguarda i delfini era la prima volta che li vedevo così da vicino.
Pahia offre inoltre una discreta possibilità di shopping nonché una buona scelta per quello che riguarda ristoranti e caffè. Se si vuole invece un ambiente più raccolto e romantico si può pernottare nella tranquilla Russell, praticamente di fronte a Pahia.
Da ricordare, infine, che a pochi km. da Pahia sorge la cittadina di Waitangi, famosa per essere il luogo in cui, nel 1840, venne firmato il trattato fra i capi maori ed il governo inglese della regina Vittoria, trattato ancora in vigore ma da sempre soggetto a forti contestazioni per le diverse interpretazioni delle parti per quello che riguarda il controllo delle terre.
Per concludere posso tranquillamente affermare che la Bay of Islands e le tutte le località del Northland che abbiamo attraversato, hanno mantenuto le promesse che avevano lasciato intravvedere sulla carta e alle quali siamo andate incontro fiduciose.
E' certo, il tanto ambito viaggio in terra kiwi è cominciato decisamente alla grande.
Ma andiamo avanti. Siamo in fase di avvicinamento a quella che è un po' la zona simbolo di questo paese, quella che accosta al pensiero della Nuova Zelanda immagini di una terra giovane che trema e ribolle, una terra ancora in fase di assestamento: l'area geotermale e vulcanica di Rotorua.
Ma prima di raggiungere quella che nelle previsioni si preannuncia essere una delle mete più particolari ed insolite del viaggio, due tappe lungo la strada altrettanto curiose ed inconsuete pur se così diverse l'una dall'altra: la "kiwi house" a Otorohanga e le Waitomo Caves con i suoi "glowworms".
A "Oto", come viene chiamata dai locali, "l'imperdibile" (a detta della Lonely Planet) visita alla "kiwi house", parco in cui vivono - in voliere o ambienti ricreati - un gran numero di uccelli nativi della Nuova Zelanda ma che ha il suo punto di forza nella "Nocturnal House", dove si possono osservare appunto i kiwi, uccelli simbolo della nazione. Il kiwi è un uccello notturno e quindi, per poter permettere ai visitatori di vederlo mentre scava con il lungo becco nel terreno alla ricerca di cibo o semplicemente mentre esplora il territorio, è stata ricreata un'area chiusa in cui - grazie a luci artificiali - il giorno e la notte sono invertiti. Si entra silenziosamente in questo capannone e mentre fuori il sole splende ci si ritrova in piena notte: "Rod Stewart", il maschio kiwi che qui vive, si aggira senza molta convinzione lì attorno emettendo strani suoni. E' decisamente brutto con quegli occhietti piccoli e il tronco da pollo... e questo suo vivere in un ambiente così artefatto per essere osservato dai turisti mi intristisce un pochino.
Usciamo dal parco con la netta sensazione che non fosse poi così "imperdibile" e ci dirigiamo verso la vicina Waitomo dove ci attende - almeno lo speriamo - una visita assolutamente unica nelle omonime grotte. Perché unica? Perché in queste grotte si possono osservare i glow-worms, larve della "bolitophila luminosa" un insetto che pare viva solo in Nuova Zelanda, in grotte umide e buie e dove la giusta umidità ne consente la vita. La loro particolarità sta nel fatto che, quando hanno fame, per attirare gli insetti che poi restano intrappolati nei fili appiccicosi che esse stesse producono, queste larve emettono una tenue luce propria. Molte grotte del paese le ospitano ma pare che queste di Waitomo siano le più "abitate".
La guida maori - una donna di mezza età - conduce il gruppo di visitatori del quale noi stesse facciamo parte, alla scoperta del tipico assortimento di stalattiti e stalagmiti che ogni grotta che si rispetti possiede, nonché ad una sosta nella "cathedral" sala vastissima in cui l'acustica è degna dei migliori teatri. Qui la nostra accompagnatrice - con una gradevolissima voce - intona un canto maori e poi ci spiega che in questa sala vengono celebrati anche matrimoni, compreso quello di sua figlia. Ma il clou della visita è rappresentato da un giro in barcone nelle acqua interne della grotta. Qui, una volta immersi nel buio più totale, ben lontani da ogni luce artificiale, lo spettacolo al quale assistiamo è di quelli da togliere il fiato. Alzando gli occhi in alto, verso le volte della grotta, l'impressione è quella straordinaria di avere sopra di sé un meraviglioso cielo stellato. Queste larve, con la loro incredibile luce, sono piccole stelle luminose che, tutte assieme, regalano agli occhi ed allo spirito dei visitatori un'emozione bellissima, un emozione costruita da mille e mille puntini che brillano intensamente. Incredibile ed indimenticabile esperienza, almeno per me, purtroppo però non documentabile in quanto nelle grotte è vietato sia fotografare (e questo lo capisco benissimo) sia filmare (e questo lo capisco molto meno).
Ma è a Rotorua che siamo dirette., Dopo aver attraversato una zona famosa per le gare di velocità nella tosatura delle pecore, l'impatto con l'affollamento ed il grande movimento turistico che c'è da queste parti non ci sorprende, visto che siamo forse nella zona più visitata di tutta la Nuova Zelanda. Che siamo nei pressi di una vasta zona geotermica ce ne accorgiamo però molto presto dall'inconfondibile odore. Rotorua è infatti chiamata "Sulphur City" (città dello zolfo) e dopo un po' che ti trovi da queste parti la puzza di uova marce la senti ovunque: sulla pelle, tra i capelli, nei vestiti, in auto, nel letto... ma alla fine ci si abitua pure a questo. Rotorua è tappa fondamentale in un viaggio in Nuova Zelanda per due motivi: per poter incontrare da vicino la cultura maori e per godere di tutte quelle affascinanti manifestazioni naturali collegate alle zone geotermali: pozze sulfuree, geyser, acque termali, attività vulcanica. Per quanto riguarda l'incontro con la cultura maori decidiamo di farne a meno: non perché non siamo interessate ma perché questi "incontri" hanno, più che un'impronta culturale, un'impronta turistico/commerciale che non ci aggrada. Forse abbiamo perso qualcosa ma mi piace pensare che la vera cultura maori sopravviva più che altro all'interno dei gruppi familiari e delle case non aperte ai turisti. Ci accontentiamo quindi di acquistare qualche souvenir in arte maori, quelle sculture in legno che saranno sì fatte ad uso e consumo del turista ma che comunque conservano l'impronta delle loro credenze e tradizioni.
Per quanto riguarda invece l'esplorazione delle aeree che racchiudono queste manifestazioni naturali così insolite per noi ma così "normali" da queste parti, c'è veramente solo l'imbarazzo della scelta. Nella stessa cittadina di Rotorua infatti basta girare lo sguardo qua e là per poter osservare vapori che si levano dal terreno e inoltre quasi ogni albergo, ostello, motel, possiede una piscina termale propria. Forse sbagliando, snobbiamo le riserve termali in città e dedichiamo il nostro tempo alla visita di quelle nei pressi, una delle quali, il Wai-o-Tapo, può considerarsi forse il luogo dove più numerosi abbiamo incontrato turisti provenienti da tutto il mondo (meno che dall'Italia). Si tratta dell'area geotermale più vasta (circa 18 kmq., dei quali sono una minima parte aperti al pubblico) e nel suo interno tre itinerari di diversa lunghezza e durata offrono la possibilità di aggirarsi fra piscine calde dai colori impossibili, fumarole, fanghi ribollenti. Un volantino in lingua italiana (una rarità) permette di accostare i vari colori delle pozze o delle rocce ai vari elementi minerari tipo giallo=zolfo, bianco=silice, rosso=ossido di ferro, nero=zolfo/carbonio e via discorrendo. Tra i vari crateri o pozze, degni di particolare nota, "la tavolozza del pittore" che come da nome offre una quantità incredibile di colori, "la pozza champagne" anche questa colorata e ribollente di mille bollicine, "il bagno del diavolo" che a causa della sua colorazione sembra un incredibile ed enorme crema di piselli e tanti altri. Quello che invece mi ha profondamente deluso nonché realmente sdegnato è il "Lady Knox Geyser" che a chiamarlo geyser mi si accappona la pelle. La grande massa di turisti viene fatta accomodare in una specie di arena - con tanto di piccole gradinate - davanti ad un ridicolo cono di ridotte dimensioni (pare un piccolo termitaio) pure transennato che, alle ore 10.15 precise, viene alimentato con una particolare polvere di sapone. Dopo qualche minuto, a seguito di quelli che paiono colpetti di tosse, il conetto zampilla (mi verrebbe da dire vomita) una colonna d'acqua per circa un'ora... sarò difficile io, ma dopo aver visto dei geyser "seri" in Islanda - naturali, non a monetina - questo mi sembra veramente una deplorevole cioffeca nonché un'assurda pagliacciata.
