Con Ulisse sulla via di Santiago
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Chiariamo subito un fatto. Ne’ Omero, ne’ Joyce c’entrano con il “mio” Ulisse. Lui è in carne e ossa e quando l’ho partorito, il 4 agosto 2006, non sapevo che entro pochi mesi gli avrei fatto vivere una vera avventura.
Il viaggio è una metafora potente della ricerca di se’, ma a nove mesi Ulisse era giusto alla ricerca del mio seno da succhiare, non certo della sua identità sulla quale non aveva e non ha – ancora – alcun dubbio.
Ma facciamo un passo indietro. Tutto ha inizio durante una romantica conversazione con mio marito. Io, in preda a delirio che potremmo definire mistico, mi lascio sfuggire un sospirato “sarebbe bello fare il cammino di Santiago insieme, tu io e nostro figlio”. Lui manco a dirlo è entusiasta, mi prende terribilmente in parola e quando resto incinta inizia a programmare il viaggio. Io, nel frattempo, ho beatamente rimosso.
Quando Ulisse viene al mondo, inevitabile scatta l’ora x.
Mio marito gorgheggia felice “adesso dobbiamo andare a Santiago tutti e tre, proprio come volevi tu”.
Io sorrido incerta, cerco una via d’uscita. Non riesco a concepirmi con un figlio piccolo in spalla a camminare per chilometri e chilometri per un tempo stimato dai tre ai quattro mesi. Alla fine scelgo un compromesso, farò solo una parte del percorso, ma è una decisione faticosa e sofferta.
Il 28 maggio Ulisse e io decolliamo da Fiumicino con un volo diretto a Léon. I dubbi ci sono ancora, ma mitigati dal tempo e da un impulso sempre più forte ad andare. Che anzi mi fa sentire un lieve scontento per non aver iniziato il cammino a Roncisvalle, come inizialmente previsto. Arriviamo in una Léon grigia di pioggia in perfetta tenuta da pellegrini. Lo zaino contiene appena l’indispensabile, unica concessione alla femminilità una mezza matita per gli occhi. Per trasportare il bambino abbiamo optato per un passeggino da trekking superaccessoriato che poi ci troveremo a spingere lungo pietrosi, impervi sentieri.
La prima sera l’impressione è che la città sia popolata solo da pellegrini. Sono ovunque. Arrivati in giornata conoscono già ogni più recondito angolo di questo centro storico. Qualcuno zoppica vistosamente a causa delle piaghe ai piedi, qualcun altro si trascina con difficoltà per la tendinite. Assistendo a un simile spettacolo è inevitabile chiedersi: ma perchè?
Da questo momento anche noi siamo nella realtà del cammino. Pigre abitudini, comodità, tempi, nulla appartiene più alla nostra dimensione abituale. Il nostro punto di riferimento principale è ora, stranamente, una freccia gialla, a volte piccolissima, tracciata con la vernice sopra palazzi, marciapiedi, asfalto, alberi, che ci indicherà il percorso fino a Santiago. Tutti, prima e dopo di noi, cercano quello stesso segno, si lasciano guidare rassicurati dalla sua presenza, pensando alla mano sconosciuta che lo ha dipinto.
Nel contesto Ulisse è una vera rarità. Un neonato lungo il cammino non è cosa di tutti i giorni. Ovviamente incontra la simpatia degli altri pellegrini e delle donne spagnole che lo riempiono di complimenti di ogni genere. Lui ripaga con gridolini estasiati e festosi che provocano reazioni ancor più eccitate.
Ulisse diventa in breve uno dei soggetti più fotografati del cammino e viene ripreso anche dalla tv spagnola. Si diverte, è felice, i suoi tempi sono rispettati, tutta l’organizzazione del nostro marciare ruota intorno ai suoi bisogni: mangiare (quasi esclusivamente, ancora, il mio latte), dormire, giocare, essere lavato, avere le coccole, gattonare ecc.
Ricordo come un fatto lontano e che ormai non mi tocca più i dubbi che avevo, le perplessità, i timori dei parenti per il fatto di esporre il bambino a un’esperienza ritenuta destabilizzante. Mi accorgo che la forza di ognuno sta nell’essere consapevolmente e responsabilmente se stessi, superando pregiudizi e luoghi comuni che non aiutano a crescere.
