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Le persone che non sanno vivere senza musica si riconoscono subito. Sono quelle che appena si svegliano, anzi, che dopo il suono della sveglia, accendono la radio per svegliarsi davvero. La maggior parte di questa gente non concepisce fare l’amore, guidare, stare con gli amici, fare tardi, a volte lavorare o viaggiare senza una colonna sonora.
Tra i vantaggi di un copywriter, pochi o tanti che siano, c’è quello di potersi recare di tanto in tanto in una sala di incisione per realizzare uno spot radio. Ogni volta che mi capita, metto qualche cd in borsa e, appena il cliente in questione abbandona lo studio, do uno sguardo a Paolo, il proprietario della LP Production di Milano. Se lui annuisce, significa che per una mezz’oretta la sala insonorizzata è tutta mia. Significa soprattutto che potrò chiudermi dentro e viaggiare con la mia musica ad un volume violento, senza che nessuno venga a brontolare.
Oggi l’ascolto è interamente dedicato a Jeff Buckley, la voce che fa concorrenza al Reiki, per la sua capacità di prendere l’anima e sbatterla dove vuole.
PLAY
La metafora della grande cipolla è la più calzante per il Lower East Side, il quartiere di New York che sto per attraversare. I suoi isolati, infatti, si lasciano scoprire strato dopo strato e ognuno rappresenta un decennio, un gruppo etnico, qualcuno.
Mi trovo all’altezza di Avenue A. Il campo di basket davanti a me è deserto, ma tutto in America è stato talmente iconizzato (un saluto particolare ad Andy Warhol), che mi sembra di vedere il ragazzo di colore che si esibisce con gli amici, in rigorose canotte col numero dietro.
Passo locali marocchini molto in voga, bancarelle punkabestia, negozi vintage, sushi freschissimi e altri posti issimi anche loro, ma quello che cerco è il Sin-é, il locale in cui suonava Jeff Buckley, un musicista di cui solo da qualche anno, cioè dopo la sua tragica e accidentale morte nel Mississipi, il mondo sembra essersi accorto.
Riproduco mentalmente le note della sua Last Goodbye , mentre inizia il viaggio che davvero volevo fare: essere inghiottita da un angolo di New York per scoprire se ho individuato il “posto primordiale”.
Ora sono a Manhattan.
REWIND
Il posto primordiale è quel posto unico in cui una canzone - come un vino - trova l’habitat perfetto per poter essere compresa fino in fondo. Ad esempio, il Pouilly fumé de Ladoucette è un vino eccellente in qualunque luogo venga bevuto, ma si rivela interamente solo a Sperlonga , nel terrazzo a picco sul mare in uno dei primi week-end di maggio, al tramonto, tra il ponentino e i gattini che giocano lontano sul prato dietro la spiaggia. Sono i momenti in cui alla vita non si può chiedere altro. Piccoli momenti di assoluta pienezza dell’essere, che l’individuazione del posto primordiale può concedere.
Ora sono a Manhattan, a cui bastano ventiquattr’ore per invadermi, come un gruppo di turisti giapponesi, con tanto di guida e macchine fotografiche; Manhattan è capace di visitare i miei pensieri più nascosti, entrando nella mia testa sempre senza bussare, con i miscugli di culture che sembrano un dipinto di Pollock, le stalagmiti di acciaio, i marciapiedi già visti davanti a uno schermo e dei pop corn, con tutte le vite possibili che avrei voluto vivere.
Jeff, invece, al Sin-é trovò la vita che avrebbe vissuto fino al giorno della sua morte (29 maggio 1997):
“Era un posto molto piccolo, alcuni tavoli e una minuscola cucina in un angolo. Ottimo caffè. Eccellente pasticceria. Birra ghiacciata. Che cosa si poteva chiedere di meglio per un bar? Musica e poesia, ecco cosa. Il Sin-e di Shane Doyle era tutto questo… La ragazza di Jeff, Rebecca Moore, era amica del cantautore Daniel Harnett, che suonava al Sin-e. Un lunedì Dan stava cercando qualcuno che lo sostituisse perché doveva suonare da un’altra parte. Solo sulla base della raccomandazione di Rebecca Dan convinse Shane a lasciare che Jeff suonasse al suo posto. Certo non poteva sapere che si sarebbe fatto sostituire da uno dei più straordinari interpreti che mai sarebbero entrati in quel portone al 122 di St.Mark Place.”