Non paghe del Wai-o-Tapu visitiamo anche la più distante "Orakei Korako" che, pur essendo molto meno turistica forse anche a causa della posizione fuori mano, pare vanti però il primato per quanto riguarda la bellezza. Qui un tempo si trovavano la "Pink Terrace" e la "White terrace" distrutte poi dall'eruzione del vicino Tarawera ma ancora oggi si possono ammirare terrazze di silicio spettacolari nonché vaste pozze di fanghi ribollenti. Curiosa ed intrigante anche la discesa alla "Ruatapu Cave" una grotta geotermale molto particolare tanto è vero che pare ne esistano due sole al mondo: una è qui e l'altra è.... in Sicilia! Tradizione vuole che arrivati nel laghetto color di giada nel fondo della grotta - pare usata quale specchio dai maori durante una particolare cerimonia - vi si debba immergere la mano sinistra ed esprimere un desiderio... desiderio che però non deve essere assolutamente rivelato a nessuno, pena il mancato esaudimento del desiderio stesso.
Voglio ancora ricordare, per quanto riguarda la nostra visita alle innumerevoli aree geotermiche in zona, un giro nel parco denominato "craters of the moon" in un pomeriggio di pioggia battente dove i vapori delle numerosissime fumarole si confondono con bassi banchi di nebbia creando un'atmosfera inusuale ed a suo modo indubbiamente affascinante.
Poteva mancare infine, in una zona così ricca di acque termali, un rilassante bagnetto? Ovviamente no... ma scegliamo non un centro specializzato a pagamento ma il Kerosene Creek, lontano dal centro abitato di Roturoa, lungo una deviazione sterrata della strada statale per Taupo. Qui, lungo il corso del fiumiciattolo, uno slargo forma una piscina naturale di acqua calda; solo due persone vi sono immerse e... incredibile ma vero sono una coppia di milanesi in viaggio di nozze. Inutile dire che questo bagno è quanto mai piacevole e tonificante, talmente gradevole che è veramente faticoso uscirne!
Insomma, per concludere, la zona è bella, ricchissima di manifestazioni naturali di tutto rispetto ed assolutamente inusuali però... torno a ripetere che forse sono io che ormai sono diventata difficile o forse semplicemente essendo già preparata in qualche modo a quello che avrei visto non ne sono rimasta così profondamente colpita come le mie compagne di viaggio. Perché? Perché sotto questo aspetto di natura ribollente e ribelle l'Islanda mi ha colpito molto di più e sicuramente più profondamente.
Ma ora ci aspetta la parte più faticosa del viaggio: il Tongariro National Park.
Si tratta del primo parco naturale istituito in Nuova Zelanda, il quarto più vecchio nel mondo. Questo primato la dice lunga sulla sua bellezza e spettacolarità e ne fa una delle mete più ambite per viaggi naturalistici in questa nazione. Nel suo interno innumerevoli le passeggiate ed i circuiti escursionistici di variabile durata - dalle poche ore a svariati giorni - ma fra questi il più famoso è senz'altro il Tongariro Crossing, definito la più bella escursione giornaliera della Nuova Zelanda. Un'escursione che in questi ultimi tempi ha aggiunto nuovi motivi di interesse considerato che i territori che attraversa sono stati l'ambientazione de "Il Signore degli Anelli" ed ovviamente la possibilità di vedere con i propri occhi questi luoghi aggiunge valore ad un viaggio già di per sé indimenticabile.
Ma io non me la sentivo. Non me la sentivo non tanto per la lunghezza o durata - circa 17 km. in 6/8 ore - ma per le inevitabili salite sul suo percorso, un grossissimo ostacolo da sempre, per me.
Ebbene sì, nella prima stesura del programma di viaggio questo trekking era stato omesso ma poi, dopo aver parlato con una persona che c’era stata, un ripensamento. Questa persona - che stimo molto come vero viaggiatore - me lo consigliava assolutamente e fu così che il Tongariro Crossing entrò di prepotenza nel nostro itinerario dell'Isola del Nord, rivoluzionando in qualche modo un già risicato programma, ma aggiungendovi sicuramente qualcosa di grande.
Per un insieme di circostanze ci veniamo a trovare a Turangi - la nostra base logistica per quest'escursione - in anticipo di un giorno su quanto stabilito. Meglio così - diciamo tra noi - un giorno guadagnato da dedicare alla visita di qualcos'altro di non previsto. Nello stesso motel dove ci stabiliamo chiediamo informazioni; è bene specificare che tutte le strutture alberghiere - di qualsiasi categoria - hanno una grande quantità di dépliant informativi su tutto quanto è possibile vedere e fare in zona. Ci vengono proposte due agenzie che effettuano il servizio navetta alla partenza e all'arrivo alle quali rivolgersi per una pura questione di trasporto. Il Tongariro Crossing infatti non è un circuito, parte in un punto ed arriva in un altro ed è bene quindi organizzarsi per gli spostamenti. Di queste due agenzie una - per camminatori stacanovisti e convinti - effettua il servizio in qualsiasi condizione meteorologica mentre la seconda parte solo se il tempo è buono. Ovviamente ci rivolgiamo a quest'ultima ma, purtroppo, quello che temevamo ci viene confermato: l'indomani il tempo è previsto brutto e il servizio non si farà. Buone prospettive invece per il giorno dopo ancora - ironia della sorte quello che avevamo stabilito inizialmente - quando il tempo sembra dovrà volgere decisamente al bello. A questo punto decidiamo di aspettare; domani ci dedicheremo a qualcosa nelle vicinanze in attesa del responso in serata e se tutto andrà bene rientreremo perfettamente dentro al programma stabilito. E se andrà male... pazienza.
Questa giornata di attesa che ci ritroviamo a gestire, cercando di non stancarci troppo anche se tra andata e ritorno ci aspettano comunque circa 400 km. d'auto, decidiamo di dedicarla ad un escursione fino alla costa est ed in particolare alla cittadina di Napier, che contende a Miami il titolo di capitale mondiale dell'art decò. La strada interna che percorriamo per raggiungerla è molto bella, costeggiata per quasi tutta la lunghezza da infiniti cespugli di ginestra che danno un fantastico tocco di colore ad una giornata piuttosto grigia.
Napier e questo tratto della costa statisticamente sono baciate dal sole per la gran parte dell'anno... ma dato che c'è sempre l'eccezione che conferma la regola, vi giungiamo in una giornata cupa, grigia, piovosa e ventosa nonché freddina. Quattro passi nel centro, un po' di foto a questa particolare art decò, un po' di shopping ed il rientro a Turangi con il tempo sempre instabile. Ma possibile che domani sarà bello? Si, la telefonata all'agenzia ce lo conferma, domani il Tongariro Crossing si farà. Un salto al supermercato per acquistare qualcosa di adatto al pranzo al sacco e qui il nostro primo incontro con le famose "cozze verdi", specialità gastronomica neozelandese. La cucina nella nostra camera di motel c'è... quindi perché non provarle? Poi però a letto presto, domani ci aspetta una bella levataccia nonché una giornata decisamente faticosa.
E' ancora quasi buio quando ci svegliamo e ovviamente il primo pensiero è rivolto al tempo. Incredibile! Le stelle ancora visibili mostrano un cielo completamente sgombro da nubi, presago di una splendida e soleggiata giornata.
L'organizzazione dell'agenzia che abbiamo scelto è impeccabile: all'ora stabilita ci prelevano direttamente dal motel per portarci al luogo di ritrovo a Turangi, dove ci attende il pullman che ci condurrà al punto di partenza del trekking.
Alle 7.30 finalmente arriviamo al parcheggio e qui, dopo aver affittato i bastoncini telescopici per facilitarci il cammino, pongo alle mie compagne d'avventure le mie condizioni: voglio fare il percorso da sola. Non me ne vogliano, tanto loro sono già in due, ma io ho bisogno di non dover adattare il mio passo (da lumaca stanca in salita ma da trottola in discesa) a quello degli altri, non voglio assolutamente né che mi aspettino né aspettare durante il cammino... insomma, questa che per me è una prova difficile, la devo affrontare da sola. E mentre loro ancora finiscono di prepararsi io parto, tanto alla prima salita forte so che mi raggiungeranno e supereranno con facilità.