E d’altra parte di stranezze lungo il cammino se ne incontrano tante. Una italiana ha adottato un micetto di due mesi che ora viaggia arrampicato sulla sua spalla come un uccello, e non ne vuole sapere di scendere. Un francese porta con se’ quattro lumache dentro una scatola. Aveva bisogno di prendersi cura di qualcuno, dice, e le lumache sono l’unico animale accettato anche negli ostelli. Non mancano i cani, dotati di bisaccia per il trasporto del proprio cibo.
Il cammino è in tutto e per tutto uno spaccato di vita. Si incontrano giovani seduttori esaltati dalla presenza di ragazze apparentemente disponibili. E brasiliane con minigonna inguinale e reggiseno push-up che stenti a collocare in quel contesto. Parecchie le donne che si mettono in cammino da sole, a tutte le età, e altrettanti gli uomini soli, o in gruppo, ma in bicicletta.
Autobus o taxi sono molto più usati di quanto si possa credere. Il taxi in particolare è sempre in agguato. Complici tendiniti, cadute accidentali, piccoli o grandi incidenti di percorso, o anche semplicemente per trasportare gli zaini da una tappa all’altra. Con la tendinite è difficile andare avanti. Una ragazza si lascia traghettare con l’auto (che per i puristi è un vero e proprio tabù) all’hospital successivo. Ma il giorno dopo il dolore è ancora lì, feroce a mordere a ogni passo. Lei aspetta ancora qualche giorno, continuando a muoversi con il taxi, poi cede, torna a casa, lascia il cammino fra le lacrime, ci riproverà il prossimo anno.
Noi proseguiamo. Ci mettiamo diciannove giorni per arrivare a Santiago. Molti. Altri tre per Finisterre, e sono i più difficili, ma questa è un’altra storia.
All’inizio andiamo piano, la fatica è psicologica più che fisica. Poi ci ambientiamo. Le automobili sfrecciano accanto a noi lungo le statali e neppure le vediamo. Non pensiamo mai “beati loro”, non cambieremmo la nostra condizione per rientrare anche un solo istante nel ritmo della velocità che pure appartiene al nostro quotidiano.
Spesso dormiamo in stanze affittate da privati o piccole pensioni per garantirci maggiore riservatezza con Ulisse che la notte si sveglia varie volte e ogni tanto piange. A Vega de Valcarce l’ospitalera, una bionda tutto pepe, simpatica e accogliente come solo certe donne latine sanno essere, piace talmente tanto a Ulisse che ci adattiamo a dormire sul pavimento nella sala d’aspetto. A Ponferrada, mentre gli altri vengono stipati in camerate seminterrate da ottanta posti, soffocanti, a noi vengono aperte le porte di una stanzetta riservata e tranquilla. Un trattamento di riguardo che riceviamo spesso grazie a Ulisse.
Ad Arca do Pino, ultima tappa prima di Santiago, l’atmosfera è carica. Si sente che la meta è vicina. Ci sono stanchezza, solidarietà, canti, medicazione di vesciche, massaggi ai piedi collettivi. Anche qui una stanza tutta per noi e doni per Ulisse.
Arriviamo a Santiago in un raro giorno di mezzo sole. Quando ci sei dentro ti sembra impossibile arrivare, eppure tendi ogni giorno a quella meta. Poi all’improvviso, ecco, ci sei, non più chilometri da macinare, non più strada da percorrere, non frecce gialle da seguire. La vita sulla strada finisce davanti alle guglie della cattedrale che sembrano colate di sabbia bagnata. E allora bisogna riorganizzare mentalmente i propri obiettivi. L’impresa che sembrava impossibile, forse assurda, è riuscita. Il “sello” (timbro) di Santiago campeggia ora sulle nostre credenziali. Abbiamo risposto alla domanda iniziale? A quel perchè lo facciamo, perchè siamo qui? Forse solo parzialmente. Ci siamo accorti che c’era una spinta interiore sconosciuta a muoverci fin lì, poi chissà. E ora non resta che tornarcene a casa.