Per questo ho il sospetto che possa essere il Sin-é il suo posto primordiale.
Percorrendo la Houston, supero Clinton Street e poi giro a destra. Vedo l’insegna blu del locale come sospesa nel buio. Pochi passi e sarò davanti al Sin-é, che si pronuncia “shin-ey”; il nome in gaelico vuol dire “ecco fatto”. Devo accontentarmi di questo nuovo Sin-é, perché quello vero e proprio dove suonava Jeff era al 122 di St. Mark’s Place. Ma il proprietario, Shane Doyle, è lo stesso che lo ospitava nel suo locale e che ha creduto in lui, anche quando il suo pubblico era piuttosto esiguo.
“Shane permise a Jeff di suonare ogni lunedì sera e anche negli altri giorni, se qualcuno non si presentava a suonare, Jeff si metteva ad intrattenere la gente per ore senza interruzione, tra un caffè ed una birra. Poi si fermava anche a lavare i piatti e a chiudere il locale. Le cameriere gli procuravano sempre qualcosa da mangiare, cosa su cui lui, sono certo, contava. Molti si ricordano che spesso girava di locale in locale a Lower Manhattan e suonava ovunque lo facessero salire su un palco. Conosceva, e si ricordava a memoria, un sacco di canzoni degli artisti più disparati. Si sapeva che lui aveva una bellissima voce, ma in quei giorni cantava come mai aveva fatto prima.”
Attorney Street è piccola e poco frequentata, tanto che mi chiedo se la curiosità non abbia vinto sulla prudenza. Non riesco ad immaginare cosa possa esserci dietro la piccola porta d’ingresso: una specie di delirio rockettaro alla Candem Town Palace di Londra, o un secondo pacato e romantico Blue Note? Vabbè entro. Noto subito che la maglietta con il logo “Sin-é” costa 15 dollari e la cosa mi rincuora: significa che il locale ha una clientela piuttosto tranquilla, che va ad un concerto e poi compra il gadget. Con più decisione, scendo i gradini di linoleum, cercando una foto di Jeff, invece i muri sono nudi, di mattone rosso, e la luce è fievole. L’interno è piuttosto prevedibile: bancone, divanetti e sedie ai lati, palco in preparazione. Anche io mi preparo. Dopo essermi mimetizzata in un angolo, ordino un cocktail, sistemo le cuffie e alzo il volume al massimo.
PLAY
Mi sono perso in una notte umida e fredda
Mi sono dato in quella notte nebbiosa
Sono stato ipnotizzato da una strana delizia
Sotto un albero di lillà
Ho ricavato vino dall'albero di lillà
Ho messo il mio cuore in questa ricetta
Mi fa vedere ciò che voglio vedere
Ed essere ciò che voglio essere
Jeff arriva in jeans e camicia a scacchi. Mi si siede accanto e a me sembra di avere aghi puntati sulla pelle di tutto il corpo, una sensazione che provo quando provo troppo e non riesco a gestire l’emotività. Lascia un foglio vicino al mio cocktail sorridendo e poi come un angelo sparice dietro le tende del locale. Leggo. Note iniziali di Halleluja in cuffia.
Quando sembra che la vita per un attimo voglia comunicare qualcosa, quando invita a cambiare riferimenti, lo fa sempre con una linea dolce.
Uno spessore di straniamento che nella maggior parte dei casi si dissolve in una spiegazione che ne annulla le estremità.
Ogni volta che riusciamo a vivere un accenno di assoluto nasce una rivelazione. E sempre, si forma una piccola vibrazione che assomiglia ad un accordo azzeccato per caso da un chitarrista principiante: il risultato di un equilibrio dei sensi, il preludio ad una pienezza fugace, che anche se non viene consumata blocca il flusso vitale. Sono questi i recuperi dell’energia inutilizzata, sono questi i bisestili dell’essere.
L’improvvisazione, un non-sense di cui solo due menti conoscono il fine, una trappola per topi vicina al cuore, una sensazione talmente ghiacciata che brucia i primi due strati di pelle: quando le cose - la vita - ci parlano lo fanno per poco, e tutte le volte che riusciamo a sentirle, siamo blu.
“Mi fa vedere ciò che voglio vedere, ed essere ciò che voglio essere”, ma Paolo da dietro il vetro mi indica che è arrivato lo speaker per la prossima incisione. “Compra i bastoncini Fruttus e il tuo bambino crescerà sano come il nostro pesce”.
Se questo poliuretano espanso potesse parlare…
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