Il primo tratto - quello che dal parcheggio porta alle "soda springs"- a detta del dépliant che ho in tasca necessita di un tempo di percorrenza di circa un'ora. Il tratto è in leggera salita ma per adesso questa non mi preoccupa. Il sole splende, il cielo è terso, la temperatura non è molto alta ma si sta benissimo: insomma, le condizioni sono ottimali, non ho ancora problemi di fiato ed il mio stato fisico per ora mi permette di osservare serenamente quanto mi sta attorno. Alcune passerelle in legno facilitino il cammino ed evitano di sprofondare nel fango che i due giorni precedenti di pioggia hanno lasciato, mentre lo sguardo spazia su un paesaggio scarno fatto di colate laviche e quasi privo di vegetazione. Impiego esattamente un'ora e questo mi fa capire che, rispetto ai tempi indicati sul dépliant, se nel falso piano ho mantenuto perfettamente i tempi di percorrenza, in previsione dovrò quasi raddoppiare i miei tempi per la salita e ridurli drasticamente sulla discesa. Intanto qui, alle soda springs, complice una... toilette affollata, mi fermo una decina di minuti e questo permette alle mie compagne di raggiungermi. Ma la sosta vale anche per loro ed io riparto. Ma intanto comincia la salita vera e propria... fino al "South Crater" previsti 45 minuti ma so che ne impiegherò molti di più. Intanto, alla mia destra, ammiro il cono vulcanico pressoché perfetto del Ngauruhoe ed è qui che il panorama comincia a farsi spettacolare ma è anche qui che inizia la mia grande fatica. Come da copione vengo raggiunta e superata dalle mie compagne d'avventura mentre il mio fiato si accorcia sempre di più. Fiumane di persone (incredibile veramente l'affollamento) di tutte le età e nazionalità mi superano più o meno facilmente e questo mi mostra ancora una volta i miei limiti. So che può sembrare strano ma soffro veramente, e tanto, e questo offusca un po' la bellezza di quello che sto vedendo e la gioia per quello che sto facendo. Arrivo sul South Crater impiegando un'ora e mezzo contro i 45 minuti previsti... credo basti questo per capire. Da quassù il paesaggio è spettacolare ma soffia un gran vento e fa decisamente freddo nonostante il sole. L'ultimo strappo (tempo previsto un'ora, impiegate due) mi ammazza proprio... a questo punto non sono più in grado di godere di quanto mi circonda e quasi mi sento svenire. Ma stringo i denti e con la velocità di una tartaruga anziana procedo arrancando. Ma finalmente la salita è finita (o quasi... un'altra piccola salita c'è ancora più avanti, prima del lago blu) e posso fermarmi a tirare il fiato e bearmi dello straordinario panorama che si offre ai miei occhi. Sulla destra del sentiero il Red Crater, rosso di ossido di ferro, si apre come un'inquietante bocca fumante e monopolizza lo sguardo di tutti almeno fino al momento in cui, superato un piccolo crinale, ci si trova davanti a quella che è senz'altro la visione più spettacolare del trekking tutto: gli Emerald Lakes, laghetti color smeraldo che colmano d'acqua antichi crateri e che costituiscono ormai l'immagine simbolo del Tongariro Crossing. Quassù ritrovo le mie amiche che mi aspettano... sapevano dei miei problemi e volevano accertarsi che stessi bene. Scendendo si costeggiano i bellissimi laghetti e poi, dopo un tratto in pianura, un altro piccolo strappo prima di ammirare lo stupendo Blue Lake. Ma la discesa è ormai realtà ed il tratto di due ore fino al rifugio "Ketetahi Hut" viene da me percorso in un ora e dieci. Mollo nuovamente le mie compagne e mi butto letteralmente su questa discesa permettendo alle mie gambe (che mi sono sempre fedeli, non come il fiato...) di avere la loro rivincita sciogliendosi in un piccolo trotto liberatore. Al rifugio sono io a fermarmi ad aspettarle, prima del tratto finale. Quest'ultimo, due ore di discesa (1 ora e 40 per me) - buona parte delle quali percorse attraversando una stupenda foresta - è molto ripido e mette a dura prova le ginocchia.
Ma alla fine ecco il parcheggio, punto d'arrivo; decine e decine di persone sono stravaccate sui prati lì attorno in attesa di riprendere i propri mezzi di locomozione ed io faccio altrettanto. Le mie amiche mi raggiungono solo una ventina di minuti più tardi. Ho impiegato in totale poco più di 8 ore, comprese le soste. Mentre mangio quel panino che non ero riuscita a consumare dagli Emerald Lakes a causa dell'affaticamento fisico, penso alla bellezza di quello che ho visto e alla soddisfazione di aver portato a termine questo superbo trekking ma penso anche alla fatica che ho provato e mi pongo una domanda: con il senno di poi... lo rifarei?
Si riparte. Verso la Capitale.
Wellington, per tutti quelli che - come noi - affrontano un tour in auto in Nuova Zelanda con il preciso intento di visitare entrambe le isole, è inevitabilmente l'ultima tappa dell'isola del nord trovandosi appunto in questa città il punto d'imbarco per Picton, nell'isola del sud. Ed è ancora in questa città che, solitamente, si consegna all'autonoleggio l'auto utilizzata per poi - sempre a Picton - prenderne una nuova (o viceversa, se si proviene dall'isola del sud). La maggior parte delle società di autonoleggio, infatti, non permette di trasbordare le proprie auto da un'isola all'altra; ciò, se da una parte può far immaginare disagi che in realtà alla fine non sussistono, è in realtà positivo anche per il viaggiatore in quanto si evita in questo modo un gravoso esborso, visto che trasportare l'auto sul traghetto costa parecchio. Ciò comporta, nella maggioranza dei casi, una sosta "forzata" in questa città che però, è bene ricordarlo, è pur sempre la capitale della Nuova Zelanda e in quanto tale meritevole di una pur breve visita. Già, Wellington è la capitale di questo paese dal 1865, quando la sede del governo vi fu trasferita da Auckland e, pur contando solo poco più di 200.000 abitanti, è annoverata quale principale centro culturale ed artistico della Nuova Zelanda nonché porto di grande importanza strategica trovandosi ad essere passaggio obbligato per merci e persone da un'isola all'altra.
Arriviamo a Wellington in tarda mattinata; ci accordiamo con l'autonoleggio per l'indomani, acquistiamo i biglietti del traghetto per la nostra traversata del mattino dopo e cerchiamo da dormire per la notte. Ciò fatto, di tempo da dedicare a questa città non ne rimane tantissimo e inevitabilmente ci troviamo con la necessità di operare delle scelte: dedicarsi al centro ed al suo circondario oppure visitare quello che pare essere il migliore museo della Nuova Zelanda? Optiamo - seppur dolorosamente - per la prima soluzione... in fondo il nostro è un viaggio "en plein air" e tale sia fino in fondo! A malincuore quindi rinunciamo al "Te Papa", questo nuovissimo museo inaugurato nel 1998 ricchissimo sia di tutto ciò che riguarda la storia e la cultura della nazione che di innovazioni tecnologiche e centri interattivi di sperimentazione. L'ingresso è libero ma l'area espositiva è vastissima e pare richieda almeno una giornata intera per visitarla tutta! Appunto per questo motivo ci accontentiamo di ammirarlo dall'esterno... sperando che la città abbia altro da offrirci per giustificare tale rinuncia.
Il tempo è discreto e finché il sole o perlomeno la luce ravviva il paesaggio, decidiamo di esplorare - in auto - il territorio nei pressi, dedicandoci, primo fra tutti, al giro completo della piccola penisola di Mirimar, scoperta quasi per caso girando attorno alla pista d'atterraggio dell'aeroporto, a ridosso del mare. Ci ritroviamo così a percorrere una strada costiera bellissima e selvaggia, molto poco trafficata. Sembra quasi impossibile che a due passi della Capitale possa esserci una strada così, ricca di panorami spettacolari su un mare che non è certo quello adatto agli stabilimenti balneari o che inviti ad un bagno, ma che colpisce invece per la sua rude ed incontaminata bellezza. Una strada praticamente disabitata e semi-deserta, prova ne sia che, sul suo percorso, si incrociano spesso dei simpatici cartelli che invitano alla prudenza e a guidare piano in quanto non è affatto remota la possibilità che la strada stessa possa essere attraversata da... pinguini!
Dopo questo piacevolissimo giro che ci ha offerto un quadro sulla costa e sul mare adiacenti al centro, decidiamo che, per avere un'idea ancora più precisa della città tutta, non può mancare un'ascesa al Monte Victoria, punto panoramico per eccellenza. Forse ci si potrebbe arrivare anche a piedi ma l'acido lattico che ha trasformato le nostre gambe - dopo l'avventura al Tongariro Crossing del giorno prima - in rigide appendici doloranti, consiglia di utilizzare ancora una volta l'auto. Il monte non è particolarmente alto - 200 mt. - ma dalla sua cima il panorama è splendido, aperto su una vista che ancora una volta, a stento, riesco col pensiero ad accostare a quella della capitale di una nazione remota in tutti i sensi ma non certo piccola.
Una volta discese dal Monte Vittoria decidiamo, finalmente, di abbandonare l'auto e girare a piedi. Sempre per sfruttare la luce prima che cali la sera, seguendo i consigli della Lonely Planet scegliamo di salire sulla cremagliera - tappa obbligata qui a Wellington, pare - che s'inerpica su per una collina sulla cui cima si trovano i Giardini Botanici, altra meta imperdibile. La gita in cremagliera in sé non si può certo dire che ci entusiasmi (cosa invece che riesce benissimo ai numerosi bambini presenti, felici poi di farsi fotografare con il manovratore) ma la passeggiata nei Giardini Botanici è molto rilassante, anche se siamo costrette - sia per motivi di tempo che di gambe - a limitarne i percorsi ed i relativi tempi di percorrenza. La vegetazione presente è per lo più quella tipica del bush, con numerose piante indigene che qui sono coltivate e protette; molti sentieri si inoltrano nel fitto di questi 26 ettari di giardino che a tratti si trasforma in vera e propria foresta. All'interno di questi giardini si trova anche il "Carter Observatory" che ospita mostre di carattere astronomico e dove è possibile ammirare con un potente telescopio, di sera, il cielo. Purtroppo per noi ci siamo arrivate nel giorno di chiusura.
Ridiscendiamo con la cremagliera e ci ritroviamo nel centro città propriamente detto che si snoda soprattutto lungo la Lambton Quay, cuore commerciale della città. Ma, essendo Wellington la capitale della nazione, gli edifici più rappresentativi sono quelli storici/politici. E quindi ecco i "Government Buildings" risalenti al 1876 e costruiti completamente in legno; la Premier House, nata per essere la residenza ufficiale del Primo Ministro e infine gli edifici del Parlamento, su tutti il "Beehive". Quest'ultimo, volente o nolente, è diventato il controverso simbolo architettonico del paese. E' chiamato familiarmente "arnia" (e questo la dice tanto sulla sua forma) ed io l'ho trovato talmente brutto ed antiestetico che mi sono addirittura rifiutata di fotografarlo...
Ma visto che ci troviamo nella zona che vanta anche i migliori locali della città perché non approfittarne per sancire con un'altra birra il buon proseguimento del viaggio? E così, in quello che apparentemente sembra un classico pub inglese e che poi si rivelerà anche un ottimo ristorante (infatti qui consumiamo una delle migliori cene in Nuova Zelanda), l'ennesimo brindisi ci ricorda che siamo circa a metà del viaggio ma che da domani esso si aprirà verso nuovi, emozionanti orizzonti: l'Isola del Sud con i suoi meravigliosi scenari naturali ma soprattutto con la sua commuovente, solitaria bellezza.
Ci sono luoghi, in ogni viaggio, che più di altri accendono emozioni particolari. Capita così tutte le volte in cui mi ritrovo a percorrere le strade del mondo. In Nuova Zelanda questo luogo si chiama Kaikoura....
Finalmente Picton, Isola del Sud. Scendere a terra dopo circa tre ore di traghetto ed espletare nuovamente le pratiche dell'auto a noleggio (in questa seconda parte del nostro peregrinare ci viene assegnata una Mazda "Capella"... con un nome così, in Italia, quest'auto non avrebbe storia...) sono azioni che ci regalano la bellissima sensazione di essere nuovamente all'inizio del viaggio, di cominciare ora.
Anche qui, nell'Isola del Sud - che ci era stata presentata come la sezione più selvaggia, incontaminata e quasi disabitata della Nuova Zelanda - al momento della stesura del programma avevamo dovuto operare dei dolorosi tagli. Fra le località escluse l'Abel Tasman National Park che, nonostante la sua bellezza e l'inequivocabile richiamo naturalistico, si veniva a trovare un po' fuori da un itinerario per quanto possibile lineare ma inevitabilmente condizionato dai tempi a disposizione. Sapendo che ci sarebbe rimasta da trascorrere solo poco più di una mezza giornata in zona, dopo la traversata dello Stretto di Cook, l'idea era quella di esplorare i Marlborough Sounds, un insieme di isolotti, baie, calette e fiordi, magari in barca. Purtroppo le condizioni meteorologiche che troviamo non sono quelle adatte - pioggerellina e nebbia - e allora optiamo per un giro in auto fino a Nelson (cittadina diciamo così, rivierasca) e quindi tornare sui nostri passi percorrendo una bellissima ma interminabile strada costeggiante un fiordo, per poi scendere lungo la costa est. Nelle intenzioni - visto che la giornata sta quasi volgendo al termine - c'è la sosta per la notte lungo la strada che da Picton porta a Kaikoura. La Lonely Planet non indica nulla - né motel, né ostelli, né B&B ma confidiamo di trovare comunque qualcosa, nella guida mica saranno indicate tutte le possibilità di alloggio! Impariamo a nostre spese, però, che in quest'Isola del Sud quando si dice nulla... nulla è veramente! Peccato, siamo costrette a percorrere quasi di corsa questa che per me è una delle strade in assoluto più belle di tutta la Nuova Zelanda, cercando di arrivare a Kaikoura prima che sia notte. Peccato davvero, la Statale 1 qui prima attraversa una zona quasi desertica ma di grande fascino e poi segue l'andamento della costa offrendo scorci di straordinaria bellezza. Intorno però non ci sono paesi o villaggi degni di questo nome anche se, sulla cartina, quei puntolini con un nome accanto farebbero presagire centri abitati, magari con qualche piccola struttura ricettiva. Invece no, solo qualche casa sperduta.
Arriviamo nei pressi di Kaikoura che sono le 21 passate. L'ora tarda non ci permette il lusso di scegliere dove pernottare ma nel primo motel che incontriamo, nell'immediata periferia, ci sono posti vacanti ed il motel stesso, fortunatamente, si rivela abbastanza economico e di notevole qualità. Non perdiamo tempo e, al gentilissimo gestore, chiediamo informazioni per l'attività per la quale siamo venute qui: l'avvistamento di balene e capodogli. Ci fornisce un numero telefonico al quale rivolgersi domattina, avvertendoci però che le condizioni del mare non sono delle migliori.
Il mattino dopo telefoniamo: c'è disponibilità di posti per l'escursione del primo pomeriggio ma anche in questa circostanza ci avvertono che se anche lo stato del mare non è tale da impedire la navigazione, sicuramente non sarà una traversata tranquilla e con buone possibilità di stare male. Nonostante tutto accettiamo la sfida... con quale coraggio rinunciare?
La prima mattina la trascorriamo andando un po' a ritroso lungo la strada percorsa il giorno precedente, soffermandoci prima ad ammirare i coraggiosi surfisti che sfidano il mare, e poi, soprattutto, ad osservare una colonia di foche a Point Kean, qualche chilometro prima di Kaikoura. In questa stagione le femmine di foca sono gravide e sono più che mai tranquille, mollemente distese sugli scogli o nella spiaggetta. E' un'esperienza davvero particolare ritrovarsi su una terrazza a così pochi metri da questi animali, seguire i lori pigri movimenti, ascoltare i loro versi e... "assaporarne" la notevole puzza.
E' ancora presto però per l'escursione per l'avvistamento delle balene e quindi decidiamo di dedicarci alla visita di Kaikoura, che alla fine ancora non abbiamo visto.
Kaikoura si trova in una posizione decisamente privilegiata, alla base di una piccola penisola di pari nome e affacciata in una deliziosa baia. Alle sue spalle una corona di colline innevate quasi tutto l'anno. Il suo nome maori significa letteralmente "cibo di aragoste" ed infatti le stesse aragoste vengono vendute persino in piccoli baracchini lungo la strada, insieme alle immancabili patatine fritte (!). La fauna marina è particolarmente ricca e questa località è famosa in tutto il mondo proprio per l'avvistamento dei grandi cetacei, richiamando numerosi turisti proprio per la facilità con la quale - condizioni atmosferiche permettendo - tali avvistamenti sono possibili, sia dal mare che da i numerosi velivoli che effettuano il servizio.
La cittadina non è particolarmente grande ma è senza dubbio deliziosa. Percorriamo pigramente la via principale ricca di ristoranti ma anche di numerosi negozietti finalizzati ad uno shopping decisamente di gusto. Il sole fa capolino fra le nubi, la temperatura è quella ideale per passeggiare, l'ambiente circostante quanto mai gradevole e invitante. Ed è proprio passeggiando, senza pensieri né preoccupazioni, che sento qualcosa muoversi dentro di me, qualcosa che affiora poi alla coscienza provocandomi una meravigliosa sensazione di benessere. Mi sento così bene qui, mi sento come fossi a casa. Quell'emozione così grande che solo pochi posti sanno regalarmi si fa strada su tutte le altre; è quel senso di euforia che conosco così bene, che mi provoca un incontenibile desiderio di sorridere al mondo e alla vita, è quella voglia suprema di centellinare i momenti, di assaporare ogni istante ed ogni istante riporlo con cura nella memoria. Questo senso di gioia profonda traspare da ogni mio gesto: rido, scherzo, mi guardo attorno cercando di vedere ogni cosa, anche la più insignificante. Mi sento leggera, piena di vita, felice. E' anche solo per questi momenti che vale la pena di viaggiare.
Ma ormai è l'ora di approssimarsi al punto di ritrovo per l'escursione prenotata. Nonostante l'ennesimo avvertimento sulle condizioni del mare decidiamo di andare. Assumiamo delle pastiglie di zenzero che dovrebbero aiutare a combattere il mal di mare (io non ne ho mai sofferto ma chissà, potrebbe esserci sempre una prima volta). Memore di un'analoga esperienza di avvistamento balene (che però in quella circostanza fallì) in Islanda, mi aspettavo un grosso e solido barcone da pesca in grado di ospitare un centinaio di persone. E invece... l'imbarcazione è decisamente piccola (per una ventina di occupanti al massimo) e apparentemente fragile. Comincio ad avere qualche preoccupazione...
Navighiamo per più di mezz'ora, inoltrandoci sempre più al largo, in pieno oceano, in condizioni veramente difficili. Siamo ovviamente nella parte coperta della motobarca ma i marosi che s'infrangono ininterrottamente sui vetri fanno decisamente impressione come impressionanti sono i "salti" che compiamo, con la prua che sbatte contro le onde che sembrano muri (e l'impressione è proprio quella di sbattere contro un muro, sia per il rumore che per l'attrito) per poi inabissarsi. Confesso di provare un po' di paura ma il comportamento rilassato dell'equipaggio (4 in tutto) e la loro evidente preparazione professionale mi tranquillizzano. Lorella - una delle mie amiche - però non regge la situazione e viene inevitabilmente colta dalla nausea, insieme ad un altro paio di persone. Da parte mia non posso nascondere di non essere perfettamente a posto ma fortunatamente ben lontana dal sentirmi male.
Finalmente ci fermiamo, in mare aperto. Non che da fermi la situazione "ballo" migliori, anzi. Usciamo tutti sul ponte a guardarci intorno mentre il comandante immerge nell'acqua un idrofono, atto a captare i suoni che emettono i cetacei sotto la superficie del mare. Il risultato è negativo e ci spostiamo in un altro punto. Grazie anche alla segnalazione dei velivoli che sorvolano quel grosso tratto di oceano e di altre imbarcazioni, giungiamo finalmente in uno specchio d'acqua in cui si trova un capodoglio. Ci avviciniamo... l'emozione è fortissima e cresce ancor di più quando possiamo osservare gli enormi spruzzi che l'animale emette dalle narici, detti sfiatatoi. Il personale a bordo conosce benissimo questi cetacei ed i loro tempi di immersione: ci avvertono che di lì a poco il capodoglio s'inabisserà nell'oceano, non prima però di aver mostrato la sua enorme pinna caudale con quale si aiuta nella spinta verso il basso. Sono estasiata da questa immagine di forza e bellezza, non ho neanche tempo e voglia di imbracciare macchina fotografica o videocamera per immortalare l'evento, sono ipnotizzata. Quanto è bello, grandioso, affascinante osservare gli animali nel loro habitat, non mi stancherò mai di ripeterlo! Ma gli avvistamenti non sono finiti e, dopo aver navigato ancora un po', ecco un altro capodoglio. Questa volta non rinuncio alla videocamera e riprendo l'inabissamento e la stupenda visione della pinna caudale in tutta la sua imponenza. Per le foto non ho tempo, tutto si svolge in pochi secondi e mi devo accontentare di quelle scattate dalla mia amica. L'escursione ha avuto successo (in caso di non avvistamento, infatti, l'Agenzia preposta rimborsa il biglietto, peraltro piuttosto costoso) e ritorniamo verso riva, con un'altra mezz'ora di salti e sballottamenti.
Una volta a terra lasciamo Lorella in motel, che desidera solo riposare e riprendersi dal malore. Annamaria ed io, invece, prendiamo l'auto e ci dirigiamo verso l'estrema punta della penisola dove, nel corso di una bellissima passeggiata, abbiamo modo di avvicinare una foca (diciamo un paio di metri, il massimo concesso) e di osservare da vicino le incredibili alghe, simili per forma, colore e consistenza a degli enormi copertoni.
Tornando in motel una piccola sorpresa gradita: il gestore, conoscendo la nostra nazionalità e vedendo in cucina i nostri spaghetti, i pelati nonché l'inseparabile piantina di basilico, ci ha procurato una pentola con scolapasta. Finalmente una cottura della pasta come si deve!
Domani, con un po' di tristezza, lasceremo questa splendido posto. So però con certezza che ci rimarrà un pezzetto del mio cuore e se dovessi mai scegliere un posto dove vivere in Nuova Zelanda non ci sono dubbi... questo posto non potrebbe essere altro che Kaikoura.
Lasciare Kaikoura personalmente mi intristisce un po', ma sono consapevole che molte altre emozioni sono alle porte in questa favolosa terra di Nuova Zelanda ed ancor più nella stupenda e quasi disabitata isola del sud.
La sveglia è suonata prestissimo questa mattina, ci aspetta una lunga fase di trasferimento che ci condurrà dalla parte opposta dell'isola, sulla costa ovest. Destinazione ghiacciai o meglio ancora, Glacier Country.
In questa terra così ricca di bellezze naturali e di manifestazioni grandiose alla natura stessa collegate, i ghiacciai rappresentano un ulteriore punto di riferimento anche perché in nessun'altra parte del mondo le lingue di ghiaccio arrivano così vicino a mare. Come mai? Grazie ad un effetto combinato di forti venti di ponente che battono questa costa, alla vastità dell'area in cui il ghiaccio si deposita ed ovviamente alle discrete altezze, si viene a creare la condizione ottimale per cui detti ghiacciai si formino e questo accade a pochissimi chilometri dal mare. A parte il Tasman Glacier che si affaccia all'interno del paese, il Franz Josef ed il Fox - i più famosi della West Coast - respirano invece in qualche modo aria marina e questo aggiunge fascino là dove il fascino di un mondo così vario e dirompente già abbonda.
Ma la strada per giungervi è lunga. Lasciamo alle nostre spalle la costa est, in queste prime ore del mattino avvolta in una luce strana, baciata da un accenno di arcobaleno che non segue alcun temporale. Ci inoltriamo all'interno, fra dolci colline che brillano di un verde quasi accecante. Sarà l'ora, sarà che effettivamente le strade sono poco battute, ma per decine e decine di chilometri non incrociamo né auto né persone. Solo qualche timido leprotto che attraversa la strada e le immancabili pecore che contribuiscono a formare un quadro di inaudita pace e bellezza. Guido piano, non solo perché la strada che s'inoltra fra le colline non consente andature veloci, ma anche per assaporare il gusto di un lento procedere che mi permette di osservare senza problema tutto quanto mi sta attorno. Mi rendo conto più che mai che la bellezza di un viaggio itinerante non sta tanto nelle mete che si vogliono raggiungere, quanto nella gioia di avere un percorso da compiere. Se a ciò si aggiunge una predisposizione d'animo quanto mai positiva ed una passione innata e travolgente verso il viaggio inteso come un cammino quasi iniziatico - verso la conoscenza e la propria scoperta - assaporo con intensità queste scaglie di felicità che sento dentro di me.
In tarda mattinata raggiungiamo la costa ovest. La strada si fa più dritta e veloce e chi prende il mio posto alla guida procede più celermente, cosa che ognuna di noi fa quando la strada appunto diviene scorrevole. Quasi dal nulla spunta un'auto della Polizia Stradale: buffo riuscire a prendere una multa andando a 117 km.orari là dove il limite è a 100 e dove non c'è traffico e neppure centri abitati... ma non è certo questo piccolo inconveniente a rovinarci la giornata.
Su quest'Isola del Sud, che teoricamente dovrebbe essere più fredda di quella del Nord, fa un caldo notevole, al quale non siamo ancora abituate. Il sole picchia forte a Hokitika, dove ci fermiamo a mangiare un boccone in quello che sembra un villaggio della vecchia America. Non è un'impressione errata, tanto è vero che questo piccolo centro fu fondato nel 1860, ai tempi della corsa all'oro ed infatti conserva un sapore un po' decadente, da frontiera. Oggi Hokitika è famosa per la lavorazione della giada e ovviamente la vendita della stessa. Un po' di relax in un grosso laboratorio ove la pietra verde viene intagliata è d'obbligo.
Ripreso il cammino ora la meta a cui puntiamo è il villaggio di Franz Josef che, come il gemello Fox a pochi chilometri di distanza, è nato esclusivamente a scopo turistico e rappresenta il punto di partenza per tutte le varie attività che la zona offre.
Dal paese con una breve camminata si può raggiungere la parte terminale del ghiacciaio omonimo; il panorama, grazie anche ad un tempo splendido, è grandioso. Ma la visione, per quanto notevole, non basta certo ad appagare il desiderio di contemplare questo ghiacciaio e il vicino Fox in tutta la loro grandiosità. Fuori discussione la possibilità di addentrarci con piccozze e ramponi su per il ghiacciaio stesso, non è nelle nostre capacità. E allora? E allora via per l'esaudimento di quello che è sempre stato uno dei grandi desideri della mia vita: una gita in elicottero.
E' bene specificare che qui in Nuova Zelanda la pratica di effettuare voli sia con gli elicotteri che con piccoli aerei è diffusissima: si sorvolano i fiordi, i ghiacciai, il mare, le zone geotermiche, i vulcani. Ma noi, il nostro giro in elicottero lo avevamo serbato per quest'occasione.
Le agenzie che offrono questo servizio, qui al Franz Josef, sono numerose. Ne contattiamo tre o quattro ma nessuna, anche se le tariffe non sono certo economiche, mi da la certezza di poter contare su un posto-finestrino. Le mie amiche sono molto più accondiscendenti, io sono inamovibile su questo punto. Il fatto è che al momento della prenotazione non si sa se per l'ora stabilita ci saranno altri passeggeri e questo comporta che se si vuole il posto migliore bisogna guadagnarselo... con lo sprint! Le escursioni offerte sono diverse sia per costo che per durata ma, anche se si tratta di un salasso non da poco, l'intenzione è quella di fare il giro più lungo, completo e costoso. Alla fine decido di correre il rischio (non posso certo rinunciare!) e scegliamo l'agenzia che - a parità di costi e offerte - ci aveva colpito di più grazie a.... un simpatico e bel ragazzo alla reception! Ci assegnano all'escursione delle 17: considerando che manca poco meno di un'ora e che al momento di iscritte ci siamo solo noi, abbiamo buone possibilità di avere tutte e tre il posto-finestrino se finiremo sull'elicottero da quattro posti.
Questo giro che abbiamo scelto prevede il sorvolo di entrambi i ghiacciai, il giro intorno al Monte Cook (il più alto della Nuova Zelanda, mt.3755) e in più un atterraggio sulla neve. Durata poco meno di un'ora.
All'ora stabilita è con profonda gioia che scopriamo di essere sole e in più, il ragazzo che avevo stressato con la richiesta del mio posto-finestrino, mi comunica ridendo che mi sono guadagnata il posto accanto al pilota. Wow!!!!
Si possono immaginare il mio entusiasmo, la mia emozione, la mia gioia, mentre sono in procinto di realizzare un sogno? Credo di si. Dire che non sto nella pelle è riduttivo... non solo avrei volato in elicottero ma lo avrei fatto sorvolando scenari di grande bellezza per i quali la visione aerea è sicuramente la più appagante.
Indossiamo le cuffie sia per ascoltare le descrizioni del pilota sia per non essere assordati dal rumore delle pale e via, si decolla. Mi chiedo se sono più emozionata nell'osservare la grandiosità di quanto mi sta attorno o proprio per il fatto di essere qui sopra... non importa, forse lo sono in maniera equa per entrambe le cose ma ora non conta, voglio solo godere di questi momenti senza farmi troppe domande. In pochi minuti siamo sopra al Franz Josef; visto da quassù fa un effetto inebriante. Diversamente dal volo di piccoli aerei - già da me sperimentati in passato in un paio d'occasioni - qui il sorvolo è più lento e non solo ho la possibilità di osservare dal famoso finestrino, ma anche dalla parte davanti, fin sotto i miei piedi, dove un robusto vetro trasparente permette una visione incomparabile. Il ghiacciaio, in tutta la sua imponenza, si estende sotto di noi mentre poco lontano, alla sua base, una folta vegetazione incombe. Nella parte superiore, invece, si riescono a vedere con estrema chiarezza i seracchi e varie formazioni di ghiaccio immacolato. Ma ecco che ci avviciniamo al Monte Cook, imponente, bello. Lo aggiriamo ed abbiamo modo di vederlo veramente da vicino, tanto che non avrei mai sperato. Il volo permette di godere di una visione d'insieme che mai sarebbe possibile in altro modo. Ma ecco che ci avviciniamo lentamente al suolo, là dove una vasta estensione di neve fresca permette un comodo atterraggio. Scendiamo. Mi sento quasi intimidita al cospetto delle grandi montagne qui, mentre calpesto questa coltre immacolata di neve. Non fa per nulla freddo e mi aggiro incantata dalla bellezza di questi luoghi che senza l'elicottero non sarebbero mai stati svelati ai miei occhi. Tempo di fare qualche foto e si riparte, nuovamente l'ebbrezza di alzarsi in volo in verticale. E' poi la volta del ghiacciaio Fox, che in bellezza non ha nulla da invidiare al Franz Josef.
Ma il tempo vola e presto rientriamo alla base. Sono euforica, felice. Scendo da quell'elicottero con l'indiscutibile certezza che realizzare piccoli sogni è incommensurabilmente bello, ma anche con la piena consapevolezza di aver vissuto un'esperienza insolita e quanto mai appagante, quella di aver visto questi luoghi così belli e non facilmente raggiungibili in tutta la loro grandiosità dall'alto, come un uccello curioso.
Grazie, vita.
Ma un'altra tappa fondamentale del nostro viaggio è ormai alle porte: Milford Sound.
Come ho già avuto modo di precisare, per la stesura del nostro programma di viaggio in Nuova Zelanda ci siamo avvalse del prezioso supporto della Lonely Planet. Studiando la regione sud occidentale denominata Fiordland, quello che più mi aveva colpito leggendo la guida era la descrizione della strada che da Te Anau porta al Milford Sound, indicata come 119 km di grande bellezza, uno dei tratti più panoramici della Nuova Zelanda tutta. Ovviamente questo mi aveva incuriosito molto, quasi più del Milford Sound stesso che, trattandosi di un fiordo, in qualche modo rappresentava comunque un qualcosa sul quale potevo avere delle aspettative ben precise. Specifico che il Milford Sound - così come anche il "vicino" ma molto più remoto Doubtful Sound - costituisce una delle mete più ambite di questa nazione ed anche delle più battute.
Dopo aver lasciato la zona dei ghiacciai, proseguendo verso sud, si entra in quello che viene chiamata "Southern Lakes", un territorio che abbraccia - oltre appunto ai fiordi - la regione del lago Wanaka e Queenstown. Il lago Wanaka è circondato delle superbe foreste del Mt.Aspiring National Park che, oltre a contare su una grande quantità di sentieri più o meno lunghi che si addentrano nella regione montuosa, svela la sua bellezza anche grazie alle strade carrozzabili che la lambiscono, regalando grandiose prospettive sulle scoscese montagne, spesso innevate sulle cime. Lungo il percorso si trova poi una città assolutamente imperdibile dove è d'obbligo una sosta: Queenstown. Se Wellington è la capitale amministrativa "ufficiale" della Nuova Zelanda e Auckland la capitale "onoraria" in quanto più famosa e più densamente popolata, Queenstown si può dichiarare a tutti gli effetti la capitale del divertimento e degli sport estremi, attività che sono un po' il simbolo di questa nazione. Quest'inebriante e vivace cittadina infatti è il punto di ritrovo e riferimento per chi sceglie di dedicare il proprio tempo a sport particolari e insoliti ma sempre rigorosamente all'aria aperta. Ma, a parte quell'atmosfera iperattiva che inevitabilmente vi si respira grazie anche al proliferare di agenzie che offrono ogni tipo di avventura e ai numerosi negozi che vendono attrezzature sportive di ogni genere, Queenstown è di per sé una cittadina veramente graziosa. Conta circa 7500 abitanti e, se per noi possono sembrare pochi, in realtà pochi non lo sono affatto per queste terre pressoché disabitate. La posizione è quanto mai gradevole, affacciata sul Lago Wakatipu e contornata da catene di montagne innevate per gran parte dell'anno. Grazie alle "Gondola", una funivia che porta in cima ad una collina, è possibile godere di un panorama realmente mozzafiato che spazia dai monti sullo sfondo, alla cittadina, ai parchi, al lago. Ed è proprio scendendo con questa funivia che percepiamo chiaramente quella votazione all'estremo che la cittadina si è cucita addossa quando, osservando il panorama che ci sta attorno, ci ritroviamo circondate da... uomini volanti: chi con il deltaplano, chi con il paracadute, chi con il parapendio, chi lanciandosi col bungee jumping... insomma, ovunque giriamo lo sguardo c'è qualcuno che vola!
Nessuna di noi tre è però particolarmente attratta da queste attività un po' troppo adrenaliniche anzi, la visita al Kawarau Bridge - dove nel 1988 venne inaugurata la "storia" del bungee jumping con il primo salto a pagamento nel mondo - ci incuriosisce ma ci lascia con tutto il nostro carico di perplessità. Però c'è un'attività "estrema" che ci attrae e finalmente, proprio sul fiume Kawarau, riusciamo a metterla in pratica dopo che alcuni tentativi in altre località erano falliti per via del maltempo o della mancata prenotazione o per problemi di altro tipo.
Si tratta di un giro sul "jet-boat", un'imbarcazione la cui propulsione è fornita da un motore a pompa che con un sistema di ventole e getti di pressione riesce a scivolare su acque decisamente poco profonde e che viene manovrata solo dirigendo il getto d'acqua, senza fare uso di alcun tipo di carburante. Questo non solo fa sì che non ci sia alcun tipo di inquinamento ambientale ma rende il navigare su queste strane imbarcazioni quanto mai divertente. Le virate a 360 gradi in pochissimo spazio, le brusche frenate, le accelerazioni improvvise, la velocità ma anche la sicurezza, nonché la bellezza dei paesaggi che si attraversano (la maggior parte dei jet-boat navigano sui fiumi) rendono quest'attività tutta neozelandese una fra le più richieste e gettonate. La nostra navigazione sul fiume Kawarau, nella gola omonima, in una zona che visse i suoi momenti di gloria ai tempi della corsa all'oro, è nello stesso tempo una scusa per saperne di più sulla storia di questi posti e un'occasione per un divertimento assolutamente nuovo e godibilissimo, nonostante gli spruzzi e le inevitabili docce.
Ma è tempo di ripartire.
Fra Queenstown e Te Anau (luogo ideale di partenza per le visite ai fiordi) in linea d'aria la distanza non è eccessiva ma diventa considerevole attraverso le normali strade statali per via del territorio impervio, le montagne e la folta vegetazione. A Te Anau, affacciata sul lago omonimo (il secondo per grandezza della nazione), presso il locale "visitor center" prenotiamo la piccola crociera dell'indomani nel Milford Sound, fidandoci dei consigli dell'addetta che ci propone un piccolo battello anziché le grandi e un po' impersonali navi da crociera. Veniamo informate inoltre che durante l'escursione nel fiordo (durata circa due ore e mezza) sarà possibile avvistare qualche animale (pinguini, foche, cormorani) ma anche di non confidare troppo sul bel tempo visto che ci troviamo nella regione più piovosa della Nuova Zelanda e di consolarci considerando che osservare le imponenti cascate sul fiordo dopo la pioggia è uno spettacolo grandioso. Sarà... Ci viene inoltre proposta un'escursione per il giorno dopo ancora per il Doubtful Sound, assai più remoto. Detta escursione impegnerebbe tutta la giornata considerato che si svolge prima con una crociera sul Lago Manapouri, poi un viaggio in autobus comprensivo di un tratto di strada sotterranea e poi la crociera nel fiordo stesso o addirittura un'uscita in kaiak Vedremo.
Finalmente affrontiamo questi benedetti 119 km che così tanto mi avevano incuriosito. Il tragitto è sicuramente bello, prima fra campi ricchissimi di fiori, poi immerso in un faggeto ombroso e quindi fatto di una strada che s'inerpica fra montagne elevate ed anfiteatri naturali di rocce, fino ad arrivare all'Homer Tunnel, una galleria buia e umida che fu scavata nel lontano 1935, i cui lavori finirono nel 1953. La stessa mostra tutti i segni del tempo ma conserva sicuramente un'impronta suggestiva ed emozionante. Al di là del tunnel la strada scende con dei veri e propri tornanti fino all'imbocco del Milford Sound. I panorami sono senz'altro appariscenti ma questo è il classico caso in cui ci si carica di troppe aspettative e per quanto questa strada mi piaccia, ce ne sono altre, magari meno scenografiche, che mi sono piaciute di più.
Arrivate quaggiù solo ampi parcheggi e il molo del visitor center, nient'altro. Ammazziamo il tempo che ci divide dall'ora in cui abbiamo prenotato la crociera con un bel giro naturalistico ai bordi del fiordo. Abbiamo modo così di assaporare uno dei due inconvenienti che la Lonely indica: i pappataci. Sono senz'ombra di dubbio disturbanti ma mi è capitato di peggio. Per quanto riguarda l'altro inconveniente - il maltempo - incredibilmente incappiamo in una delle poche giornate di sole intenso da queste parti... meglio così!
All'ora stabilita ci presentiamo all'imbarcadero. Ci sono almeno una decina fra motonavi, battelli e catamarani di tutte le grandezze ma quando ci avviciniamo al molo ove è ormeggiato il "nostro" battello, ci sentiamo come Paperino quando - nei fumetti che tanto ho amato da piccola - andava alla ricerca dell'imbarcazione dello Zio Paperone (il Dollaro??) che inevitabilmente era la più piccola e sgangherata ma abitualmente posizionata tre barche grandi e bellissime. E così è per noi... quando ci viene indicato il molo adocchiamo un bel battello ma ci rendiamo presto conto che il nostro non è quello, ma quell'altro piccolo e nascosto alla vista dalle ingombranti vicine...
Alla fine non è che lo cosa c'importi più di tanto ma se non altro è valsa a farci fare qualche risata imprevista. Piccola o grande che sia la barca - visto il bel tempo - noi ce ne stiamo fuori, ad ammirare il grandioso paesaggio del fiordo. All'andata costeggiamo la sponda sinistra e al ritorno la destra (poteva essere diversamente?) e in entrambe le situazioni abbiamo modo di avvicinare calette e piccole spiagge, foche pigramente stese al sole e piccoli pinguini curiosi. Il panorama è notevole, fatto di montagne incombenti, cascate più o meno impetuose, vegetazione ricca e dai colori accesi e cangianti. Arriviamo fino all'uscita del fiordo in mare e qui tutto cambia: il mare si fa agitato, la nebbia si sostituisce al sole e fa decisamente freddo. Tutto questo è sicuramente bello ma credo che la bellezza di questo fiordo (e dei fiordi in genere) si possa penetrare completamente solo con una visione dall'alto, l'unica in grado di restituire un'immagine completa e impareggiabile. Sarà per questo che alla fine trovo questo tipo di navigazione un po' noiosa (più viaggio e vedo e più divento esigente, lo so).
La giornata è stata sicuramente positiva e l'escursione piacevole ed interessante ma... domani rinunceremo al Doubtful Sound, che alla fine risulterebbe quasi un doppione. Anche se ormai il siamo agli sgoccioli della nostra avventura in terra neozelandese, confidiamo ancora che altri spazi e altri orizzonti ci aspettino per regalarci ancora nuove e diverse emozioni.
Il viaggio si approssima alla fine. L'intento è quello di fermarsi a Christchurch - dove riprenderemo l'aereo per il ritorno a casa - il meno tempo possibile; ora come ora di città, per quanto piccole, ne abbiamo veramente poca voglia. Decidiamo così di spendere gli ultimi giorni del nostro splendido tour in territori poco frequentati dal turismo internazionale ma non per questo meno degni di attenzione. Anzi, proprio il fatto che non siano particolarmente battuti ci conforta maggiormente, permettendoci di assaporare completamente quell'atmosfera di così struggente isolamento che si respira in Nuova Zelanda e soprattutto nell'isola del sud. Le strade semi deserte - in alcuni tratti ancora non asfaltate - il silenzio, la natura prorompente e incontaminata, le migliaia e migliaia di pecore che ne costellano il percorso e tutto quell'incanto sospeso tra realtà e magia che avevamo già avuto modo di godere in questo Paese, raggiungono in queste zone il livello più alto. Sto parlando - e mi rendo conto che per la maggior parte di persone questi nomi non dicono assolutamente nulla - dei Catlins, remota area di foreste incontaminate e baie deserte nella parte sud orientale dell'isola e dell'Otago Peninsula, nei pressi della cittadina di Dunedin, patrimonio naturalistico che ospita animali protetti e molto rari.
Da Te Anau, che è stata la nostra base per la visita dei fiordi, ci dirigiamo velocemente verso sud, verso Invercagill. Nei pressi il piccolo centro di Bluff, industriale e portuale, dove termina la statale nr.1 che qui raggiunge il suo apice meridionale. In realtà il punto più a sud della Nuova Zelanda (esclusa la piccola Isola Stewart) si trova poco più avanti, a Slope Point. Qui, entrando in una proprietà privata (ma da queste parti è normale... basta aprire un cancelletto di legno e lasciare un piccolo obolo in una cassettina badando poi a rispettare il percorso e le immancabili pecore che vi si trovano) si raggiunge la piccola torre di segnalazione con le inevitabili indicazioni delle distanze. Siamo su un promontorio a picco sul mare, l'ultimo lembo di terra di questa straordinaria Nuova Zelanda. La vista è spettacolare e con un lieve senso di malinconia ripensiamo a quando, solo una quindicina di giorni prima, ammiravamo compiaciute il punto più settentrionale.
Procedendo - a questo punto verso nord - ci troviamo immerse nella regione denominata Catlins. Le strade si stringono, gli "one lane bridge" (piccoli ponti su fiumi o torrenti dove il senso di marcia è unico alternato) si susseguono uno più suggestivo dell'altro, la densità della popolazione si abbassa.
Facciamo molte soste, meritano. A Curio Bay, dove capitiamo fortunatamente in periodo di bassa marea, sulla spiaggia abbiamo modo di ammirare sia la foresta fossile (tronchi e rami pietrificati) che una piccola colonia di pinguini blu. Proseguendo ci fermiamo a vedere il "Jack's Blowhole (anche questo in terreno privato e raggiungibile con una passeggiata di una mezz'ora circa), un profondo orrido di una cinquantina di metri collegato al mare da una caverna sotterranea. Più avanti, a Nugget Point, un'altra superba camminata ci porta fino ad un faro. Qui, lungo la strada scoscesa a picco sul mare è quanto mai facile vedere otarie e leoni marini non solo pigramente distesi sulle rocce e spiagge, ma anche mentre si esibiscono in acqua in evoluzioni che non ci si stancherebbe mai di osservare. La giornata è stupenda, il panorama da brividi e la natura urla tutta la sua imponenza. Un profondo senso di struggimento prende alla gola, il richiamo selvaggio di una vita forse primordiale ma profondamente appagante si insinua imperioso alla bocca dello stomaco. Le nostre città con il loro caos, le auto, l'inquinamento, lo stress ci sembrano lontanissime ma maledettamente alle porte. Ci mancheranno queste atmosfere e questo senso di rilassamento mentale così profondo, lo percepiamo nettamente.
La sera abbiamo qualche piccolo problema a trovare un posto dove pernottare. Qui anche la ricettività è più scarsa e le distanze per raggiungere un centro un po' più grande sono notevoli. Chiedendo qua e là alle fine un piccolo colpo di fortuna: per una cifra veramente ridicola (diciamo circa 15 euro a testa) ci viene proposta una vera e propria villetta, con tanto di veranda a vetri, caminetto nonché giardino e garage. Ovviamente di ristoranti neanche a parlarne ma cucinare qui in questo alloggio, in questa zona remota, ci regala per brevi istanti la sensazione di essere "a casa".
L’indomani prseguiamo ancora verso nord, verso l'ultima meta degna di nota che ci siamo prefisse: Dunedin o più propriamente l'Otago Peninsula. Non siamo ancora stanche di natura incontaminata e di animali marini, no, anche perché da queste parti è possibile avvistare sia l'imponente e raro albatro che i pinguini dagli occhi gialli, rarissimi e che vivono solo qui.
La visita di Dunedin è piuttosto frettolosa, più che altro finalizzata all'ultimo shopping. Ci attende il nostro motel laggiù, nella punta più estrema e selvaggia della penisola e le ultime escursioni che abbiamo prenotato. Qui osservare - con visite guidate e rispettose dell'ambiente - gli animali allo stato brado è più facile che in ogni altra zona della Nazione... andiamo!
Nel primo pomeriggio è programmata l'ennesima crociera in battello. Il tempo purtroppo è incerto e sprazzi di sole si alternano a frequenti rannuvolamenti. In mare fa un po' freddino ma l'equipaggio mette a disposizione del pubblico giacche imbottite. Costeggiamo un largo tratto della penisola, la stessa che avevamo percorso - in una strada molto panoramica e pericolosamente a ridossa della riva - in auto per arrivare qui. Leoni marini e otarie non si contano, sia quelle che ci affiancano nuotando, sia quelle stese sulla riva. Il panorama da questa prospettiva è stupendo, si possono ammirare le alte rocce a strapiombo sul mare dove nidificano varie specie d'uccelli e l'ampia zona costiera dove macchie rosse di fiori donano all'ambiente un'aria incantata e ridente. Ci dirigiamo però un po' più verso il mare aperto, il fine è quello di avvistare il raro e imponente albatro. Qui, a Taiaroa Head, esiste l'unica colonia al mondo di albatri reali che nidifica sulla terraferma ed è quindi molto probabile poterli avvistare quando vi giungono per deporre le uova e questa è la stagione ideale. L'albatro è un uccello grandioso, conta un'apertura alare di quasi quattro metri ed il suo volo è armonioso e pulito, simile a quello di un aliante. La nostra uscita in mare si conclude con successo, ammiriamo uno splendido esemplare in volo, superbo, elegante. E' una nuova emozione che ci viene regalata, una delle ultime, purtroppo.
Nel tardo pomeriggio il finale in bellezza, anche se una fastidiosa pioggerellina comincia ad infastidirci. "Natures Wonders" è un'agenzia in cui opera personale specializzato e volontario e che da la possibilità ai visitatori di penetrare in una zona protetta non accessibile altrimenti. Dispongono di strani mezzi anfibi a otto ruote in grado di percorrere sentieri e tratti impervi dove non è permesso camminare, tranne che in punti ben definiti. Su questo strano mezzo fortunatamente provvisto di un telone soprastante, sotto una fitta pioggia battente che rovina un po' lo spettacolo, ci addentriamo nel territorio. Il panorama è stupefacente, non riesco ad immaginare come possa essere sotto il sole. Ci fermiamo nei pressi di una spiaggia e qui, in una specie da capanno (tipo birdwatching per capirci) con piccole aperture a mo' di finestrelle abbiamo la grandissima gioia di osservare, in tutta la sua dolcezza e tenerezza, una piccola fochina, nata il giorno prima. La scena è accattivante: l'animale si avvicina prima alla madre emettendo deboli vocalizzi e poi, curiosa come tutti i cuccioli, si avvicina all'apertura dove noi, ipnotizzate da questa visione, la stiamo osservando. Quanto è faticoso non poter allungare una mano per accarezzare quel musetto! Difficile allontanarsi da lì, quanto è carino! Ma dobbiamo risalire sul mezzo e con esso ci dirigiamo verso un altro di questi capanni, molto grande e lungo, che scende nei pressi di una spiaggia remota. Ci viene spiegato che quella spiaggia - Penguin Beach - è non solo protetta ma sulla stessa a nessuno - tranne permessi rarissimi esclusivamente concessi a studiosi e naturalisti - è concesso mettere piede. Qui vivono i piccoli pinguini dagli occhi gialli. Abbiamo modo di avvistarli mentre si aggirano - buffi e simpaticissimi - tra la vegetazione sulla spiaggia ma, soprattutto, dopo che nel massimo silenzio ed immobilità viene aperta una delle finestrelle, possiamo ammirare la testa di uno di questi che si affaccia verso di noi. Mi chiedo in quel momento se siamo noi ad osservare lui oppure è lui che osserva noi incuriosito, ma anche in questo caso è veramente uno sforzo restare zitti e fermi. Quante deliziose esperienze ed emozioni ci ha riservato anche quest'ultima escursione e non piove neanche più!
Imbrattate di fango ma felici ce ne torniamo al motel.
Praticamente il viaggio finisce qui. La strada verso Christchurch sappiamo bene che ormai non ha più nulla di esaltante da offrirci e la sosta nella città stessa è per noi solo una tappa quasi obbligata. La Nuova Zelanda mi ha donato grandi emozioni che mai potrò dimenticare ma mi ha soprattutto confermato che la natura e gli animali sono un bene grande e prezioso del quale forse non siamo neppure degni. Grazie per tutto Terra di Mezzo, spero di poter tornare da te un giorno.
Pubblicato su 7mates il 5/2/08